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“Rudy Valentino”, il mito secondo Nico Cirasola

Creato il 01 ottobre 2018 da Cultura Salentina
“Rudy Valentino”, il mito secondo Nico Cirasola

Quando Nico Cirasola ha girato "Focaccia Blues" (2009), ci ha raccontato una storia dal sapore glocal. Anni prima, ad Altamura aveva aperto un McDonald's. Il fast food del colosso statunitense ebbe vita breve: poco distante aprì una focacceria a conduzione famigliare, che schiacciò letteralmente gli affari del clown Ronald. Lo fece con del pane di qualità, con quelle focacce oleose, saporite, con i pomodori freschi in superficie, appena scottati. Focaccia barese 1 - Big Mac 0. Palla al centro.

Cosa ci dimostrò Nico Cirasola con quel documentario che opponeva il piccolo David - con una fionda fatta di origano - a Golia? Ci dimostrò che l'eccellenza può diventare la regola, non l'eccezione. Che in un luogo remoto come la Puglia, le piccole cose sono più importanti del vivere veloce. Una lezione importante, che non va dimenticata.

Tanto più che anni dopo lo stesso Cirasola ha invece raccontato una storia molto diversa, che ha a che fare proprio con il vivere veloce. È stata infatti una vita veloce quella di Rodolfo Valentino, l'artista originario di Castellaneta, del quale il regista narra nella sua pellicola un episodio poco conosciuto. Cirasola è un uomo molto diretto. Ama le cose fatte bene, come da tradizione. Ma al tempo stesso dimostra una grande apertura nei confronti di idee rivoluzionarie. Il suo "Rudy Valentino" è infatti prima di ogni cosa un film politico, un film che parla di migrazioni, sfiora (non troppo leggermente) l'argomento della dittatura fascista in Italia, spiega cosa significhi oggi come ieri la parabola della diversità, dell'estraneità.

Rodolfo Valentino è qualcosa di abbastanza estraneo per noi oggi. A meno che non si sia tanto fortunati da aver visto i suoi film e poi la mostra di fumettisti e illustratori curata da Alessio Fortunato - scusate il calembour - Valentino è un mistero per le nuove generazioni. Per i Millennial probabilmente è il vampiro portato sullo schermo da Finn Wittrock in "American Horror Story: Hotel" che, dopo morto, viene omaggiato ogni giorno da una Lady Gaga in stato di grazia, a guisa di "dama in nero". Senza dimenticare che le generazioni precedenti l'hanno anche preso un po' in giro il Valentino: la parodia che Alberto Sordi diretto da Federico Fellini ne fa ne "Lo sceicco bianco" è divertente, ma lascia l'amaro in bocca.

Così Cirasola compie un altro gesto molto rivoluzionario nel restituire al pubblico l'immagine di Rodolfo Valentino. Si documenta, scopre che nel 1923, in pieno Fascismo, il divo del muto tornò nella sua Castellaneta. E cosa accadde? No, non ve lo spoileriamo. Vi diciamo solo che "Rudy Valentino" è un film molto particolare, magistrale nell'alternare oggi a ieri, sogno a realtà. È un esperimento di metacinema e di metateatro. Con un cast davvero ragguardevole, che vanta tra gli altri Clauda Cardinale, Alessandro Haber - che poi è il Vate, Gabriele D'Annunzio - e il giovane Pietro Masotti, che incarna al meglio il Valentino. E Nicola Nocella, che fa sorridere e commuovere. Che ci fa sentire per un attimo tutti Rodolfo Valentino, anche se non abbiamo le physique du rôle.

Che cos'è davvero il progresso? È nella tecnologia, nella scienza? È nell'essere più global e meno local - da cui appunto, il terzo incomodo che gode, quel "glocal" che è nella focaccia barese che Cirasola ha contribuito a esportare in tutto il mondo? Il progresso è comprendere il genio. È avere la sensibilità di capire la sensibilità altrui. Il progresso è quel Valentino che non è passato, ma presente e futuro. È in quel sogno che può bruciarsi subito. Come la pellicola in nitrato d'argento, come un divo che muore a 31 anni.

Angela Leucci è giornalista, blogger, copywriter, ghostwriter . Corrispondente presso La Gazzetta del Mezzogiorno

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