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Sanita’. la ricetta contro sprechi e inefficienze

Creato il 03 aprile 2016 da Caval48 @carlovalentini

di CARLO VALENTINI

"La sanità pubblica è vicina al collasso poiché si trova tra l'incudine di una drastica riduzione della spesa pubblica e il martello di un non intervento sull'organizzazione del sistema, quindi si sommano i minori fondi ai tanti sprechi. Ovvio che ci si venga a trovare sull'orlo del baratro. La percentuale del prodotto interno lordo destinato alla spesa sanitaria è inferiore in Italia alla media Ocse ed è la più bassa tra i Paesi del G7 mentre ormai gli italiani sono secondi solo rispetto agli americani nella spesa privata per la sanità. Quindi il sistema pubblico si è progressivamente sbarazzato di una consistente quota di spesa, scaricandola sui cittadini. Dal 2012 al 2015 le varie manovre finanziarie hanno tagliato al settore oltre 30 miliardi di euro e nel 2016 stanno avvenendo altri tagli. Il fatto è che non si affronta il problema con la necessaria lucidità, si taglia dove capita per risparmiare e non per razionalizzare": Nino Cartabellotta è un medico chirurgo che si occupa più di organizzazione sanitaria che dello stato di salute dei pazienti, sostenendo che una buona organizzazione è la base per una diagnosi e una cura efficaci. E' a capo di Gimbe, una fondazione che analizza i costi, le modalità di gestione ed è impegnata in corsi di formazione continua con l'intento di migliorare il funzionamento del servizio sanitario. Ha lanciato l'hastag #salviamoilserviziosanitario, non chiedendo maggiori finanziamenti pubblici ma una loro finalizzazione verso l'efficienza del monstre sanitario.

Domanda. Quanti finanziamenti sarebbe possibile recuperare evitando gli sprechi?

Risposta. La fondazione che dirigo ha mappato gli sprechi e concluso che almeno 25 miliardi potrebbero essere recuperati intervenendo sulle inefficienze. Perciò la sostenibilità del servizio sanitario nazionale è strettamente legata, in questa fase di risorse limitate, al disinvestimento laddove si registrano sprechi e inefficienze. In assenza di una strategia per aumentare il valore del denaro investito non si uscirà dal cul de sac in cui si è venuta a trovare la sanità, ovvero occorre intervenire laddove la spesa sanitaria non produce alcun ritorno di salute. Esempi concreti? Oltre 10 miliardi se ne vanno in sovra e sotto-utilizzo di esami di laboratorio e strumentali, farmaci e altre terapie, visite specialistiche, ricoveri, 2-3 nell'inadeguato coordinamento tra assistenza ospedaliera e territoriale, 3 in complessità amministrative conseguenti anche alla limitata informatizzazione, oltre 4 in acquisti a costi eccessivi di beni e servizi, 5-6 miliardi in corruzione.

  1. D. Però appare più semplice individuare il male che affrontarlo...
  2. R. Infatti. La legge di stabilità 2016 ha imposto alle Regioni di concorrere al risparmio della finanza pubblica per 3,98 miliardi nel 2017 e 5,48 per gli anni 2018 e 2019. Di conseguenza, sotto la regia del ministero della Salute, le Regioni sono chiamate ad avviare un rigoroso processo di disinvestimento da sprechi e inefficienze, responsabilizzando e coinvolgendo le aziende sanitarie e queste, a cascata, professionisti sanitari e cittadini. In alternativa, difficilmente i tagli per la sanità non saranno lineari (e quindi saremo alle solite) perché sarà il governo a decidere dove tagliare (così prevede la legge di stabilità). Se per alcune categorie di sprechi le istituzioni sembra si stiano finalmente muovendo nella giusta direzione, almeno a livello normativo (anticorruzione, criteri di selezione dei direttori generali, acquisti centralizzati, patto per la sanità digitale), rimangono ancora un lontano miraggio la riorganizzazione integrata tra ospedale e cure primarie, fortemente legata alle politiche sanitarie regionali, e l'avvio del coinvolgimento dei professionisti nel definire in maniera condivisa servizi e prestazioni sanitarie in cui disinvestire, cioè l'identificazione degli interventi sanitari inefficaci, inappropriati e dal basso valore, che riducono l'efficacia dell'assistenza, aumentano i rischi e determinano un ingente spreco di risorse.
  3. D. Sarebbe utile il ritorno di alcune competenze sanitarie dalle Regioni allo Stato?
  4. R. E' stata persa un'occasione per ridare un ruolo centrale allo Stato. L'articolo 117 della riforma costituzionale approvata dal Senato in gennaio assegna allo Stato "la determinazione dei livelli essenziali delle prestazioni concernenti i diritti civili e sociali che devono essere garantiti su tutto il territorio nazionale" e prevede "le disposizioni generali per la tutela della salute, per le politiche sociali, per la sicurezza alimentare", mentre alle Regioni viene attribuita la competenza specifica in materia di "programmazione e organizzazione dei servizi sanitari e sociali". Quindi niente sanità allo Stato. Con la riforma è stata inoltre introdotta la cosiddetta clausola di salvaguardia attraverso cui lo Stato può intervenire, su proposta del governo, in materie non riservate alla legislazione esclusiva qualora lo richieda la "tutela dell'unità giuridica o economica della Repubblica, ovvero la tutela dell'interesse nazionale". Essa quindi non include la tutela della salute. In pratica lo Stato non recupera il diritto a esercitare i poteri sostitutivi nei confronti delle Regioni inadempienti nell'attuazione dei livelli essenziali di assistenza. Tutto ciò rende sempre più evanescente il ruolo dello Stato quale garante della tutela della salute delle persone, secondo quanto previsto dall'articolo 32 della Costituzione. Nella realistica impossibilità di resuscitare una sanità centralista la partita è quindi nella mani del ministero della Salute che deve potenziare gli strumenti di indirizzo e verifica sui 21 sistemi regionali per garantire equità d'accesso a tutte le persone e coordinare il processo di disinvestimento da sprechi e inefficienze.
  5. D. C'è chi propone, di fronte alle difficoltà del sistema sanitario pubblico, di realizzare un sistema misto pubblico-privato o addirittura del tutto privato come quello americano...
  6. R. In assenza di una governance istituzionale finalizzata a definire le modalità con cui il cosiddetto "terzo pilastro" dovrebbe integrare il finanziamento pubblico della sanità, l'intermediazione assicurativa si sta subdolamente insinuando tra le incertezze delle istituzioni e i bisogni dei cittadini. Il rischio è perdere lentamente ma silenziosamente il modello di un servizio sanitario pubblico, equo e universalistico. Se il processo non viene governato si verificherà un aumento delle diseguaglianze sociali, della medicalizzazione della società e della spesa sanitaria totale, oltre al peggioramento degli esiti di salute di una fascia non piccola della popolazione. 03.04.2016

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