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Salvini e Di Maio: tutte le cazzate vengono al pettine. Svanite le promesse di Lega e 5 Stelle. Ed ora è scontro interno

Creato il 07 dicembre 2018 da Tafanus
Fra le tante fonti più recenti sul "promessario svanito" del Salvimaio, abbiamo volutamente attinto ad un articolo "datato" a circa tre mesi fa di Maurizio Ricci, editorialista di notizie.tiscali.it

Perchè questa scelta? Solo perchè scrivere OGGI, a crisi conclamata dell'economia italiana, sarebbe come sparare sulla Croce Rossa e fare del senno di poi. Spiacente, ma noi abbiamo scritto peste e corna di questi due dilettanti allo sbaraglio ancor prima che da fronti opposti si mettessero insieme per amor di cadrega. Salvini e Di Maio: tutte le cazzate vengono al pettine. Svanite le promesse di Lega e 5 Stelle. Ed ora è scontro internoFranza o Spagna purchè se magna. Ma anche con giudizi e aggettivi da querela per ingiuria sulla pochezza culturale di questi due individui, che frequantano gli scantinati della politichetta da quando erano adolescenti, e in tutta la vita come esperienza lavorativa uno ha fatto lo steward al San Paolo di Napoli, e l'altro il cameriere da Burghy. Con tutto il rispetto per QUALSIASI categoria di lavoratori, mi sono sempre permesso di dire che nin metterei al Ministero degli Interni e a quello del Lavoro un cameriere e uno steward. Non li avrei messi neanche a fare gli uscieri all'ingresso dei rispettivi ministeri. Ma in Italia tutto ciò può accadere. Sarà per questo che forse non usciremo mai dalla buca in cui ci cacciamo da almeno trent'anni? Quando si plebiscita (almeno nei sondaggi) un bullo di periferia che "tireremo diritto", "è finita la pacchia", "lo spread me lo mangio col pane", e poi è costretto dalla realtà (che è diversa dalle spacconate che si possono sparare durante uno scopone cogli amici in una piola di periferia) a calarsi le braghe in pubblico, si ha la misura della distanza che separa - in questi dilettanti allo sbaraglio - la realtà dal loro immaginifico autoerotismo.

Leggendo l'analisi di Maurizio Ricci di tre mesi fa, quando l'economia italiana, pur nella posizione di penultima in Europa, aveva ancora un flebile segnetto "più" davanti a molti indici, mi chiedo cosa scriverebbe OGGI Maurizio Ricci. Ecco cosa scriveva il 13 giugno:

[...] Investitori in fuga, spread sotto pressione, banche alle strette, consumi in picchiata, fabbriche che rallentano, posti di lavoro sempre più volatili. La differenza di rendimento fra il Btp italiano e il Bund tedesco - ovvero lo spread - a quota 250 è, oggi, quasi il doppio del livello pre elettorale, ma lontano dalla soglia di guardia a 300 (aggiornamento: superata; ha toccaqto 330, è rimbalzato a 280, ma oggi era di nuovo prossimo a 300. NdR) . Tocca scegliere, ma può accettare la Lega che il feticcio elettorale dei suoi concorrenti (i 5 Stelle) diventi realtà, mentre la flat tax resta al palo? E possono accettare i grillini una flat tax in larga parte finanziata da un condono una tantum? (Specie adesso che, al contrario di tre mesi fa, vengono fuori gli altarini dell'aziendina di famiglia con metà del personale in nero, e le storie degli abusi edilizi della bella famigliola di Pomigliano d'Arco? NdR)

