Magazine Cultura

Sense8

Creato il 30 maggio 2016 da Margheritadolcevita @MargheritaDolcevita

E’ da un mese abbondante che non scrivo, non pianificavo di farlo nell’immediato ma ieri ho visto i video di un Gay Pride in Brasile dove c’erano i protagonisti di Sense8, mi è tornata la scimmia e quindi ho pensato che fosse il caso di parlare di questa serie tv con un entusiasmo che, vi avviso, è esagerato e infantile.

sense8_wallpaper_by_alexlima1095-d8xiqy9

Sense8 è una serie originale Netflix, i primi 12 episodi sono stati rilasciati lo scorso anno, i prossimi dicono fine 2016 o direttamente nel 2017. E’ una serie drammatica / fantascientifica ideata da Lana e Lilly Wachowski (quelli di Matrix nel frattempo diventate quelle). Non avevo assolutamente intenzione di vederla. Non mi interessava proprio. Non sapevo nemmeno di cosa parlasse. Avevo letto fantascienza e quindi tanti cari saluti. Poi per caso su Twitter linkano una scena del quarto episodio, per molti LA scena, quella che funge da chiave di volta, e dato che la canzone della scena è What’s up dei 4 Non Blondes (cioè una delle canzoni più fighe dell’universo mondo) mi sono detta Ma sì, vediamo sto video e al limite mi riascolto una delle canzoni più fighe dell’universo mondo. E niente, in questa scena ci sono alcuni individui, tutti in posti separati, che la cantano, assieme, non si sa bene per quale motivo. E’ una scena che si è già vista altre volte, se vogliamo non è nulla di originale (come quelli che mettono a cuore le pagine dei libri e fanno la foto e ooooh un cuore ♥ ) però oh, che vi devo dire, realizzata in quel modo, con quella canzone, con quei protagonisti così fighi, a me ha fatto venire voglia di guardare la serie.

Facciamo un passo indietro allora, cerchiamo di scrivere alla bell’e meglio la trama di Sense8 (che si legge Senseit e non Sensotto, e adesso che l’ho detto immagino leggerete Sensotto). La trama, già. Allora. Nel presente, ci sono 8 persone in giro per il mondo. Due americani, una coreana, un tedesco, un messicano, un’indiana, un’islandese e un keniota. La peggior barzelletta di sempre. Ok. Questa cosa fa ridere solo me. Non importa. Dicevo, 8 persone. Non si conoscono, fanno tutti lavori diversi, hanno stili di vita diversi, problemi diversi, religioni diverse, tutto diverso. Improvvisamente, per un motivo che vedrete voi, si ritrovano connessi tra di loro, una sorta di telepatia che permette loro di sentire (verbo da usare nel significato più ampio possibile del termine) quello che fanno, vedono, ascoltano, provano gli altri. Questa connessione telepatica ed empatica si manifesta in molti modi e agisce materialmente nella loro vita di tutti i giorni. Chiaramente la trama non si ferma qua, c’è un’organizzazione di cattivi che dà loro la caccia e vabbè non aggiungo nient’altro, ve la dovete guardare.

