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RUSSIA: Pussy Riot, non eroine ma un sintomo della malattia russa

Creato il 01 ottobre 2012 da Eastjournal @EaSTJournal

Posted 1 ottobre 2012 in Russia, Russie, Slider with 0 Comments
di di Matteo Zola

Pussy Riot Russian Doll

Quello sulle Pussy Riot è un dibattito polarizzato, e nel fumo venduto a prezzi altissimi è difficile scorgere qualcosa che somigli alla verità. Nel giorno di apertura del processo d’appello, sostenitori e detrattori del gruppo punk femminista che ha infiammato l’opinione pubblica (non solo russa) scendono in piazza a Mosca. Intorno al tribunale municipale, dove viene oggi riesaminato il verdetto che ad agosto ha condannato le tre ragazze a due anni di colonia penale, sono previste azioni di protesta nell’ambito della “Giornata mondiale di solidarietà alle Pussy Riot”, indetta per oggi da uno degli avvocati della difesa, Mark Feigin. In risposta, gruppi giovanili ortodossi hanno organizzato il “Giorno della solidarietà cristiana”. Ma la blasfemia qui c’entra poco.

Per Alexandr Dugin, filosofo e attivista russo, le Pussy Riot sono “utili idioti” di una guerra d’informazione che ha come scopo la destabilizzazione e il discredito del potere russo. Dugin, già fondatore del partito nazional-bolscevico, e oggi noto ideologo dell’eurasiatismo. Dugin ha teorizzato la negazione del primato dell’individuo sulla collettività, del soggettivo sull’oggettivo. È cioè l’antitesi stessa del liberalismo. L’opinione di Dugin, dunque, per quanto possa persuadere, viene da un uomo che ha nel suo codice genetico il rifiuto delle libertà individuali.

Una critica da “destra” alle Pussy Riot viene anche da oltre oceano. Paul Craig Roberts ha scritto che la punk band femminile altro non è che la longa manus delle Ong americane a libro paga del Pentagono. Paul Craig Roberts è un giornalista economico d’ispirazione paleo-conservatrice (isolazionista, anticomunista, protezionista) che mal vede l’intervento americano oltre confine. Sempre da “destra” si sollevano critiche anti-imperialiste di coloro che vedono, nell’affaire Pussy Riot, un tentativo americano di colpire il regime di Putin “meno cattivo dei cattivi a stelle e strisce”. Ma ancora una volta la questione viene affrontata partendo da pregiudizi ideologici.

Da “sinistra” si leva la voce di Slavoj Zizek, filosofo sloveno, che inserisce la condanna delle Pussy Riot in un contesto di costruzione di uno Stato ispirato al capitalismo autoritario: uno Stato che afferma il proprio potere sull’annichilimento dell’individuo. “Già nel 1905, Leon Trotsky definì la Russia zarista come ‘una combinazione viziosa della frusta asiatica e del mercato azionario europeo.’ Questa definizione non vale forse ancora di più per la Russia di oggi? Non annuncia la nascita della nuova fase del capitalismo, il capitalismo con i valori asiatici?”. Di fronte a questa oppressione capitalista si oppone il simbolo del passamontagna, con cui le Pussy Riot vanno in scena: “maschere di anonimato liberatorio. Il messaggio dei loro passamontagna è che non importa chi di loro è stata arrestata – non sono persone, sono un’Idea”, scrive ancora Zizek. Sempre da “sinistra” il caso delle Pussy Riot si presta a interpretazioni in chiave femminista, come quella di Jasmina Tesanovic recentemente pubblicata su East Journal.

Accanto a queste valutazioni che muovono da un pregiudizio di “destra” o “sinistra” ci sono le motivazioni di chi condivide la condanna per blasfemia. Il leit-motiv in genere è questo: se una punk band entrasse in una chiesa cattolica a Roma e saltando sull’altare gridasse che il Papa è una puttana, ci sarebbe stato (da parte dei media e dell’opinione pubblica) lo stesso supporto dato alle Pussy Riot? Certo in Italia non si arriverebbe a una condanna carceraria ma è sicuro che una reazione di condanna sarebbe unanime. E qualcuno, senz’altro, userebbe il termine “blasfemia”.

La questione sembra un’altra. Al di là dalle polarizzazioni ideologiche o dalle motivazioni religiosematteo zola, quello delle Pussy Riot è un caso interessante su più livelli. Indipendentemente dalla loro effettiva “trasparenza”, esse sono già il simbolo di un valore: quello della “liberazione” da uno schema sociale ispirato al paternalismo o all’autoritarismo. Una “liberazione” che sarebbe errato vedere solo come femminile o femminista in quanto (se è vero che le donne sono le prime vittime di tali schemi) è tutto il corpo sociale a pagare il fio di una gerontocrazia, di un immobilismo, di una “mascolinità” apparente che nuoce, a ben vedere, ai “maschi” stessi. Una “liberazione” che vale tanto in Russia quanto in Europa e proprio per questo il caso Pussy Riot ha un così grande seguito anche in “occidente”.

Più specificamente, all’interno della società russa esse rappresentano quel “mostro” uscito dall’apertura del vaso di Pandora che è stato il crollo dell’Unione Sovietica. Un mostro fatto di stridenti contrasti per una società che stenta a trovare una sintesi armonica tra cultura, tradizione e modernità. La Russia non sarà, almeno a breve, una democrazia liberale ma elementi di liberalismo è inevitabile che si inseriscano nella società e, forse, è auspicabile. La politica di Medvedev andava in questa direzione. La malattia russa è tutta in questa febbre autoritaria e conservatrice che appiana menti e capacità individuali, che costringe, opprime, perseguita. Una malattia antica, di cui neanche il socialismo reale (apparente occasione di modernizzazione) si è liberato.

Le Pussy Riot, sotto questo profilo, rappresentano un sintomo della malattia, non certo la ricetta che possa salvare quel Paese. E rispetto ai tempi del socialismo reale occorre fare dei distinguo, poiché il putinismo (per quanto lo si possa esecrare) non ha la sistematica ferocia dello stalinismo e le Pussy Riot non sono novelle eroine – nulla a che vedere con lo spessore dei Dostojevski, dei Pasternak o dei Bulgakov, che pagarono cara la loro “dissidenza” dai valori dello zarismo o del socialismo.

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Tags: Alexandr Dugin, libertà d'espressione, processo d'appello, pussy riot, slavoj zizek, zola matteo Categories: Russia, Russie, Slider


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