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Sanremo 2020, la finale: il trionfo di diodato e' il successo del vivaio sanremese. livello musicale alto, vince amadeus, perdono gli ospiti italiani e... i boicottatori

Creato il 09 febbraio 2020 da Carloca
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C'è solo da gioire se a vincere il Festivalone è un talento rivelato al grande pubblico dal vivaio sanremese. Sì, proprio quel vivaio così poco considerato e spesso visto come un intralcio, tanto che un anno fa, di questi tempi, era stato cancellato dalla kermesse di febbraio per far posto a una categoria unica di concorrenti, integrata da due giovani selezionati in autunno. E già: nonostante le perplessità, nonostante un'esistenza mal sopportata, il "settore Primavera" della rassegna ligure è vivo e vitale. Diodato ha iniziato il suo percorso ad alto livello sul palco dell'Ariston nel 2014, con l'intensa "Babilonia", in una gara "mostruosa" che gli oppose campioncini come Zibba, Filippo Graziani e The Niro e che, invece, vide inopinatamente prevalere il modesto rap di Rocco Hunt. Due anni fa venne giustamente promosso Big in coppia con Roy Paci, e forse più allora che oggi avrebbe meritato la vittoria con la splendida "Adesso". NON E' DA EUROVISION? PAZIENZA... - E tuttavia, intendiamoci, nulla da eccepire sul suo trionfo a Sanremo 2020. "Fai rumore" è una ballata ben scritta (soprattutto riguardo alle liriche) e ottimamente interpretata, un giusto compromesso fra classicismo e modernità: non propriamente originalissima, a parer mio, con vaghi echi di già sentito, e questo spiega le mie poche perplessità, ma lo stesso discorso si poteva applicare l'anno passato a "I tuoi particolari" di Ultimo, per esempio, poi diventata una hit di enorme successo. La palma conquistata dal cantautore valdostano è dunque il meritato premio e il coronamento di una crescita costante, avvenuta per lunghi tratti sottotraccia. Diodato è un artista che solitamente rifugge le luci dei riflettori, tanto che, personalmente, non l'avevo mai sentito così "ciarliero" come in questa settimana di gara. E' un autore ispirato e ricco di idee, con una "penna" mai banale e uno stile riconoscibile. C'è chi ha avanzato dubbi sullo spessore della sua composizione in chiave Eurovision Song Contest, ma l'importanza della kermesse continentale non ci deve portare a valutare le canzoni di Sanremo soltanto in questa chiave. Anche perché credo che tutte le nostre partecipazioni del decennio abbiano dimostrato come non esista, di fatto, la formula giusta per sbancare quello che una volta chiamavamo Eurofestival: non ha funzionato il bel canto all'italiana in salsa tenorile del Volo, non ha funzionato la bizzarria del Gabbani di "Occidentali's karma", ha solo sfiorato il successo la modernità spiazzante di Mahmood. Inutile dunque fare programmi, vada come vada, l'importante è l'immensa visibilità in grado di dare la vetrina internazionale di maggio. LE ECCELLENZE: ELODIE, TOSCA, GABBANI - Parlando di "internazionalità" della proposta, nel ventaglio sanremese ha prevalso forse quella di Elodie, esempio di assoluta contemporaneità impreziosita da richiami a certe sonorità dance di fine Ottanta - primi Novanta (la mia mente è andata alla produzione degli Inner City, li ricordate?). Su "Andromeda" si sente chiara e distinta la griffe di Dardust e del suddetto Mahmood, nuova coppia d'oro della discografia italiana e garanzia di successo in radio e nelle chart: è un brano trascinante e cantabile, interpretato da una cantante che ha portato sul proscenio ligure una carica di sensualità che raramente è riscontrabile in altre interpreti della sua generazione: francamente, se ne avvertiva il bisogno.  La ragazza, nel mio personalissimo cartellino, avrebbe meritato il podio come Tosca, il suo esatto opposto, orgogliosa portabandiera della tradizione melodica nostrana ad altissimo tasso di classe ed eleganza, in una magistrale "Ho amato tutto" dalla poetica struggente.
