Seconda Puntata Orlando Furioso: (ottave 2, 3 e 4) Commenti selvaggi e sproloqui affettuosi

Creato il 13 dicembre 2011 da Gaetanocelestre @GaetanoCelestre

Se i temi per primi elencati – nella ottava iniziale – tra quelli da trattare nel corso della “favola” ariostesca, sono riferibili al raffronto corporeo e relazionale tra donne e uomini (fimmini e masculi), espressione di quella mistura alchemica di ciclo bretone e carolingio che poi è l’umanità stessa nel suo vivere quotidiano (il gioco folle di Erasmo), per conoscere nello specifico ciò di cui si parlerà appresso bisogna aspettare la seconda ottava (e quelle immediatamente successive, ovviamente).

Solo una cosa voglio chiarire, prima di rimettermi a passeggiare oziosamente in questa selva luminosissima e frondosa di verde fogliame carico di rugiada che è il bosco labirintico dell’Orlando Furioso. Se ho parlato di favola, poco più su, è per un motivo ben preciso. Ed è il riferimento che voglio fare ad uno dei miei libri preferiti da sempre: Il Consiglio d’Egitto di Leonardo Sciascia. Nel suo discorso quasi finale, Don Giuseppe Vella (una figura molto vicina a quella dell’Ariosto, almeno per come lo descrive Sciascia), dopo averlo già fatto nel corso dell’opera, così si pronuncia ancora una volta sul concetto di Storia: “Solo le cose della fantasia sono belle, ed è fantasia anche il ricordo. Malta non è che una terra povera e amara, la gente barbara come quando vi approdò San Paolo. Solo che nel mare, consente alla fantasia di affacciarsi alla favola del mondo musulmano e a quella del mondo cristiano: come io ho fatto, come io ho saputo fare. Altri direbbe alla storia: io dico alla favola…”.

E credo non ci sia altro da aggiungere in merito.

Veniamo nuovamente al Furioso. I versi:

2
Dirò d’Orlando in un medesmo tratto
cosa non detta in prosa mai, né in rima:
che per amor venne in furore e matto,
d’uom che sì saggio era stimato prima;
se da colei che tal quasi m’ha fatto,
che ‘l poco ingegno ad or ad or mi lima,
me ne sarà però tanto concesso,
che mi basti a finir quanto ho promesso.

3
Piacciavi, generosa Erculea prole,
ornamento e splendor del secol nostro,
Ippolito, aggradir questo che vuole
e darvi sol può l’umil servo vostro.
Quel ch’io vi debbo, posso di parole
pagare in parte e d’opera d’inchiostro;
né che poco io vi dia da imputar sono,
che quanto io posso dar, tutto vi dono.

4
Voi sentirete fra i più degni eroi,
che nominar con laude m’apparecchio,
ricordar quel Ruggier, che fu di voi
e de’ vostri avi illustri il ceppo vecchio.
L’alto valore e’ chiari gesti suoi
vi farò udir, se voi mi date orecchio,
e vostri alti pensieri cedino un poco,
sì che tra lor miei versi abbiano loco.

Che vi devo dire, cari lettori, che per poter scrivere di queste ottave dovrei moltiplicare le pagine già scritte precedentemente per la sola prima ottava? E potrei io fare qualcosa del genere, quando ci attendono cose ben più serie nella vita non-scritta? Mi riferisco agli aperitivi, le discussioni tra amici e insomma tutto ciò che l’Ariosto descrive e ci consiglia nella sua opera stessa.  Per cui, non si perda tempo, inizio subito da Orlando:

Ciò che in un medesimo tratto sarà detto d’Orlando, la “cosa” che verrà raccontata e che non era mai stata detta prima (ad esempio dal Boiardo che invece lo faceva innamorare): non è altro che la pazzia. Motivo portante di gran parte della letteratura a noi nota: Achille e la sua ira funesta, Oreste preso dalle Erinni, Don Chisciotte, Edgar il figlio illegittimo del conte di Gloucester, l’Enrico IV caduto da cavallo e tanti altri che chiunque si può divertire ad aggiungere alla lista. La Pazzia, sia essa sincera o simulata, provocata o meno, è motivo così ricorrente perché permette di risolvere situazioni irrisolvibili. Non mi dilungo oltre perché questo è argomento che ho già trattato in altro scritto (link).

