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Serenity – L’isola dell’inganno

Da Robertodragone

★★★½

Serenity – L’isola dell’inganno scritto e diretto da Steven Knight (sceneggiatore di Allied – Un’ombra nascosta di Robert Zemeckis) è un film indubbiamente strano. Il trailer tenta di rifilarci una trama da noir moderno: Matthew McConaughey si è ritirato su una piccola isoletta lontana dalla civiltà e dal suo passato, quando la sua ex moglie, la femme fatale Anne Hathaway, lo rintraccia e gli propone di uccidere il suo nuovo marito perché è un violento.

In realtà Serenity (ho dimenticato di scrivere il sottotitolo italiano, ops) è molto altro. Il trailer, che intenzionalmente cerca di far apparire Serenity come un thriller avvincente e classico, in realtà inconsapevolmente rispetta il volere dell’autore Knight, il quale ha costruito Serenity attorno a un’ambiguità particolare per incuriosire lo spettatore.

Noir

Il genere di riferimento di Serenity è il noir. McConaughey interpreta il classico eroe maledetto, il duro che fuma una sigaretta dopo aver consumato un rapporto sessuale; poi viene sedotto dalla donna (Diane Lane) e consuma un altro rapporto; quindi si veste di fretta per andare al bar. Fuma tanto, tantissimo. L’immagine che delinea di più il suo personaggio lo vede fumare mentre beve rum da una tazza con la scritta “World’s greatest dad” (“Il papà migliore del mondo”). Stacco: lui che fuma steso a letto mentre guarda inquieto il soffitto.

Quindi il personaggio di McConaughey è lo stereotipo dell’eroe maledetto e credetemi, la caratterizzazione è molto marcata, quasi fosse una parodia di se stesso. Ma questa è una scelta precisa di Knight, il quale gioca moltissimo sugli stereotipi e sul loro uso nel cinema. Un altro esempio: il personaggio più ambiguo è sicuramente quello interpretato da Jaremy Strong, ovvero questo ometto occhialuto che tenta di parlare a McConaughey per quasi tutto il film. Quando i due finalmente si incontrano e bevono insieme, McConaughey ingoia rum come se fosse acqua mentre l’occhialuto, ovviamente, tossisce. Un dettaglio semplicissimo ma vecchio come il mondo che determina il confine tra il forte e il debole.

Stereotipi, stereotipi ovunque

Come se il prototipo dell’eroe maledetto non bastasse (il quale dice: “Vado a farmi la doccia“, e si lancia in mare da una scogliera altissima), moltissimi elementi rispettano i modelli classici cinematografici, come per esempio i personaggi secondari che, prima sembrano sapere tutto (funzionano per arricchire lo spettatore e sbloccare la trama), poi diventano evasivi, come se l’elemento misterioso di Serenity avesse preso improvvisamente il sopravvento.

D’altronde l’ambiguità del film è evidente sin dal primo frame che apre il film: il dettaglio di un paio di occhi, l’inquadratura si avvicina a un’iride e ci ritroviamo in mare aperto, con McConaughey che tenta di pescare un pesce leggendario che non riesce mai a catturare. La scena iniziale è girata come se fosse una caccia drammatica: la musica sottolinea la tragedia, mentre il tono è decisamente troppo enfatizzato per la cattura di un semplice pesce. La scena è insolita e assai strana, tuttavia lo spettatore si è già dimenticato lo sguardo iniziale e quel movimento di macchina verso l’iride che anticipava l’enigmaticità di Serenity.

Il dubbio

Serenity crea volutamente una certa confusione nello spettatore, poiché dissemina dettagli ambigui sin dall’inizio. Il frame iniziale (presto dimenticato) e il personaggio di Strong sono due esempi. Questa ambiguità è totalmente assente nel trailer, mentre il sottotitolo italiano cerca di rievocarla ma senza svelare troppo. Durante la visione, quindi, aspettavo il mega colpo di scena. Il film lo preannuncia, suggerisce che c’è qualcosa che non funziona come dovrebbe, che tutto è troppo stereotipato ed evidente. Insomma, Hathaway è oppressa da un marito (Jason Clarke) persino troppo scontato. Lui le esamina il corpo nudo per cercare graffi: il corpo femminile utilizzato dall’uomo come uno strumento, e non accetta imperfezioni. Insomma, tragico ma prevedibile.

E finalmente il colpo di scena arriva, ma non solo: Serenity si basa completamente su di esso. Forse nel modo sbagliato, forse no. Mi spiego: se l’ambiguità di film come Shutter Island (Scorsese) o The Truman Show (Weir) era fondamentale per il racconto, in Serenity questa ambiguità è secondaria perché la sua trama non si basa su un mistero. Senza fare spoiler, è diverso il colpo di scena in un thriller, la cui narrazione richiama continuamente la scoperta di un tassello mancante, da quello di film come Dal tramonto all’alba (Rodriguez), dove il colpo di scena è completamente improvviso rispetto alla trama e al genere.

Quando il colpo di scena arriva e in Serenity è improvvisamente chiaro il disegno integrale di Knight, dalla caratterizzazione stereotipata della storia e dei personaggi protagonisti, all’ambiguità dei personaggi secondari.

La svolta narrativa (no spoiler)

Ora, Serenity è stato un flop negli USA e moltissimi si sono lamentati della sua stranezza. Ciò che ho provato a fare io è stato prendere il film per quello che è e cercare di analizzarlo con gli elementi che avevo a disposizione. Preso così, effettivamente Serenity può apparire un po’ strano, non soltanto per l’ambiguità e la banalità (totalmente giustificata dal colpo di scena?), ma dal modo in cui viene gestita. Sicuramente Knight avrebbe potuto rimarcare alcuni aspetti del film, in modo che apparissero più esplicativi. Invece alcuni aspetti sembrano un po’ raffazzonati; questo provoca in alcuni spettatori una confusione giustificabile.

Ma d’altro canto, gli elementi effettivi che offre Serenity per un’interpretazione sono assai interessanti. Penso che d’altro canto Knight abbia utilizzato in modo brillante le situazioni in modo che funzionassero, e lo anticipa sin dalla prima scena, in cui una semplice pesca viene gestita come una caccia all’ultimo respiro. Knight gestisce Serenity come un gioco di pedine, o meglio esplicita il funzionamento del modello narrativo cinematografico, in cui una situazione (violenza domestica) viene gestita come un dubbio morale che non ammette altre soluzioni: uccidere o non uccidere? Il talento di Knight è quello di esplicitare le allegorie dietro il tormento del suo protagonista, così da chiarire le regole che determinano il suo film e il suo impianto narrativo.


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