In ogni caso, le prime tre posizioni erano abbastanza prevedibili, compreso il boom dei Pinguini Tattici nucleari che affiancano Elodie nella casella "tormentoni festivalieri" e che hanno tenuto alto il nome indie sdoganato dall'exploit dello Stato sociale nel 2018. Fra Diodato e Gabbani, nella sfida conclusiva, avrei optato per quest'ultimo, se non altro per premiare una proposta maggiormente coraggiosa (anche in rapporto alle precedenti esperienze del toscano) e dall'architettura più complessa ma non per questo priva di efficacia. La medaglia d'argento è comunque un eccellente traguardo e un importante riscatto per Francesco, che si è ripresentato tirato a lucido dopo la troppo lunga pausa seguita all'ubriacante successo di tre anni fa, un'assenza (interrotta da un singolo non esaltante, pochi mesi fa) che aveva fatto temere una perdita di ispirazione: nulla di tutto questo, e anzi Gabbani è ormai un artista maturo, in grado di reggere alla grande il palco e di districarsi al meglio attraverso diversi registri stilistici. PELU' E IREK, VETERANI IN PALLA - Non mi ha sorpreso più di tanto l'esclusione dalla zona medaglie delle Vibrazioni, che, come Gerardina Trovato nel 2000, sono stati proiettati subito in testa dalle giurie demoscopiche per poi essere progressivamente retrocessi, conquistando comunque un quarto posto che è traguardo ottimo, per un brano non eccelso, che si inserisce nel solco del repertorio della band ma con una ancor più accentuata tendenza all'easy listening. Dovrebbe comunque avere lunga vita fuori dal contesto Festival, così come le proposte dei veterani Pelù e Irene Grandi: per certi versi spiazzante il debutto del rocker dei Liftiba, la cui "Gigante" ha una struttura sonora possente ed energica ma cede, nel ritornello, alla più "bieca" orecchiabilità in salsa sanremese (il che non è un male, intendiamoci), mentre l'opera griffata Vasco Rossi non è proprio immediatissima, ma ha un suo spessore e Irek, splendida cinquantenne, l'ha portata sul palco con una personalità e una carica degne dei tempi migliori. URSO FARA' STRADA - A proposito di veterani: inferiore ai meriti il piazzamento finale di Zarrillo, che ha sposato una ritmica sostenuta, lontana dalla sua matrice prettamente morbida e soffusa: un esperimento sonoro che ha ricordato le rinascite di Nek 2015 e Turci 2017, ossia un'opera impastata di suoni danzerecci Novanta style. Operazione riuscita solo parzialmente, ma ha colpito comunque l'intatta verve vocale del buon Michele, uno che in carriera ha sempre raccolto meno di quanto meritasse. In tema di vocalità, dovrebbe avere un futuro garantito il giovane Alberto Urso. Su di lui mi ero chiesto: seguirà le orme del Volo o quelle, non entusiasmanti, di Safina e Mazzocchetti? Il verdetto, per quanto mi riguarda, è incoraggiante: il ragazzo è un talento vero, ha una voce senza cedimenti, la sua canzone rientrava appieno nei canoni della romanza - pop e sinceramente non mi è parsa malvagia. Sono convinto che con un peso maggiore attribuito al televoto, avrebbe potuto ambire a una posizione di assoluto riguardo. E continuando a parlare di ex talent: per teenagers innamorati la proposta invero leggerina di Riki, il quale mi ha intenerito anche per l'utilizzo dell'espediente tecnico che ne "metallizza" la voce, nulla di nuovo per noi "anziani", un espediente del genere era stato usato persino in "Se io fossi un angelo", brano di  Lucio Dalla del 1986, nientemeno. Bel testo per una Giordana Angi penalizzata però da una canzone eccessivamente obsoleta nell'impostazione. ANASTASIO IL "CATTIVO", RANCORE "L'INTELLETTUALE" - Fra i rapper - trapper ci si aspettava, dopo tante assurde polemiche, uno Junior Cally scorretto e cattivo. Il ragazzo non ha più la maschera e, con essa, ha perso forse anche un po' di forza emotiva impattante, è stato normalizzato dalla grande macchina festivaliera, e ha portato in concorso un brano furbetto, martellante con quel ritornello ripetuto all'infinito, nonché moderatamente cerchiobottista con gli attacchi politici distribuiti equamente fra i due Mattei della politica italiana. Con un Rancore quasi "intellettuale" e dallo stile di scrittura assai articolato e fantasioso, alla fine la palma del rapper più arrabbiato è toccata al giovane Anastasio, che ha spruzzato di rock e piglio radiofonico una "Rosso di rabbia" che, ad occhio e croce, dovrebbe funzionare e accrescerne la popolarità. ACHILLE RE DELL'IMMAGINE, LEVANTE