Se si sceglie ciò che dura

Da Marcofre

Rispondere a una domanda di questo tipo non credo che sia possibile. È come se chiedessero: “che cos’è la vita?”. Perché un racconto di quello parla, della vita, però non è affatto semplice spiegare con precisione di che cosa si tratti.
Di tutto un po’, verrebbe da replicare.

Di solito il buonsenso invita a dire: il racconto è un romanzo breve. O una storia che si sviluppa in poche pagine: dieci? Quindici? O ventidue pagine?
Di certo la dimensione dello scritto ha la sua importanza, eccome.

Parliamo di forma, mentre sappiamo che la narrativa che dura, che attraversa i decenni, si occupa di sostanza: carne e sangue. Forse è qui che dobbiamo concentrare la nostra attenzione, o meglio: sulla storia. Perché il nodo di tutto, il cuore della questione è appunto la storia. Che poi sia lunga o corta, è abbastanza secondario. Però ci sono storie che hanno un taglio ben netto. Di solito hanno denti aguzzi, e mordono.

Come diavolo riescono a incidere nelle carni del lettore?

Tutto parte più o meno da un’azione, un evento, un personaggio. Subisce o fa qualcosa. Agisce e reagisce all’azione e al fatto. Può essere una spiegazione? Solo a prima vista.
Perché sappiamo bene (o dovremmo saperlo), che la narrativa non è UNA, ma ce ne sono di almeno di due tipi. Quella che intrattiene, e quella che dura.

Tocca al singolo (lettore) fare la sua scelta, così come spetta al singolo (autore) decidere da che parte stare. Allora, diciamo che si è deciso per la narrativa che dura. Non è detto che ci saranno lettori, o forse ci saranno ma saranno una minoranza, e se si fosse scelto l’altro cammino la faccenda sarebbe stata differente.
A volte (di rado però), il successo arriva: Dostoevskij non scriveva libercoli facili, però vendeva. Idem Tolstoj. E vogliamo dimenticarci del buon Charles Dickens?

Ma se si sceglie ciò che dura, allora l’azione, il suo sviluppo o la sua manifestazione non sono che varchi spalancati su quello che c’è oltre la forma, le apparenze. Vale a dire la complessità dell’essere umano, la sua tenebra, il mistero.

A quel punto diventa inutile (e forse persino ridicolo) il pensiero dello scrittore (anche perché già c’è, e lo si trova proprio nella scelta che ha compiuto). La sua opinione.
E non parliamo poi dei sentimenti.

Diventa secondario il dibattito su cosa sia un racconto, mentre assume la sua importanza la storia. Questa può svilupparsi in ventinove pagine, o 431: l’essenziale è che spalanchi una porta sul mistero. Occorre probabilmente una maggiore capacità di controllo della parola, se questa deve dispiegare la sua potenza in quattordici capitoli da trenta pagine l’uno. Non sono consentiti sbalzi repentini, o scivolate troppo evidenti; ma avremo gli uni e le altre, statene certi.

Nel racconto il rischio di sbagliare esiste eccome; sulla breve distanza una sbavatura di troppo può essere fatale. Il congegno deve possedere la forza necessaria per scavare, per colpire il lettore.

Il quale (lettore) spesso si comporta davanti al libro (racconto o romanzo che sia), quasi che fosse alle prese con una forma di vita aliena. Perciò vuole sapere in due parole di cosa si tratta. Magari l’autore ha speso un anno a scrivere, rileggere e riscrivere. Ha perso i capelli, è ingrassato, si è separato dalla moglie, e deve pure spiegare in due parole (perché il tempo è poco, c’è sempre tanto da fare, vero? E non ci sono più le mezze stagioni, signora mia), cos’è che lo ha spinto ai margini della società.

Questo genere di domande da parte del lettore, non arrivano perché l’argomento è troppo difficile: bensì perché gli è stato insegnato ad apprezzare le cose semplici. Lui non lo sa: ma è stato fregato. Gli hanno insegnato a pretendere la facilità, non la semplicità. Se qualcosa (una storia per esempio) a naso risulta non facile, si chiedono le spiegazioni. Ottenute queste, ci si allontana.

Tanto è colpa dello scrittore che se la tira. Che scrive difficile.
No: è che l’individuo è stato educato a restare alla superficie delle cose. Sotto, non c’è niente e se c’è qualcosa non deve scervellarsi per capire. Non ci riuscirà mai, e poi non è compito suo. Alla fine, si comprende quanto sia difficile scrivere in un certo modo (profondo), invece che in un altro (superficiale). E diventa evidente che trovare un po’ di consenso può essere arduo.


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