La ripresina si è sgonfiata. E, allora, se prima si trattava di fare un esercizio di equilibrismo su una tavola, poi su un asse, adesso si cammina su un filo. Il governo giallo verde si avvia alla prova decisiva della manovra d'autunno in un panorama sempre più cupo e minaccioso, dove le strettoie dell'economia si traducono inevitabilmente in contorsioni della politica. Il problema sono i numeri, le previsioni, le compatibilità. Gli indicatori che li registrano segnalano nuvoloni che si stanno accumulando dalla primavera. Gli ottimisti possono scommettere su una improvvisa schiarita e una tempesta che non scoppia. Realisticamente, però, 5 Stelle e Lega si trovano ad affrontare condizioni più difficili di quelle che avevano di fronte i loro predecessori, da Letta, a Renzi, a Gentiloni. Il programma di governo più ambizioso (o velleitario, secondo i punti di vista) degli ultimi anni si scontra con lo scenario più accidentato. Gli ostacoli sono venuti crescendo da maggio in avanti: investitori in fuga, spread sotto pressione, banche alle strette, consumi in picchiata, fabbriche che rallentano, posti di lavoro sempre più volatili.

La sbornia del ribaltone - La pessima primavera è solo in parte effetto del ribaltone elettorale di marzo. Da maggio ad agosto, leghisti e grillini, in un festival di spavalderia e pressappochismo, hanno inanellato dichiarazioni e minacce sulla permanenza nell'euro e il rispetto del debito che hanno spaventato i mercati: piazzare i titoli di Stato è diventato sempre più costoso per il Tesoro, Bot e Btp per un centinaio di miliardi di euro sono stati liquidati, venduti a banche nostrane e incassati all'estero. Contemporaneamente, le oscillazioni dei nuovi responsabili del paese su Tap, Tav, Ilva, Autostrade hanno indotto investitori di lungo periodo a dubitare che i governi italiani rispettino gli impegni sottoscritti dai loro predecessori, mettendo in forse contratti ed accordi. Una crisi di fiducia, tuttavia, si può risolvere con iniezioni di fiducia. I danni creati dalle parole possono essere sanati da altre parole. E, infatti, la ritrovata sobrietà dei leader dei due partiti di governo, le rassicurazioni giunte dal Tesoro sulla futura manovra hanno rasserenato il clima sui mercati finanziari. La differenza di rendimento fra il Btp italiano e il Bund tedesco - ovvero lo spread - a quota 250 (aggiorniamo: 295. NdR) è, oggi, quasi il doppio del livello preelettorale, ma lontano dalla soglia di guardia a 300 (Correggiamo: è "di nuovo"! vicinissim a quota 300 - NdR) [...]

L'orizzonte dell'economia si oscura - Più difficile è cavarsela quando è il terreno dell'economia materiale, dove i fatti contano più delle parole, a farsi infido e scivoloso [...] Pesano di più, sul momento, le incertezze create dalle offensive commerciali di Trump e le battute a vuoto di due grandi motori dell'economia mondiale, come Germania e Cina. Così, grillini e leghisti si trovano a maneggiare una eredità avvelenata, che può impiombare i loro progetti. Il succo è: la ripresa italiana è alle spalle, difficile contare su una espansione di redditi, consumi, investimenti. A luglio, la produzione industriale è scesa dell'1,8 per cento, rispetto a giugno. Dell'1,3 per cento rispetto ad un anno fa. E' la prima volta in due anni, da quando era iniziata la ripresa italiana, che compare il segno meno sull'attività delle fabbriche. Era logico aspettarselo: l'industria italiana è molto legata alle esportazioni e il commercio mondiale questa primavera si è fermato. I G20 (le venti economie più importanti a livello globale) hanno registrato un calo dello 0,6 per cento delle loro esportazioni e dello 0,9 per cento delle importazioni. La Germania, ancora più legata di noi alle esportazioni, ha ugualmente visto una flessione dell'1,8 per cento della produzione industriale e, considerato quanto l'industria italiana sia integrata con quella tedesca, la flessione è rimbalzata in Italia. L'alternativa - la domanda interna - va anche peggio: il governo gialloverde si è insediato quando le vendite al dettaglio si sfiatavano: meno 0,2 per cento (in quantità) a luglio su giugno, meno 0,6 per cento rispetto ad un anno fa. Lo zoccolo duro - i consumi in beni durevoli: auto, elettrodomestici, pc - è addirittura precipitato: meno 7,2 per cento rispetto al 2017. Difficile che sia diversamente, del resto, quando le buste paga ballano. L'Italia ha finalmente riacciuffato il numero complessivo di posti di lavoro che esistevano prima della crisi, nel 2008. Ma la crescita di 205 mila occupati è ingannevole. Non sono gli stessi posti di lavoro: come avvenuto in altri paesi, dalle fabbriche e dagli uffici i posti sono trasmigrati negli alberghi, nei ristoranti, nel commercio, assai più volatili. I primi due mesi d'estate hanno visto svanire 44 mila posti di lavoro fissi. Ormai, un terzo dei lavoratori ha un'occupazione part-time o temporanea: non la piattaforma ideale per cambiare l'auto o la lavapiatti.

