Sam Parnia, il medico che fa rivivere i morti

Creato il 17 maggio 2013 da Extremamente @extremamentex

“La morte non è un momento, è un processo. E può essere reversibile“.  Un’affermazione sorprendente, soprattutto se a farla è un medico. A parlare così è Sam Parnia, primario del reparto rianimazione all’ospedale universitario Stony Brook di New York e a capo di un progetto che studia la coscienza umana, attraverso i racconti delle esperienze pre e post-mortem raccolti in 25 cliniche sparse tra nord America ed Europa.

IL DOTTOR SAM PARNIA AL LAVORO

“Finora, abbiamo la prova che la coscienza umana non viene annullata con la morte. Essa continua per alcune ore dopo il decesso, nonostante sia in uno stato ibernato che noi non riusciamo a distinguere dall’esterno”, ha detto in una recente intervista concessa al sito online Wired. Dichiarazioni importanti, che stridono con quello che la scienza finora ha sempre sostenuto.  Ma il dottor Parnia non sembra preoccuparsene.

D’altra parte, il suo lavoro consiste proprio nel riportare indietro chi ha oltrepassato la soglia del “non ritorno”. Una specie di resurrezione. Ormai ci si riesce sempre più spesso, grazie al perfezionamento di tecniche come la rianimazione cardiopolmonare (la CPR), la procedura di emergenza che permette di salvaguardare le funzioni cerebrali in attesa di ripristinare la circolazione sanguigna e la respirazione spontanea in un paziente con il cuore fermo. All’inizio, sembrava efficace solo per pochi minuti dopo l’arresto cardiaco, ma ora i progressi della CPR ( con l’utilizzo di macchine per la circolazione sanguigna extracorporea) hanno esteso i tempi ad oltre mezz’ora.

Si è così allungato quel confine misterioso tra vita e morte. E in contemporanea, è aumentato il numero di coloro che, una volta rianimati in queste condizioni estreme, ricordano esperienze che sfidano la razionalità.  Ma Sam Parnia, anzichè archiviarle come semplici fantasie o come mere allucinazioni, ha deciso di studiarle in chiave scientifica. E le sorprese non sono mancate, come egli stesso ammette nel suo libro “Cancellare la morte- la scienza che riscrive i confini della vita”, che ha avuto decine di recensioni nei paesi di lingua anglosassone.

“Di solito, si usa definire morte il momento in cui il cuore smette di battere ed il cervello si spegne: è il momento dell’arresto cardiaco” spiega il luminare americano. “Fino a 50 anni fa, quando si arrivava a questo punto, non si poteva più tornare indietro. Ciò ha indotto a pensare che la morte fosse completamente irreversibile. Ma se io morissi in questo istante, le cellule del mio corpo non sarebbero ancora morte. Ci vuole tempo perchè, private dell’ossigeno, muoiano. Più tempo di quello che la gente non immagini.

IL LIBRO CHE STA RIVOLUZIONANDO IL MODO DI INTENDERE LA MORTE

Ora sappiamo che di fronte ad un corpo inanimato, prima che un dottore dichiari la morte, c’è ancora la possibilità medica e biologica di invertire il decesso.  Ovviamente, se passa troppo tempo, le cellule si danneggiano. Bisogna intervenire nei tempi giusti e ad oggi nessuno sa quale sia il momento dopo il quale non si può più tornare indietro. Ma potrebbe essere questione non di decine di minuti, ma di un’ora. Conoscono il caso di una ragazza giapponese tornata in vita dopo 6 ore di CPR, senza alcun danno permanente. Ora sta bene, ha persino avuto un figlio .

La morte, in un certo modo, è come un ictus. Anche l’ictus blocca il flusso sanguigno al cervello. Sappiamo che le cellule cerebrali restano vitali al massimo 8 ore senza ossigenazione. Se i medici imparano a manipolare il processo cellulare e a rallentare la velocità con la quale le cellule muoiono, noi possiamo tenerle in sospeso, risolvere il problema che ha provocato la morte della persona, far ripartire il cuore e quindi riportare in vita il paziente. Ecco in che modo la morte è un processo reversibile. Ma nel caso di un decesso per un cancro incurabile, il discorso ovviamente non vale.”

Dunque, non sempre e non per tutti. Ma quando le pratiche di rianimazione riescono a “fare il miracolo”, accade anche qualcos’altro: chi si è trovato, per interminabili minuti, senza parametri vitali, a volte racconta di aver visto o sentito quello che il cervello, senza attività elettrica, non avrebbe potuto registrare. Sono i  casi di pre e post mortem, chiamati in inglese “NDE” (Near Death Experience), di cui tutti noi, almeno una volta, abbiamo sentito parlare. Nella sua attività, è successo molto spesso anche al dottor Parnia.

“Ho deciso di studiare quei pazienti che dicono di aver vissuto strane esperienze mentre si trovavano in arresto cardiaco. Ho scoperto che capita ad uno su 10. Se guardiamo alla letteratura medica, è evidente che pochi secondi dopo l’arresto cardiaco, si ferma il flusso sanguigno. E senza sangue, non c’è attività cerebrale. L’encefalogramma è piatto. Eppure non solo il mio studio, ma anche altri quattro, dimostrano che i pazienti hanno comunque ricordi e memorie.”

Nel libro, Sam Parnia racconta la storia di Joe Tiralosi. Quando arrivò al pronto soccorso, il suo cuore non batteva già più. L’equipe medica iniziò le procedure della CPR, raffreddando il corpo per ridurre i danni alle cellule. Aveva un’arteria ostruita, si poteva intervenire per risolvere il problema. Dopo 40 minuti di arresto cardiaco, il paziente venne rianimato. Un po’ per volta, il signor Tiralosi si riprese e riferì alle infermiere di aver vissuto, mentre il suo cuore era fermo,  un’esperienza che lo aveva profondamente toccato.

LA CLASSICA ESPERIENZA PREMORTE: UN TUNNEL DI LUCE

La raccontò anche al primario. Gli disse di aver visto un ‘entità perfetta,  piena di amore e di compassione, e di aver provato una sensazione di incredibile serenità. “La gente tende ad interpretare quello che vede in base alla propria cultura. Un hindu descrive una divinità, un cristiano parla di Cristo, un ateo lo chiama semplicemente entità. Ma vedono la stessa cosa, anche se la spiegano in modo diverso. E ciò ci dice che esiste un’ unica esperienza che tutti gli esseri umani provano durante la morte. È universale, la descrivono anche i bimbi di 3 anni. E ci dice che non dobbiamo avere paura della morte.”


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