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Salute, il tempo giusto

Creato il 09 febbraio 2019 da Gadilu

Salute, il tempo giusto

Nei giorni scorsi si è riparlato di una notizia che tocca un nodo da sempre dolente nell’ambito delle possibilità d’impiego in provincia di Bolzano. Un nodo che, inoltre, diventa ancora più intricato se parliamo di personale ospedaliero, tanto che il discorso pubblico si è spesso incagliato in un’alternativa inevitabile ma fuorviante: è meglio avere medici competenti, sebbene non in possesso dei requisiti linguistici pretesi, oppure la non conoscenza della seconda lingua è davvero un ostacolo all’esercizio della professione? L’argomento è riaffiorato, dicevo, perché il sindacato Bsk-Vsk, che raggruppa soprattutto i sanitari di lingua tedesca, ha chiesto alla nuova giunta di concedere più tempo (cinque anni, anziché tre) a 220 giovani medici adesso assunti a tempo determinato, per non dire condizionato.

Non è difficile mettersi nei panni (e quindi percepire le preoccupazioni) di quei giovani medici. Hanno studiato tanto, finalmente hanno un lavoro, s’impegnano, cercano di fare il loro meglio, ma le attenzioni vengono canalizzate in una direzione che le assorbe quasi tutte, e non c’è tempo, spesso neppure modo di evolvere una competenza linguistica che non deve trascurare anche risvolti specialistici. Alla stessa maniera, non dovrebbe essere difficile mettersi nei panni dei pazienti.

Un paziente non è semplicemente un caso clinico, un composto di molecole sofferenti da trattare o riparare come farebbe il meccanico con una motocicletta finita fuori strada. Nel rapporto che lega un medico al suo assistito la comunicazione riveste un ruolo essenziale, non è solo questione di limitarsi a fornire indicazioni sommarie. «Il colloquio tra medico e paziente — si legge in un testo che cerca di mettere a fuoco i principi fondamentali della cosiddetta medicina narrativa — rappresenta un momento fondamentale, sia nel setting del ricovero ospedaliero che in quello ambulatoriale, per ricavare importanti informazioni anamnestiche ai fini della diagnosi, per instaurare una relazione terapeutica e garantire così l’aderenza alla cura da parte del paziente, e per rendere edotto sia il paziente che i suoi familiari sull’andamento della malattia». Senza una conoscenza adeguata della lingua del paziente, è evidente, ciò non sarebbe minimamente possibile.

Soppesando le ragioni degli uni e degli altri, possiamo intuire come l’esigenza di evolvere le appropriate competenze in un lasso di tempo più largo non rappresenti un’inutile dilazione. Certo, è vero anche che lo studio astratto di una lingua non basta, figuriamoci se imposto con la minaccia di un allontanamento dal posto di lavoro a causa di un errore nella declinazione di un verbo. Occorrerebbe quindi una diversificazione dell’attività di apprendimento e di esposizione alla lingua parlata che, in sostanza, mettesse questo tipo di personale a maggiore contatto con la forma di vita complessiva della quale la lingua costituisce l’articolazione principale (pensiamo per esempio a quanto peso ha il dialetto nella comunicazione di tutti i giorni). In quel caso, forse, lo spauracchio del «tedesco» potrebbe lasciare il posto al desiderio d’impadronirsi di strumenti culturali più sensibili, avvolgenti e neppure limitati al mero utilizzo professionale.

Corriere dell’Alto Adige, 9 febbraio 2019

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