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Se lo stage assomiglia troppo a un lavoro…

Creato il 03 maggio 2018 da Propostalavoro @propostalavoro

Se lo stage assomiglia troppo a un lavoro…

Nella sua recente circolare (n. 8 dello scorso 18 aprile) l’Ispettorato Nazionale del Lavoro invita gli organi di vigilanza a concentrarsi sulla genuinità dei rapporti di tirocinio. Secondo l’ente, “l’organizzazione dell’attività dei tirocinanti può presentare aspetti coincidenti con i profili dell’etero-direzione che tipicamente connotano i rapporti di lavoro subordinato”. In altre parole, l'Ispettorato teme che aziende in malafede nascondano, dietro ad apparenti tirocini, dei veri e propri rapporti di lavoro. Autorizzazione preventiva per le assenze, organizzazione del lavoro in turni, sanzioni disciplinari sono tutti elementi di un normale rapporto di lavoro che al tirocinio devono rimanere estranei. Questo è giusto, ci insegnano, perché lo stage (o tirocinio) è un rapporto formativo, non di lavoro. Un'azienda apre al tirocinio perché ha capacità formativa, non per portare a termine delle mansioni.

Perché queste commistioni fra tirocinio e lavoro? La confusione regna non solo nelle aziende, ma anche negli stessi soggetti deputati a regolamentare i tirocini. Ad esempio, nelle nuove Linee Guida per il tirocinio extracurricolare si dispone che un soggetto ospitante non possa aprire a nuovi tirocini se questi prevedono, nel piano formativo, attività "equivalenti a quelle per cui lo stesso ha effettuato (…) nei 12 mesi precedenti (…)  licenziamenti per giustificato motivo oggettivo". In che senso “attività equivalenti”? Attività formative e di lavoro possono essere equivalenti? E perché un'azienda dovrebbe perdere capacità formativa, dopo un licenziamento per giustificato motivo oggettivo per fine appalto o per superamento del periodo di comporto?

In questi termini, si pone un'altra questione spinosa: sarebbe giusto premiare l'assunzione a tempo indeterminato dei tirocinanti? Di certo sì, se si considera il tirocinio come porta d’ingresso per il mondo del lavoro. Ma forse no: perché vorrebbe dire, di nuovo, fraintendere lo scopo del tirocinio. Significherebbe, quasi sicuramente, chiudere la porta ad altri tirocinanti, eliminare un posto libero per un nuovo stage. Eccezion fatta per le grandi aziende, infatti, il piccolo-medio imprenditore italiano difficilmente attiverebbe nel breve periodo un nuovo tirocinio se ne avesse appena stabilizzato un altro.

Cambiando prospettiva, la direzione giusta potrebbe essere quella di pensare al tirocinio come ad una “porta girevole”. Si entra in azienda da tirocinanti per uscirne formati, anche subito dopo. L'esito più desiderabile del tirocino è la competenza, non la stabilizzazione. Bisogna essere chiari: attivando un tirocinio, l’azienda non deve coprire inefficienze organizzative con un risparmio di costi indebito, ma privilegiare la formazione e l’arricchimento del curriculum di alcune fasce deboli di popolazione, che una volta terminato il percorso sono inserite nel mondo del lavoro, non necessariamente nell'azienda ospitante.

La sovrapposizione delle regole sul tirocinio a quelle sul lavoro non portano grande chiarezza. Di certo, rimane la convinzione che prima o poi il legislatore dovrà scegliere che strada far prendere al tirocinio, formazione o inserimento lavorativo, perlomeno finché non saranno l’attività di vigilanza o le novità degli operatori a decidere per lui.  

di Paolo Ballanti e Simone Caroli


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