In poche parole, ve lo immaginate un ragazzotto un poco cresciutello, iscritto ancora all’università, magari un tantino fuoricorso, che per l’ennesima volta viene rimandato ad uno stesso esame già più volte tentato (quantifichiamo per convenzione a 18 tentativi)? Magariè anche una materia di primo anno, eh? Beh, una persona normale si alzerebbe dalla sedia, con un mezzo sorriso di circostanza, direbbe “buona giornata” e se ne andrebbe mestamente, no? Che fareste voi?

Oppure immaginiamo un dipendente, un impiegato in qualche ufficio, che riesce ad essere assunto dopo secoli di concorsi senza raccomandazioni. Vincitore di concorso per miracolo divino, per volere del compassionevole donnaiolo Zeus o chissà chi altri tra i più piacirusi olimpici divi. Dunque viene assunto e si ritrova ad essere sottoposto a mobbing continuo, giorno dopo giorno – per anni – da parte di colleghi che sono lì magari perché pro-cugini dell’usciere del palazzo dello zio dell’onorevole di turno. Lavoratore costretto a subire una sudditanza di fantozzesca memoria. Sono cose di tutti i giorni, no?

Ma ammettiamo adesso che l’universitario, al diciannovesimo tentativo diventi pazzo, o si finga tale perlomeno. Chi avrebbe il coraggio di recriminargli nulla, se questo d’un tratto si mettesse a liberare la propria vescica piena d’umori sì negativi, sciogliendo dolcemente da ogni vincolo il fumante caldo liquido sui mocassini neri del professore?

E Fantozzi? Si potrebbero scrivere volumi e volumi, trattati, sulla sua partita a biliardo con il Megadirettore Castellani: Al ventottesimo coglionazzo e a 49 a 2 di punteggio, Fantozzi incontrò di nuovo lo sguardo di sua moglie. FANTOZZI: mi perdona un attimo? Vorrei…vorrei fare un tiro adesso! (link)

Ed è anche per questo motivo che Ludovico Ariosto va a riprendere il poema del Boiardo ed il tema del matrimonio tra Ruggiero e Bradamante, da cui prese vita la stirpe estense. Intendiamoci, il Boiardo lo faceva seriamente, l’Ariosto un po’ meno. Sì, la corte estense dai versi qui sopra riportati ne vien fuori magnificata, ma solo ad una lettura disattenta e non contestualizzata (e qui il termine ha solo vaga parentela con l’intento vescovile in merito alle bestemmie di tipo  governativo).

Le ragioni scatenanti stanno tutte nelle vicissitudini di cui parlavo nella prima puntata di questo strambo commento al Furioso:  Il servizio presso il duca Alfonso d’Este e la sufficienza con cui veniva trattato da Ippolito (un alto prelato, come quello della blasfemia contestualizzata, guarda caso).

Ludovico era appunto segretario del Cardinale, al momento della stesura di questi versi: “Piacciavi, generosa Erculea prole, ornamento e splendor del secol nostro, Ippolito, aggradir questo che vuole e darvi sol può l’umil servo vostro.”

La reazione del prelato fu derisoria, definendo mere corbellerie le fantasie poetiche del suo dipendente. Figurarsi, i potenti, loro non pensano a queste stupide frivolezze. Qui c’è da guadagnar denaro o potere, altro che poesia ed erculea prole (a chiarimento: Ippolito d’Este, Cardinale, era figlio di Ercole I e fratello di Alfonso I). Si sentivano furbi (e lo si sentono ancora oggi), i potenti del mondo, quando dicono che la cultura non garantisce il pane (quotidiano?). Invece non capiscono che è solo per mezzo della cultura che ci possono tener a bada. L’uomo ha bisogno di sognare, di poetare, sia per rivoluzionare che per starsene seduto. Forse è per questo – io penso – che i più furbi tra questi potenti, quando dicono che la cultura non fa mangiare, lo dicono non credendoci loro stessi. È che oggi in effetti per sognare c’è la TV. Il poetare, in se stesso, sarebbe già sin troppo rivoluzionario e complicherebbe la situazione mentale di chi si trova già seduto comodamente su una poltrona dinanzi ad un megaschermo. Un telespettatore che si alza è qualcosa di estremamente pericoloso. Ma il discorso è lungo e sarà approfondito in corso d’opera, tra l’altro con le parole stesse del poeta.

