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Scrivere Breve - Roberto Calasso, Il Cacciatore Celeste

Creato il 09 febbraio 2017 da Faustotazzi
Scrivere Breve - Roberto Calasso, Il Cacciatore Celeste
Si scrive un libro quando si è precisato qualcosa che si deve scoprire, non si sa che cos'è né dov'è ma si sa che si deve trovarlo, allora comincia la caccia, si comincia a scrivere sequenze di segni fissati su un medium impalpabile di cui la carta è un'imitazione: la mente.
Al centro della mezzaluna fertile esisteva intorno al 10.000 avanti Cristo una popolazione di cacciatori raccoglitori dedita a erigere lastre di pietra del peso di varie tonnellate, coperte da rilievi con figure di animali selvaggi. Gobekli Tepe non era un luogo dove si abitava, serviva ad altro e nessuno può dire con certezza cosa. Le pietre squadrate, il perfetto cerchio in cui si dispongono, gli animali crescono sulle superfici delle pietre come se le lastre non potessero sussistere se non lasciando affiorare sulla loro superficie gli animali.
Gli animali osservarono gli uomini a lungo, perplessi. Si accorgevano che qualcosa stava cambiando, gli uomini non erano più un animale fra i tanti, che i grandi predatori assalivano e divoravano nella savana. Ora anche gli uomini assalivano e divoravano ma non lo facevano a mani nude, si servivano sempre di qualche strano oggetto: pietre, aste, picche. Quando gli uomini avanzavano nella boscaglia si avvertiva un odore speciale qualcosa di sgradevole e allarmante: erano i cacciatori.
Così dopo aver rotto i suoi legami con la vita ordinaria, protetto dal suo anonimato come da uno scudo, il cacciatore si avvia ad affrontare le forze misteriose della foresta. Quando è nella foresta, nella regione delle antiche forze ancestrali, il cacciatore sfugge alla giurisdizione della Chiesa ufficiale, rispetto alla foresta tutte le altre credenze sono qualcosa di recente, posticcio; le loro liturgie vengono sospese sul limitare della foresta e del suo silenzio. Difficile era uscire dalla caccia; lentamente, cautamente i cacciatori riuscivano a sciogliere i legami che avevano forgiato essi stessi, a dissociarsi da quel regno in cui erano penetrati, dove erano riusciti a rimanere e da cui uscivano come da un altro mondo.
Nella grande famiglia degli esseri compositi dell'arte mesopotamica gli esseri che deambulano a quattro zampe come animali vengono detti mostri, quelli che camminano con la tipica postura eretta dell'uomo vengono definiti invece demoni.
Mescolati alle truppe egizie di ritorno da una spedizione si trovavano gatti e falchi, li consideravano come prigionieri riscattati e ricondotti alla libertà.
Una notte il dio di Tebe gli disse in sogno che non avrebbe mai potuto regnare felicemente e a lungo se non avesse tagliato in due i corpi di tutti i sacerdoti e ci fosse passato in mezzo accompagnato da tutta la sua scorta. Il sogno si ripete più volte, a quel punto Shabaka convocò i sacerdoti da ogni parte dell'Egitto e disse loro che la sua presenza nel paese offendeva Dio perciò preferiva affidare la sua vita al destino, dopodiché restituì il regno agli abitanti dei luoghi e tornò in Etiopia.
Poi vide che anche l'anima aderiva necessariamente a qualcos'altro che le dava articolazione e forma, lo chiamò mente. Prima della mente c'era l'uno, quello era immobile, non aveva bisogno di nulla, non dipendeva da nulla e non era la mente ma qualcos'altro, senza di cui però la mente non poteva sussistere. Come aveva avuto origine la mente da quella totale immobilità? Grazie a qualcosa che somigliava a un movimento senza esserlo, un volgersi dello sguardo dell'uno verso se stesso, in quel momento nasceva la mente: era lo sguardo dell'uno rivolto a se stesso, l'autoriflessione.
In una vasta parte di ciò che avviene, l'incompletezza non è un argomento deterrente, si può andare avanti per approssimazioni successive. Simulazione, imitazione, possessione, metamorfosi sono la rosa dei venti della psiche. "Rifletto", disse. "E' cosa molto diversa da quella pratica che consisteva nel consultare gli spiriti? Aspettare davanti a un tavolo o invece davanti a ciò che si chiama noi stessi".
Due esperimenti non dovrebbero mai dare risultati identici si sfugge a questo attraverso la nozione di trascurabile ma il trascurabile è il mondo. 
Il pilota - se conosce la sua arte - sa assecondare la tempesta, sa seguirla, sa adattarsi alla sua potenza. L'unico intervento umano possibile nell'ordine delle cose sarebbe solo un modo di cospirare, appena deviandola, con la tempesta del mondo.
Nel secolo ventunesimo le stragi hanno sostituito i sacrifici, punteggiano il corso del tempo così come le cerimonie sacre punteggiavano il corso circolare del calendario. La strage offre una certezza: la garanzia dell'efficacia e l'ancoraggio sicuro del significato. La certezza che l'uccisione sia l'unico fondamento incrollabile, l'unico gesto provvisto di un senso sicuro.

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