Remare controcorrente - A questo punto, negli uffici studi dove lavorano gli economisti ci si comincia a chiedere: è ancora valida la previsione di una economia che si espande, l'anno prossimo, dell'1,1 per cento? I tecnici dell'Ocse, l'organizzazione che riunisce i paesi più ricchi, elaborano regolarmente degli indicatori che suggeriscono come andrà l'economia fra sei mesi. E' calma piatta nella zona euro e, specificamente per l'Italia, il ritorno al trend deludente e asfittico degli ultimi vent'anni. La conferma che anche la debole ripresina del 2017 è definitivamente archiviata. Di Maio, Salvini e Tria si trovano, dunque, a remare controcorrente: varare riforme costose con risorse che diminuiscono. Se, per evitare lo scontro con la Ue, il disavanzo verrà fermato all'1,6 per cento del Pil (come vorrebbe il Tesoro) vuol dire avere in mano una cambiale solo da 23 miliardi di euro. Quanto basta per sventare l'aumento dell'Iva su consumi già in picchiata, pagare gli interessi sul debito e finanziare le spese indifferibili. E basta. Il resto diventa una sorta di mischia rugbistica. Con l'economia in frenata (correggiamo: già di nuovo in discesa - NdR), altri soldi non arriveranno. Bisogna trovarli tagliando da qualche altra parte. Spalmare gli interventi su più anni, accontentandosi, per ora, di predisporre primi, ma significativi, passi potrebbe non essere più praticabile. Tocca scegliere e può essere (politicamente) doloroso. A guardare i conti, se si abroga il bonus degli 80 euro di Renzi, i soldi per il reddito di cittadinanza si possono trovare. Ma può accettare la Lega che il feticcio elettorale dei suoi concorrenti (i 5 Stelle) diventi realtà, mentre la flat tax resta al palo? E possono accettare i grillini una flat tax in larga parte finanziata da un condono una tantum? Il copione di settembre è ancora da scrivere.

Maurizio Ricci

Conclusioni: la Grecia è sempre più vicina. L'Italia ha di nuovo il segno "meno" nel PIL, e i tagli di deficit sul pil che ci verranno imposti (non dall'Europa, ma dai mercati) saranno ancora più severi: le ultime due aste di titoli di stato italiani sono sandate pressochhè deserte, e fra tre settimane terminerà ufficialmente l'aiuto di San Draghi (il quantitaive easing). Le società di rating (che sono brutte, sporche e cattive ma sono loro - e non le casalinghe di Voghera, a dire agli operatori di tutto il mondo, quale sia il livello di rischio dei titoli italiani, hanno piazzato i nostri btp ad un solo gradino dai "junk bond" (titoli spazzatura, in italiano). Se dovessero scendere anche quest'ultimo gradino, i titoli di stato italiani non serviranno alle banche come "patrimonio" a copertura della concessione di crediti, e l'Italia sarà finalmente nella merda, con buona pace dei seguaci dei dilettanti allo sbaraglio: i veri "cervelli in fuga".

Tafanus

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