E così l’Orlando Furioso è il triplo filotto reale ritornato con pallino dell’Ariosto. “Quel ch’io vi debbo, posso di parole pagare in parte e d’opera d’inchiostro; né che poco io vi dia da imputar sono, che quanto io posso dar, tutto vi dono.” Proprio quello che dicevo qualche riga più su: l’umile servo della corte estense magnifica i suoi padroni, ma per prenderli in giro; l’umile servo si prostra e si proclama debitore dei suoi datori di lavoro, ma mentre china il capo – celando gli occhi vivi e trattenendo il sorriso a stento – gli dice:

ma sulu cchiè paroli vi ripaju (e hata virri cchi paroli). Pirchì sulu chisti c’haiu (e sulu chisti vi meritati, vi fazzu virri ju i corbellerie). E nun pinsati ca li paroli su picca cosa( pirchì iè macari assai ppi viautri).

Chi aveva orecchi – ma sarebbe meglio dire occhi – da intendere poteva intendere. A buon intenditore poche parole, chi va con lo zoppo…no, no quest’ultima non c’entra niente…

Comunque presumibilmente qualcuno intese. Fantozzi la vinse la partita a biliardo, ma si giocò la possibile scalata in ufficio. La stessa cosa accadde all’Ariosto. Di ciò mi rendo conto valutando e ponderando i c.d. premi conseguiti nel corso degli anni: tanti pericolosi incarichi di governo, il periodo in Garfagnana (di cui ho già accennato) e vessazioni varie.

Quante furono le inascoltate richieste del poeta mentre, povero disgraziato, si vedeva costretto – sotto la veste di Governatore nei territori estensi – a far rispettare quelle ben note soperchierie feudali che prendon talvolta nome di Legge? La richiesta dell’Ariosto era solo una, in realtà: maggiore tranquillità. Fu esaudita solo sul finire della sua vita, dal 1525 al 1533 (data finale per la presenza corporea del poeta sulla terra) con la nomina a sovrintendente agli spettacoli di Corte, in Ferrara.

E detto tutto ciò, ditemi se secondo voi bisognava pure celebrarla ‘sta stirpe estense?

Ad ogni modo, ciò doveva avvenire per mezzo di Ruggiero e Bradamante (lo aveva detto il Boiardo). Di lei (Bradamante) ne parleremo a momento opportuno. Per quanto riguarda Ruggiero, intanto accenniamo che era figlio di Ruggiero II di Risa, meglio nota oggi come Reggio Calabria.

Già già, ora andateglielo a dire, lì al nord, che le loro stirpi vengono dal sud! Apprendiamo di questa denominazione – Risa – sia da fonti di epoca normanna che dalla stessa Chanson d’Aspremont (Aspromonte), da cui un po’ tutta questa storia prende avvio. Non dimentichiamo che è proprio sui monti calabresi che viene iniziato il giovane Orlando. Ruggiero ha per mamma Galaciella, una saracena convertitasi al cristianesimo per amore di Ruggiero II. Ruggiero figlio, ritrovandosi maomettano per motivi che si diranno più avanti nelle prossime puntate, sarà costretto a riconvertirsi al Cristianesimo per sposare Bradamante. Sì, sembra un po’ beautiful in salsa carolingia ma – se si prende nel senso giusto – rende l’idea di quanto talvolta possiamo esser imbecilli nelle nostre prese di posizione. Che anche qui ci sia ironia da parte dell’Ariosto, mi pare innegabile.

L’amore che è vero amore travalica il senso di appartenenza a fedi diverse, soprattutto nella consapevolezza che in fondo siamo tutti sotto lo stesso cielo.

Il popolo di questi problemi non ne aveva, ovviamente. Si pensi che fino alla controriforma, per la valida celebrazione di un matrimonio, non era neanche richiesta una forma ad substantiam. Dunque bisognerà aspettare precisamente l’anno 1563 (ad Ariosto già morto) ed il cosiddetto decreto Tametsi, per una forma ufficiale – ed imposta – di matrimonio. Diciamo che a posteriori se ne sarebbe anche fatto a meno, ma all’epoca aveva un suo senso che qui non è il caso di indagare.

