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Saviano alla corte della partitocrazia per un’Italia da conservare nel vecchiume politico

Creato il 06 febbraio 2011 da Iljester

Saviano alla corte della partitocrazia per un’Italia da conservare nel vecchiume politicoSi chiama «Libertà e Giustizia» la kermesse organizzata dagli antiberlusconiani d.o.c., ma di libertà manco l’ombra, e della giustizia, quella c’era, ma era quella chiaramente faziosa e di parte. Perché «Libertà e Giustizia», in verità, non è nulla di nuovo nel panorama della politica ipocrita: è stata solo l’ennesima manifestazione anticavaliere; una delle tante che la sinistra conservatrice propone nelle piazze con i suoi intellettuali faziosi, con i suoi presentatori e i suoi scrittori che scrivono poco ma parlano tanto (forse anche troppo) nei salotti borghesi che contano.
All’evento c’era la crema degli italiani «superiori». Quelli che credono di essere gli unici intelligenti, gli unici capaci, gli unici che hanno capito tutto della vita, e che pur questo, non riescono – poveri loro – a ottenere il consenso che gli spetta per diritto (di sangue), perché c’è qualcun altro che glielo ruba illegittimamente. Almeno è questo il ragionamento di fondo che emerge dai loro discorsi intellettualoidi, così capaci di aggregare movimenti e kermesse, ma fondamentalmente incapaci di ottenere consensi che pesano. Forse perché sono quasi sempre concentrati ad ascoltare loro stessi e le loro convinzioni politiche e ideologiche, anziché ascoltare il popolo che vota.
Saviano indubbiamente è uno di questi. Il suo slogan anche alla manifestazione di cui sto parlando è quello di sempre: «L’Italia non è un paese libero»; non siamo al fascismo, precisa, «ma la democrazia è in ostaggio». Non precisa di chi, ma il riferimento al Cavaliere è quasi un obbligo. Eppure se solo si ponesse il problema di come davvero la pensano gli italiani (o comunque una loro sostanziosa parte), probabilmente capirebbe che oggi l’Italia è sì in ostaggio, ma di coloro che non rispettano il gioco democratico, e pensano di ribaltare i risultati delle urne affidandosi a strade diverse dalle elezioni. Se solo si ponesse il problema, non metterebbe la magistratura sul piedistallo dell’infallibilità assoluta, e probabilmente denuncerebbe pure lui gli abusi politici che alcuni settori giudiziari compiono a danno del paese e delle scelte elettorali di noi cittadini. Ma non può… o non vuole. O probabilmente non ci arriva, ottenebrato com’è dalla popolarità e dal successo, che le sue posizioni antiberlusconiane gli attribuiscono e garantiscono davanti alla crema dei salottieri che contano.
Se solo Saviano avesse aperto gli occhi sul palco in cui ha profetizzato, avrebbe notato De Benedetti, e avrebbe notato Zagrebelsky, e con lui Eco e tutto l’entourage culturale conservatore che affonda le proprie radici nella sinistra comunista e post-comunista. Avrebbe scorto negli spalti che lo acclamavano il vecchiume della politica e della società che ha rovinato l’Italia fin dalla sua nascita come repubblica. Avrebbe sentito l’odore della muffa consociativa che ha reso questo paese un paese di arruffapolli statalisti e assistenzialisti, affamati di spesa pubblica. Ma gli occhi – Saviano – li ha tenuti chiusi, e ha continuato a predicozzare retorica: «Dobbiamo smetterla di sentirci una minoranza di persone perbene in un Paese di criminali. Il Paese è perbene, con una minoranza di criminali».
Che perle di saggezza! Ma chi è poi la maggioranza delle persone perbene e chi è la minoranza di criminali? Sarebbe stato interessante che lo scrittore l’avesse spiegato, anche perché altrimenti il suo è solo un ragionamento furbescamente sofistico che nasconde uno schematismo banale nella comprensione della società italiana. Lo stesso schematismo che peraltro viene proiettato all’estero dai giornali della sinistra, causando al nostro paese un danno di immagine enorme. Lo stesso schematismo in voga nella cultura post-comunista che evidenzia (ancora una volta) un concetto inaccettabile e falso: noi (la sinistra o gli antiberlusconiani) siamo i buoni e gli intelligenti; gli altri (i berlusconiani o chi non si riconosce nella sinistra) sono i cattivi e gli stupidi.
In verità, politicamente parlando, non ci sono né buoni né cattivi. Ci sono solo persone che desiderano il progresso e la modernità, e che per questo sono capaci di interpretare e accogliere l’evoluzione della costituzione materiale di questo paese, espressa nel centrodestra; e ci sono persone che invece vogliono lasciare tutto così com’è, attaccandosi ai formalismi costituzionali di una carta che ha una forte impronta marxista-leninista, e che finora ha solo garantito privilegi e potere a quei settori della società che oggi più di ieri si ribellano a qualsiasi riforma istituzionale e sociale, sostenendo e facendosi promotrice dei pensatori come Saviano, così comodi per la loro causa immobilistica, contrabbandata per difesa della democrazia.
Una cosa comunque è certa. Per quanto Saviano e compagni intellettuali si lamentino, facciano manifestazioni, scrivano libri di parte, intervengano in ogni salotto televisivo a denunciare una compressione della libertà (che la loro onnipresenza, spesso prezzolata, nei maggiori pulpiti telemediatici contraddice ogni giorno), gli italiani hanno già capito da tempo come funziona il nostro paese. Per cui, che si rassegnino nei loro desideri restauratori e conservatori: quando arriverà il momento dell’urna, continuerà a vincere la voglia di modernità. Che poi la si qualifichi minoranza criminale o maggioranza di beoti, poco importa. Indietro non si torna…


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