(Ri)vediamoli - ROCKY

Creato il 19 agosto 2013 da Kelvin
(id.)
di John G. Avildsen (USA, 1976)
con Sylvester Stallone, Talia Shire, Burt Young, Carl Weathers, Burgess Meredith
Lo avete visto tutti almeno una volta nella vita, e buona parte di voi ne conoscono a memoria le battute e le inquadrature. Rocky è uno dei film a cui sono più affezionato, e non solo per l'innegabile simpatia che mi ha sempre trasmesso 'a pelle' uno come Sly Stallone. Rocky mi piace perchè racconta la storia di un anti-eroe per eccellenza, una persona qualunque e piena di problemi che, come tanti di noi, aspetta un'occasione per dare una svolta alla sua vita. Sarebbe sbagliato liquidare semplicisticamente Rocky come l'ennesima parabola sul Sogno Americano: non dimentichiamoci infatti che Rocky racconta pur sempre la storia di una sconfitta, per quanto onorevole sia.
E lo stesso Rocky non è affatto un eroe: è un pugile di mezza tacca, sul viale del tramonto più per demeriti propri che per la forza degli avversari... non a caso il suo manager Mickey gli sequestra l'armadietto fino a quando non si deciderà a sacrificarsi sul serio, a prendere seriamente in considerazione l'ipotesi che, spesso, il futuro è davvero nelle nostre mani.
Rocky Balboa è una persona talmente abituata alla sua mediocrità da starci perfino bene in quella condizione: vive da solo in uno squallido appartamento nei bassifondi di Philadelphia, sopravvive facendo il recuperatore di crediti per conto di un usuraio, si allena in una palestra di provincia sporca e malridotta, prende a pugni la carne macellata anzichè il sacco d'ordinanza, è innamorato di una donna tutt'altro che bella, tutt'altro che ricca, tutt'altro che espansiva, che la gente 'normale' considera quasi ritardata (compreso il fratello di lei, che vede in Rocky l'unico scemo capace di sposarsela...). Eppure Rocky non si lamenta mai, abbozza sempre, rassegnato ma non scontento di essere un morto di fame come tanti altri. Esattamente come la lower-class americana dell'epoca, disillusa e strafottente nei confronti di una nazione che, appena un anno dopo la fine della guerra in Vietnam, non si sentiva più invincibile.
Così, quando la grande occasione arriva davvero, Rocky non ne vuole nemmeno sapere di sfidare Apollo Creed, il campionissimo in carica, convinto di essere sconfitto in partenza senza nemmeno lottare. Sarà il vecchio Mickey, suo allenatore e mentore, a convincerlo che a volte si può anche riuscire a cambiare il proprio destino... o che quantomeno merita almeno provarci, se non altro per non avere rimpianti dopo. Per questo Rocky non è affatto un film retorico e gonfio di patriottismo, anzi. Qui il Sogno Americano c'entra poco o nulla: nel 1976 l'America usciva a pezzi da una guerra lunga e sanguinosa, e lo stesso Stallone si trovava più o meno nella stessa condizione del protagonista del suo film: aveva pochi dollari in tasca, viveva di espedienti, deriso da tutti gli Studios hollywoodiani per la sua presunta incapacità a fare l'attore...

Pochi sanno che Rocky è ispirato a una storia vera: nel 1975 Stallone assistette in tv a un match tra il grande Muhammad Ali e uno sconosciuto pugile americano, tale Chuck Wepner, che riuscì eroicamente a resistere per quindici riprese mettendo ripetutamente in difficoltà il campione. Da lì all'idea di scrivere una sceneggiatura il passo fu breve: le grandi major fiutarono l'affare, cercando subito di accaparrarsi i diritti dello script e liquidare con pochi spiccioli il povero Sly... che però resistette tenacemente ad ogni pressione, fino a vendere la sua idea all'unico produttore che dimostrò di credere in lui, lasciandogli realizzare il film e acconsentendo a tenersi per sè il ruolo di protagonista, affidando la regìa allo sconosciuto John G. Avildsen. Quel produttore era Irwin Winkler, e di sicuro nemmeno lui s'immaginava che quel piccolo film indipendente e a bassissimo costo (poco più di un milioncino di dollari, briciole per una produzione americana), girato in meno di un mese e con quasi tutte le scene 'buone alla prima' per risparmiare, si sarebbe trasformato in uno dei più grandi successi commerciali di tutti i tempi.
Rocky infatti incassò la bellezza di 250 milioni di dollari, e riuscì perfino a farsi apprezzare da quella critica supponente che fino al giorno prima aveva beffardamente preso in giro il suo attore-regista: alla notte degli Oscar di quell'anno vinse tre statuette (compresa quella per il miglior film) prevalendo su pellicole come Taxi Driver e Tutti gli uomini del Presidente, mentre fu solo l'emozione per la morte di Peter Finch (unico Oscar assegnato postumo, finora, per Quinto Potere) che privò Sylvester Stallone del premio come miglior attore protagonista.

Ma ormai Rocky aveva vinto la sua scommessa: merito della caparbietà di Stallone ma anche della bravura e della professionalità degli attori di supporto, i vari Burgess Meredith, Talia Shire e Burt Young, nonchè della celeberrima colonna sonora composta da Bill Conti: la scena di Rocky che corre sulla scalinata del Philadelphia Art Museum accompagnata dalle note di Gonna Fly Now è entrata nell'immaginario collettivo di milioni di spettatori entusiasti, così come l'urlo liberatorio 'Adrianaaaaaa' alla fine del match con Apollo, o la famosa 'spremuta' di uova trangugiata da Rocky prima dell'allenamento... scene che ricorderemo sempre, a testimonianza delle buone intenzioni (e ottimi risultati) di un film genuino e commovente. In seguito Stallone, com'è ovvio, sfrutterà commercialmente il suo personaggio fino allo sfinimento dirigendo in proprio ben quattro dei cinque sequel che si sono succeduti finora, chiaramente di livello infinitamente più basso.
Ma questa è un'altra storia...

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