Magazine Diario personale

Scegliere

Da Maddalena_pr

Scegliere

Fuori fiocca grosso. Sbuffano cotoni.

Si era detto che oggi mi lasciavo alla domesticità. Che sarebbe quel bighellonare di una che se lo può concedere. Leggere – che se gli sposti l’accento diventa un termine di levità -, riposare, aspettare i bambini.

Ma è difficile. Anche nei giorni che scalcio le pianificazioni, incespico in qualcosa da risolvere. E qualcosa da risolvere diventa molto a cui pensare. E poi fa come questa neve: cresce.

Sono io che mi sfoco. Poi tornano i figli e ho le zampe a mollo. Di quelle pozze in cui sono scivolata. Magari, invece, di grandi intuizioni: ci sono le volte che faccio spazio al nulla, e poi ci cade dentro un’ispirazione. E la prendo, e ancora rimando quel loro beccare continuo: “Mamma…”

Ci sono momenti che vedi il figlio di turno gironzolare, scodinzolare. Sta lì e non molla finché non glielo domandi: “Dimmi, hai bisogno di me?” Evadi la richiesta e quando se ne va di là i suoi occhi li ha lasciati accanto al mio pc: quell’attesa di potermi interrompere. Quella pazienza che gli viene a galla di rado, e quando gli riesce ti senti colpevole.

Devi saperlo, quando fermarti.

Organizzare i tempi, dividere e imperare: la mattina per me, il pomeriggio per loro. Ma la testa e i sensi sono senza tempi.

Chi glielo dice, a quell’idea di un testo, che adesso no, adesso sto coi figli? Chi glielo dice, alla scelta su un possibile editore, che adesso non posso pensarci? Chi spiega alle mie stupide fisse che possono tempestarmi solo dalle 9.30 alle 13.30?

Eppure sfoglio i miei gesti, e so che

qualcosa posso migliorare. Per esempio gli automatismi,

quei meccanismi per cui parliamo mentre ci vestiamo, sappiamo lavarci i denti mentre facciamo progetti per domani, cantiamo sotto la doccia, o quando guidiamo.

Sai cosa faccio ogni mattina? Quando Sarah va in bagno ci mette almeno dodici minuti, in fondo ai quali la mia sola occupazione sarà sollecitarla: “Sarah sta diventando tardi, sbrigati”. Nei primi otto o nove, però, apro Facebook e la posta elettronica. Ho già lavato le tazze della colazione e infilo i social in quella finestra che tanto qualcosa devo metterci: così mi porto avanti. Così poi farò cose di concentrazione quando la casa si vuota.

Poi la casa si vuota, e tizio ha risposto su Facebook, e così rispondo a mia volta. Leggo qualcosa dalla bacheca, rispondo alla posta. E anche se sbrigo tutte queste cose e poi spengo tutto per mettermi a lavorare su qualcosa di serio (perché lo faccio), ad ogni pausa riapro.

E quando i figli sono a casa riapro ancora. Perché con loro intorno puoi fare solo piccole cose. Perché ti sembra stupido farne nessuna.

Facebook è la sigaretta senza fumare. La pausa, la scusa. Il gesto automatico. Come automatiche sono le sue notifiche.

Zuckerberg privilegia i contenuti di affetto, vuole dare questa svolta buonista, diminuire lo stress sull’utente, però intanto ti notifica tutto, per ogni virgola che un utente caga sotto una discussione ti arriva addosso un popup, le chat lampeggiano, le bacheche si aggiornano di continuo.

Finché rimandi una figlia, una bambina di 4 anni, per leggere la notifica di una ignota che ha aggiunto un commento a un post che non è nemmeno tuo.

E ti fai due conti.

Scegliere. Devi sapere quando fermarti, quello che puoi fare domani, quello che puoi fare “mai”.

E devi scegliere quello che conta.

Scorri le notifiche e scegli quelle che ti interessano davvero: apri solo queste. Fai scroll dei post: davvero vuoi leggere quel pezzo sui preparativi per portare fuori un cane, partecipare al sondaggio sui nomi possibili per il figlio di una sconosciuta?
Non lasciare i social aperti a oltranza, fai una sessione, e poi chiudi: le stesse cose saranno ancora lì stasera, anche se le vedi tutte in una volta sola, anziché in tempo reale. Quando hai un momento, decidilo: prima che quel momento sia il solito giro. Fare qualcosa su Facebook non per forza è più valido di non fare nulla. Chiudi il pc, che i bambini non crescano con quest’immagine di te su quel maledetto sgabello, davanti a uno schermo. Che sappiano di poterti interrompere, perché hai deciso che il pomeriggio loro hanno priorità assoluta. Che quando ti chiamano non stai così, di tre quarti: ti giri, scendi da quel diavolo di trespolo, liberi le mani, gli occhi, li guardi di fronte.

Questo puoi farlo. Non le emozioni, le ispirazioni, difficile gestire gli umori e i pensieri. Ma questo, almeno, ho cominciato a sceglierlo: nessun figlio, mai, è un disturbo se sono su Facebook.

Quando siamo coi figli, non sono loro, le notifiche da lasciar lampeggiare in attesa.


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