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Show me a hero

Creato il 05 aprile 2016 da Margheritadolcevita @MargheritaDolcevita

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Ultimamente ho voglia di scrivere e siccome di novità che mi riguardano non ce ne sono proseguo con la missione delle serie tv dello scorso anno. L’ordine è assolutamente casuale e oggi sono in vena di parlare di una miniserie eccezionale firmata da David Simon (The Wire, Treme, cioè le mie due serie preferite di sempre) per HBO. Sei parti andate in onda nella più totale desolazione dell’estate dello scorso anno. E’ stata giusto considerata per qualche premio, da segnalare la vittoria di Oscar Isaacs (attore fighissimo -a modo suo- e soprattutto molto bravo in grande ascesa) ai Golden Globes. Tanti volti noti per chi segue la serialità americana, è tornata pure Wynona Ryder di cui non si sentiva la mancanza ma qua fa il suo e lo fa bene.

La storia raccontata è basata sulla Storia vera, è tratta da un libro non-fiction e i personaggi che si vedono rappresentano quasi tutti delle persone realmente esistenti/esistite. Ambientata tra il 1987 e il 1994 a Yonkers, New York, la miniserie si focalizza sul protagonista, Nick Wasicsko, politico locale, per narrare il problema della desegregazione abitativa, in particolare quella degli alloggi pubblici. E’ un tema un po’ particolare che sembra molto lontano da noi, in realtà se c’è una cosa che l’attualità sta facendo emergere sempre più prepotentemente è quanto siano lontane le periferie e quanti danni producano questi quartieri/ghetto formati da case popolari, povertà e desolazione. Negli USA il fenomeno è molto più sentito per questioni razziali mai risolte, ma anche in Italia, soprattutto nelle grandi città, il tentativo costante di portare fuori dal centro, sempre più lontano dal centro, le persone che non possono permettersi di viverci, in centro (e chi può, oggi?), costruendo palazzoni su palazzoni destinati al degrado e al rimanere vuoti se non incompleti, dovrebbe quantomeno far riflette su un’idea di urbanistica da rivedere e da riprogettare nel lungo termine.

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Cosa succede a Yonkers a metà negli anni ’80? Torniamo un po’ indietro. Già da tempo negli USA era in atto una politica di segregazione abitativa basata sul colore della pelle: persone di colore, povere, dovevano vivere lontano dai bianchi ricchi, tanto che venivano costruiti apposta interi quartieri popolari fatti di enormi palazzi in cui regnavano, per forza di cose, delinquenza e spaccio e dove anche chi era estraneo a tutto questo si trovava risucchiato in un mondo che non permetteva alcuna via d’uscita. Dopo l’assassinio di M.L. King e grazie al supporto del Presidente Johnson si iniziano a muovere i primi passi contro questa pratica di discriminare le persone in base alla razza e all’opportunità, si iniziano a studiare nuovi modi di progettare le case popolari, si perfezionano nuovi modelli urbanistici basati su una più equa distribuzione della popolazione per tentare di salvare almeno coloro che volevano tenersi lontani dal crimine e dallo sbando. Dalla segregazione alla desegregazione, dai palazzoni in periferia in cui era semplice nascondersi per delinquere a case più piccole, con un bel giardino davanti, senza angoli reconditi, in quartieri residenziali, costruite in modo da “mimetizzarsi” con le case con un bel giardino davanti già in loco.

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Non tutto va liscio, non in tutte le città vengono accolte di buon grado queste proposte. Una di queste città è Yonkers, per rispondere alla domanda fatta all’inizio del precedente paragrafo. Gli abitanti dei quartieri “bene” sono contro, per ovvie ragioni, se vogliamo anche umanamente comprensibili, le case si deprezzano, paura che arrivi gente poco raccomandabile, è giusto che questi qua vengano a vivere quasi gratis in un posto dove io ho pagato fior di dollari per abitarci? etc., di conseguenza i politici sono contro e si va per vie legali. Uno dei protagonisti è proprio un giudice, che a forza di sanzioni, multe, sentenzia sempre contro Yonkers, a favore dunque della desegregazione. In questo quadro arriva l’eroe del titolo, Nick Wasicsko, giovane membro del concilio cittadino che avrà un ruolo stranamente importante nella vicenda. Io mi fermo qua, come trama. Non cercatevi su wikipedia Nick Wasicsko perché altrimenti vi rovinate la visione. Ho pensato fosse giusto scrivere qualcosa come premessa alla serie perché appunto è un argomento un po’ di nicchia e che anche io mi sono andata a studiacchiare proprio per manifesta ignoranza.

Il titolo è la prima parte di una citazione di Francis Scott Fitzgerald, Show me a hero and I will write you a tragedy, per cui è facile immaginare come Wasicsko sia tutto tranne che un eroe come lo possiamo comunemente intendere tutti noi. Un eroe sì, una tragedia, anche. Non solo personale ma anche collettiva, quella di una società che è così restia al cambiamento e all’evolversi da chiudere giuridicamente una querelle iniziata a metà anni ’80 nel 2007.

Direte voi. Perché ci consigli una serie così su un argomento come questo? Perché è bella? Che cosa potrà mai avere di bello una serie su un argomento così peculiare e strano e noioso? I motivi sono tanti. Il primo, il più banale, perché è bellissima. Ed è bellissima perché è stata creata da uno dei più profondi conoscitori di un certo tipo di America, cioè David Simon. In serie come questa, così “politiche” e analitiche della società americana, il punto di vista è tutto. E la visione di David Simon non ce l’ha nessuno. Io ogni vicenda made in USA, dalla più importante alla più insignificante, vorrei vederla raccontata da lui, in seconda battuta da Sorkin. Dalla terza battuta in poi mi interessa poco. Io sono stata anche molto presa dalla vicenda umana del nostro eroe, non posso dire di più ma è anche una serie molto toccante ed emozionante. Sì, David Simon riesce ad emozionare con la desegregazione. Chiaramente, a differenza di Treme e The Wire, la serie non si pone un’analisi ad ampio spettro, il numero di episodi è estremamente limitato ed è stata scelta una vicenda ben precisa in un luogo “piccolo” (dunque non Baltimora o New Orleans) con un inizio e una fine abbastanza determinate. A volte, spesso, serie del genere vengono accusate di essere “non per tutti” e se c’è una critica che detesto è proprio questa. Io voglio che le serie siano per tutti, io credo di guardare serie per tutti e questa è una serie per tutti. Critiche del genere tengono solo lontane le persone e invece sono proprio serie come questa che tutti devono vedere o almeno provarci. Poi può non piacere, può annoiare, ci mancherebbe (io mi sono annoiata con Banshee quindi conscia della mia anomalia non disamino cosa è noioso e cosa non lo è), ma non è una serie non per tutti. Come è per tutti Treme, come è per tutti The Wire e come sono per tutti le serie che parlano di umanità, le serie che sono piene di umanità. E che cazzo. Scusate il francesismo. Ma se c’è un commento che ODIO, prima era detesto, adesso è ODIO, è proprio questo: non è una serie per tutti. Dopo i ditini alzati i non è una serie per tutti. Sì invece. E abbassa quel cazzo di ditino.



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