Ciò che voglio dire è che questo fatto del convertirsi o meno, era legato tutto ad esigenze di etichetta (che sottintendevano però interessi molto materiali, si capisce. Quali l’appoggio del clero, ad esempio), tutte cose da fatui nobiluomini e prive di connessioni dirette col mondo del quotidiano popolare. Mi dilungo:

Ruggiero è discendente a sua volta d’Astianatte, il figlio di Ettore, ciò viene fuori ancora dall’Orlando Innamorato. Era il solito discorso di creare discendenze onorevoli e nobilissime. Lo aveva fatto Omero coi suoi eroi. Lo aveva fatto programmaticamente Virgilio, in epoca Augustea – per esigenze di governo -  con Enea capostipite della gens Iulia e dunque di Augusto. Era stato fatto tante volte nell’antico testamento, come nel vangelo, con le genealogie di Gesù Cristo (Matteo 1, 1-16 e Luca 3, 23-38). Fu fatto anche nel Corano ovviamente, che accetta anche le genealogie bibliche senza batter ciglio. Lo fece Ariosto e lo vedremo anche in altri casi, precisamente quando Merlino farà conoscere a Bradamante tutta la sua futura discendenza. Per adesso andiamo avanti:

se voi mi date orecchio, e vostri alti pensieri cedino un poco, sì che tra lor miei versi abbiano loco.”

Con queste parole fa di nuovo capolino l’ironia. Chissà quali erano questi alti pensieri dei nobili potenti, chissà se non erano gli stessi pensieri degli odierni potenti? Chiede l’Ariosto che  i signori estensi (ma anche il terzo lettore eventuale, sia chiaro) gli prestino attenzione e che i lor pensieri prendano posto tra i suoi versi. È malcelato l’astio dell’Ariosto, altro che gentilezza. Solo uno sprovveduto crederebbe questa una invocazione ed una gentile richiesta a quelle altolocate orecchie (e per il terzo lettore eventualmente malevolo, rispondo con cu si puncia arretri). Orecchie solo intente ad udire tintinnante moneta e sordidi imbrogli di corte, queste sono le orecchie cui si richiede attenzione?

Si mi vuliti degnari ri sintirimi, ori vi ricu ju quattru cosi!”, questo era il reale pensiero di Ludovico Ariosto.

E ora concludo:

se da colei che tal quasi m’ha fatto, che ‘l poco ingegno ad or ad or mi lima, me ne sarà però tanto concesso, che mi basti a finir quanto ho promesso.”

Questa è l’unica nota gentile delle ottave prese in considerazione oggi. Una vera, anzi la sola vera dedica di questa sua opera. La colei che raschia la capacità intellettiva del poeta ad ogni ora, come con una lima; la donna cui l’Ariosto appassionatamente qui dichiara la sua pazzia d’amore, cui chiede di concedergli quel tanto di ragionamento bastante a concludere l’opera che s’appresta a narrare; è Alessandra Benucci. Non approfondisco sul personaggio poiché credo sia figura rinvenibile persino su wikipedia. Qualche professorone di quelli che si commuovono a leggere i versi danteschi su Pia de’ Tolomei, probabilmente avanzerebbe l’ipotesi che si tratta invece di una colei idealizzata, alla Beatrice per dire. D’altronde il Tasso (che è successivo all’Ariosto) se le sparava ancora cose del genere. Nel caso qualcuno vi dica qualcosa di questo tipo, mandatelo a bersi una gassosa e che non rompa oltre gli zebedei. Lo dicevo la scorsa volta e lo ripeto, qui non ci sono idealizzazioni. È tutto reale, talvolta anche corporeo quanto e più si possa ricordare delle novelle del Boccaccio. Una curiosità che giustifica tutto il mio discorso sui discorsi e sulla sua presunta vanità formale, è data dal fatto che Ludovico Ariosto sposò la Benucci in segreto, senza tanti fronzoli e pubblicità (lo ripeto era cosa possibile all’epoca, quando per la Chiesa bastava ancora la semplice promessa verbale di vivere insieme, a render serio e credibile una intenzione come quella matrimoniale).

Per quanto riguarda Orlando ed i motivi incipienti della sua pazzia, ne parleremo diffusamente alla prossima puntata. E ora tutti a fare aperitivo…

Gaetano Celestre

Pose mano al lavoro nel 1505, al suo trentunesimo anno, e vi si seppellì per dieci anni, e spese tutto il rimanente della vita ad emendarlo. Si racconta che andasse sino a Modena in pianelle, e non se ne accorse che a metà della via. Altri fatti si narrano della sua distrazione. Che cosa c’era dunque nella sua testa? C’era l’Orlando Furioso. Niuna opera fu concepita né lavorata con più serietà. E ciò che la rendeva seria non era alcun sentimento religioso o morale o patriottico, di cui non era più alcun vestigio nell’arte, ma il puro sentimento dell’arte, il bisogno di realizzare i suoi fantasmi.” (Francesco De Sanctis)

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