AUTRICE DI VALORE - A livello di performance sceniche, vince per distacco la coppia Achille Lauro - Boss Doms, bizzarramente fashion e glamour, un inno alla canzone - immagine come non si vedeva dai tempi del pancione della Bertè e delle tutine di Anna Oxa. Iconici, li ho definiti giorni fa, perché non c'è dubbio che le loro performance saranno cliccatissime sul web ancora fra svariati lustri: Achille ha così oscurato, forse scientemente, una "Me ne frego" che si inserisce nel solco di "Rolls Royce" ulteriormente accentuandone i suoni hard; l'artista (ebbene sì, lo è) ha in scena una sfrontatezza e un istrionismo che lo candidano a sicuro protagonista dei prossimi anni. Di gran presa anche la coreografica prestazione di Gualazzi, benché di natura ovviamente diversa, incentrata sulle molteplici suggestioni che sa regalare la musica live, giusta cornice per una "Carioca" variopinta che ha confermato le poliedriche doti di Raphael, convincente e brioso anche sul piano del canto. Menzione finale per altre due fanciulle: il primato dell'easy listening più spinto spetta alla giunonica Elettra Lamborghini, quello della ricercatezza compositiva alla brava Levante, con una canzone tutt'altro che semplice sia a livello testuale che come costruzione complessiva, non a caso emersa solo dopo ripetuti ascolti e per questo penalizzata in graduatoria. Ecco un'altra ragazza che vale e che dovrà rappresentare un pilastro della musica italiana del domani. FUGA DI NOTIZIE - Si può dire che la serata finale di Sanremo 70 sia stata... modellata dai giornalisti. In quali in mattinata han fatto la voce grossa (non senza ragione) per l'estenuante lunghezza delle puntate, sottolineando il fatto che, per esigenze di stampa, avrebbero dovuto conoscere il nome del vincitore a un orario decente, diciamo entro l'una e mezza. Così è stato, ma qualche tv è venuta meno all'implicito impegno morale di non divulgare la notizia prima della comunicazione sul palco sanremese: il nome di Diodato ha preso a circolare sul web (ma anche in tv) con svariate decine di minuti di anticipo sull'ufficialità, una scorrettezza di cui la Rai dovrebbe chiedere conto ai responsabili. Un'altra caduta di stile di alcuni media, dopo la pessima figura rimediata l'anno scorso con le svilenti scene sull'esibizione del Volo. Per il 2021, sarà forse il caso di rivedere il ruolo decisivo attribuito alla sala stampa, che ha addirittura la possibilità di incidere, col proprio voto, sul verdetto finale del Festival, una cosa inconcepibile. SCALETTA VECCHIO STILE, FINALMENTE - Ma si diceva della scaletta, modellata in versione old style, con i cantanti in gara che si sono presi la ribalta succedendosi a ritmo sostenuto per poi dare spazio all'appendice dei fuori concorso, esattamente come si faceva, con grande successo, fino agli anni Ottanta. Amadeus e l'organizzazione ci sono arrivati, dulcis in fundo: certo aspettare la serata conclusiva per mettere la competizione al centro dell'attenzione è un po' tardi, ma apprezziamo la buona volontà. Rimane però il fatto che, su questo piano, l'attuale direzione artistica abbia riportato Sanremo a quanto accadeva prima delle gestioni Conti e Baglioni, quando la gara diventava spesso quasi marginale nell'ambito di una trasmissione che era soprattutto show televisivo. Un peccato, perché il livello complessivo della proposta musicale 2020 è stato più che buono, pur senza regalare picchi spiazzanti come lo furono il Gabbani 2017 e il Mahmood 2019. E resta misteriosa anche la gestione di quanto avvenuto dopo la sfilata dei 23 concorrenti, col minutaggio eccessivo riservato a Fiorello e quasi tutti gli sopiti (escluso Biagio Antonacci) concentrati a cavallo delle due di notte, con esiti oltretutto bizzarri, vedasi ad esempio l'apparizione un po' sopra le righe del tenore Vittorio Grigolo. OSPITI SGRADITI - Uno dei tanti ospiti di cui non si sentiva la necessità, e l'elenco, per questo festival, è lunghissimo. Da martedì a oggi, salviamo solo Emma per la bellezza dell'esibizione, la reunion dei Ricchi e Poveri per il peso storico dell'evento, la forza emotiva e l'impatto sociale delle apparizioni della coppia Gessica Notaro - Antonio Maggio, del rapper Paolo Palumbo e del ballerino Ivan Cottini, gli ultimi due strenui lottatori rispettivamente contro il mostro SLA e contro la sclerosi multipla. E poi gli stranieri Lewis Capaldi e Dua Lipa, molto meno il presenzialista Mika e i