Sentire è un verbo importante, sia all’interno della serie sia per chi ne è spettatore. Nel famoso post dell’anno scorso, quello con l’elenco delle serie tv di cui avrei parlato, Sense8 era listata come non per ditini alzati e in effetti la questa serie mi serve per spiegare meglio il concetto di ditino alzato. Sense8 è una serie fatta di suggestioni, di emozioni, è una serie da sentire più che da analizzare e a cui fare le pulci. In particolare le critiche/obiezioni che generalmente le vengono fatte sono tre: l’uso della lingua inglese, la poca comprensione, gli stereotipi. Partiamo dall’inglese: tutti i personaggi parlano inglese. Sia quando interagiscono tra di loro sia quando sono nella loro vita normale nel loro paese. Per cui l’indiana parla in inglese con suo padre. La coreana idem. I messicani in Messico parlano inglese. E’ una scelta. Hanno scelto così. E’ una cosa poco realistica? Ah, sicuramente, non ha nulla a che vedere con la realtà. E’ una scelta di comodo? Sì, sicuramente pure questo, è più comodo per il pubblico USA assolutamente non abituato ai sottotitoli avere tutto in inglese. Come l’hanno giustificata gli autori? Beh, hanno detto quello che in realtà moltissimi scrittori di teatro da secoli fanno nella pratica: in Corea loro parlano coreano, noi sentiamo l’inglese perché per noi è comodo così, ma in realtà loro parlano coreano (nel Phèdre di Racine parlano in greco, noi sentiamo il francese perché l’autore è francese ma loro sono greci quindi parlano greco). Questo è confermato dal fatto che non appena due sensate di due parti del mondo opposto si incontrano non subito si capiscono, perché in realtà loro non stanno parlando inglese sul serio. Io il fastidio lo capisco, nel 2016 è comprensibile. Siamo abituati alla lingua originale, qualsiasi lingua originale, addirittura prestiamo caso agli accenti perché se sei in Texas devi usare quell’accento lì, non basta che sia inglese. Però ‘sta cosa dell’usare la lingua che fa più comodo si fa veramente da sempre, nessuno ha mai detto nulla e ci sta che loro abbiano scelto così, dal momento che non è una serie che fa dell’aderenza alla realtà il suo cavallo di battaglia. Passiamo alla poca comprensione: sì, nei primi due/tre episodi si capisce poco. C’è un po’ di confusione, ci sono tanti personaggi distanti che fanno le loro cose e non è che sia tutto molto chiaro. Anche io ero confusa ma mi sono accorta che il primo episodio (65 minuti) era volato quindi andava bene perché se vola un episodio in cui non capisci una mazza figuriamoci quelli dopo. Quindi andiamo oltre: gli stereotipi. Sì, i personaggi sono veramente MOLTO stereotipati. Cioè il messicano è MOLTO messicano, in tutto quello che fa (ovviamente fa l’attore di soap opera), la coreana è MOLTO coreana, l’indiana è MOLTO indiana etc etc. E’ tutto talmente MOLTO che è chiaro che è una cosa voluta, tanto che il bello è vedere come giocano con questi stereotipi, come li fanno incontrare e scontrare, perché funziona meglio sotto ogni punto di vista (per questo tipo di serie, sia chiaro) se ad interagire sono una coreana fredda ed esperta di arti marziali e un keniota ciarliero fan di Van Damme.

Com'è indiana l'indiana e com'è tedesco il tedesco

Com’è indiana l’indiana e com’è tedesco il tedesco

Com'è messicanamente messicano il messicano

Com’è messicanamente messicano il messicano

Quindi io queste tre critiche/obiezioni dei miei amici ditini alzati le capisco eccome, ho un po’ cercato di argomentare le mie risposte ma sono critiche condivisibili. Ma non è lo spirito giusto con cui guardare la serie. Se uno vede i primi episodi e non fa altro a che pensare al fatto che parlano tutti inglese e al fatto che oh sta cazzo di indianina la potevano fare un po’ meno indiana no? E ti pareva che la coreana non facesse *inserire arte marziale orientale*… allora non la sta guardando con gli occhi giusti e quindi non è la serie per lui. Perché per apprezzarla e per esserne conquistati bisogna andare oltre. Io non è che sono scema o sorda o cieca, lo sento che parlano inglese, lo vedo l’appartamento del messicano, ma non me ne frega niente. Sense8 è una serie da sentire, è una serie da cui bisogna un po’ farsi travolgere e lasciarsi suggestionare, è realmente l’unico modo per arrivare ad amarla. E poi è una serie figa, piena di gente figa, con un sacco di scene fighe. Ho fatto vedere qualche spezzone ad Anacleto (che è più vicino al pensiero di Giovanardi che non a quello del Gay Pride) ed era tutto esaltato, perché è una serie figa, ghe gnint da fà. E i protagonisti sono fighi non solo perché sono belli ma proprio perché sono fighi, al Pride in Brasile era la sagra del limone perché si zompavano addosso tra di loro come dei perfetti sensate.

Stavo rileggendo il post e non si capisce niente, come nella serie. Non si capisce niente della trama, non si capisce una mazza del resto. Bel lavoro Darcy, complimenti. Io il video della famosa scena, LA scena, ve lo linko, sta qua e poi decidete voi. E’ alla fine del quarto episodio, non lo trovo particolarmente spoiler, mostra un po’ meglio quel tipo di connessione di cui parlavo. E poi si vedono bene Kala e Wolfgang che sono l’indiana e il tedesco (che non poteva non chiamarsi con un nome molto tedesco) e lei la adoro anche se tutti la odiano. E poi la scena mi mette di buonumore. E poi la canzone è figa. E poi l’hanno cantata al Pride in Brasile, è da lì che ho iniziato a schiumare e mi sembra un bel modo di chiudere il post.



Ritornare alla prima pagina di Logo Paperblog

Magazines