Gente de Zona, non propriamente famosissimi e buttati sul palco a un orario che non ha certo consentito di apprezzarne al meglio le doti. Tutti gli altri, tutti gli ospiti italiani venuti a fare promozione dei loro nuovi dischi o a riproporre stanchi pout pourri dei soliti, inflazionatissimi evergreen, restano brutte pagine di una kermesse che dovrebbe trovare il coraggio di dire no a certe inutili presenze, acchiappa audience ma ripetitive e ingombranti nei confronti di chi si dà battaglia per il trofeo. Tornando a Fiorello, dopo un avvio col freno a mano tirato, da mercoledì in poi si è gradualmente preso la scena, fino a debordare in un modo anche eccessivo, come appunto questa notte (ma l'ironia sull'abuso di autotune è stata oggettivamente centrata). Tuttavia non è giusto dire che il successo di Sanremo 2020 sia da attribuire a lui in toto: Amadeus ha dimostrato di poter reggere brillantemente la gestione di un carrozzone catodico così mastodontico, la sua conduzione non ha avuto sbavature, non ha annoiato e ha evidenziato abilità nel padroneggiare con autorità ogni singolo istante delle oltre 25 ore di diretta, compreso il passaggio più difficile, quello della fuga di Bugo. ANCORA SUL FATTACCIO BUGO - MORGAN - E' stata la pagina più triste e al contempo più surreale della rassegna. Lo confesso: non riesco a smettere di ridere riguardando il video del fattaccio, con Morgan che finge stupore chiedendo "che succede?" e che chiama il suo  ex amico come se stesse cercando un cagnolino ("Dov'è Bugo? Bugo?"). Uno di quei momenti che, senza tanti giri di parole, fanno anche la gioia dei cultori del festivalone, perché ne vanno a scrivere la storia minima, quella dei siparietti più sgangherati e improbabili. Chiusa questa parentesi "scorretta", però, rimane l'amarezza. Lette un po' tutte le ricostruzioni, non mi riesce difficile immaginare che, per quanto le colpe non siano quasi mai da una parte sola, in questo caso le responsabilità maggiori appartengano all'ex Bluvertigo: lasciamo giudicare ai lettori quanto sia professionale presentarsi sul palco di Sanremo con un testo modificato all'ultimo momento, un testo in cui si spara a zero sul collega.
 Un'alzata di genio che, pare, sia stata l'apice di un'avventura sanremese accidentata e sofferta, come dimostrato dalla tormentata gestazione della cover di giovedì, una "Canzone per te" che ha offeso la memoria di Sergio Endrigo, una performance imbarazzante che dovrebbe essere cancellata dalle Teche Rai, un "qualcosa" di indefinibile che non sarebbe mai dovuto arrivare sul palco della manifestazione più importante. L'errore di Bugo e del suo entourage, se ne vogliamo trovare uno, è che si doveva cercare di non giungere a Sanremo con tutti questi nodi da sciogliere, perché era chiaro che la bomba poteva esplodere da un momento all'altro. Siccome sono uno che non ama infierire su nessuno, nemmeno su chi lo merita, dico solo che Morgan ha bisogno di aiuto, perché è ormai totalmente fuori controllo: e fa solo il suo male chi mostra accondiscendenza nei suoi confronti, come tanti giornalisti, come ad esempio Red Ronnie (si veda su You Tube la loro telefonata notturna). CHI PERDE - Proprio Ronnie è uno dei grandi sconfitti di questo Festival, assieme a tutti i fautori di campagne pretestuose, a chi invocava odiose censure (la cosa più triste che possa essere concepita in un Paese civile del 2020, ancora più triste e inquietante se a chiederla sono degli artisti), a chi proclamava l'incapacità del direttore artistico (l'abbiamo visto, infatti), ai creatori inesausti di hashtag, a chi ha sentito costantemente il bisogno di farci sapere che non guardava Sanremo, quasi fosse un manifesto di superiorità intellettuale da sbandierare a ogni pié sospinto. Riprendetevi, ragazzi: la verità è che fate quasi tenerezza. Oltretutto hanno sbagliato quasi ogni valutazione (ah, il vizio di giudicare prima...), perché raramente si era visto un Festival così abile nel coniugare leggerezza e impegno, così inclusivo, così aperto a tutte le istanze (diritti dei disabili, parità fra i sessi, eccetera). Junior Cally è stato accolto persino con calore dal pubblico in sala, e le prese di posizione di cantanti mature e razionali come Irene Grandi e Levante hanno fatto giustizia di troppe parole male utilizzate. Il resto scompare, come dice la burrosa "Elettraaaa, Elettra Lamborghiniiii"... 

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