Magazine Diario personale

Si vive per lavorare?

Da Salvatore Cimiotta

Si vive per lavorare?
L’ideologia del lavoroè quel complesso di credenze e di opinioni che fa del lavoro “salariato” ilcentro della vita, l’unica via che può permettere all’uomo moderno di accedere al credito e alla sempre crescente proliferazione dei beni di consumo. Ed è così che non si lavora più per vivere, masi vive per lavorare,perché il bisogno dei soldi è sempre maggiore e in compenso dobbiamo cedere tutto il nostro tempo che, detto in altre parole, significa chenon abbiamo più il tempo per vivere, per goderci qualcosa di nostro, di intimo, di vero, che non sia per forza di cose esclusivamente riconducibile al materialismo. L’ideologia del lavoro comporta però delleconseguenze socialidavvero drammatiche, a cui la gente raramente pensa (non ne ha il tempo!). Ci si identifica così tanto con il proprio lavoro chesi diventa quel lavoro, perché se qualcuno ci chiede “chi siamo?”, probabilmente risponderemo con il lavoro per cui siamo pagati (“sono un idraulico”, “sono un tassista”). Lo so, a voi sembrerà normale, per voi può essere la normalità, ma per me, tutto ciò ha un qualcosa di drammatico:essere il proprio lavoro, vivere per il proprio lavoro E nella società nella quale viviamo non è consentito considerare il lavoro come un “problema”, specie in tempo di crisi, è peggio di un crimine. Poi fa niente sel’ideologia del lavoro condurrà necessariamente la maggioranza della popolazione a una grande e profonda solitudine, abbinata ad una frustrazione sulla propria incapacità di influenzare il mondo che ci circonda attraverso ciò che viene fatto durante il giorno. Le persone vengono assalite dalla disperazione per il vuoto della propria vita quotidiana che diventa un vero e proprio circuito chiuso di confusione e auto-illusione verso se stessi. Masse di gente che si muovono come un gregge e come carne al macello per raggiungere un posto di lavoro che li rende schiavi, ripetitivi, distrugge la fantasia e il senso di umanità.Non usciremo da questo Sistemafinché non avremo la consapevolezza chenoi non viviamo grazie al lavoro (e relativo salario!) ma nonostante il lavoro.Il lavoro moderno, come lo intendiamo oggi, inizia a prendere forma con l’avvento della “Rivoluzione industriale” e trova la sua massima esaltazione nelliberismo-capitalismoe nelmarxismo, ovvero le due correnti che nei fatti prendono piede proprio dalla Rivoluzione industriale. Ma come sia andata a finire, in entrambi i casi, è sotto gli occhi di tutti. E ancora prima della Rivoluzione Industriale, i promotori del lavoro sono stati i Cristiani, sì, proprioil Cristianesimo, infatti subito dopo il “peccato originale” arrivala condanna di Dio per l’essere umano: “Con il sudore del tuo volto mangerai il pane”… però mi chiedo se questa avversità vale anche per i politici.. Poi arriverà il solito san Paolo, carico di “requisiti” morali, che affermerà: “Chi non lavora non ha il diritto di mangiare”. Insomma, il dado è tratto, non si può tornare indietro. Ed è un peccato, perché proprio tornando indietro nel tempo possiamo riscoprire come, semplicemente, l’ideologia del lavoro non esisteva e di certonon si viveva per lavorare.Tornando indietro nella storia infatti, ci accorgeremo di comeai tempi dei Romani e dei Greciil “lavoro” non aveva poi tutta questa importanza nella sfera sociale. Per i Greci il lavoro veniva percepito comeun’attività servileche, in quanto tale, è in antagonismo con la libertà, mentreCiceroneafferma in “De Officiis” che “il salario è il prezzo di una servitù“. Nella lingua latina poi, il lavoro ha due “facce”, ossiail labor, che evoca il lavoro penoso ed oppressivo, el’opus, l’attività creativa, quella che per l’appunto, permette di esprimere al meglio i propri talenti.Bisognaquindi “capire” bene cosa significhi veramente “lavorare” al giorno d’oggi. Perché un conto è fare qualcosa che ci permetta di vivere, un’altra cosa è vivere facendo qualcosa per rivestirci di status symbol, per avere successo, potere, soldi e via dicendo.
Il lavoroè, a mio avviso,la causa principale che ha determinato la sostituzione dell’essere con l’avere. Da esseri spirituali ci siamo trasformati in persone materialiste. Ed è questo il nodo principale delmalessereche permea in profondità la nostra società, in quanto avere non è, né potrà mai esserlo, un riempitivo e men che meno un sostitutivo dell’essere.L’aspettodi quest’ideologia del lavoro non è tanto il fatto che si lavori, perché capisco bene che ci sono situazioni in cui si è, diciamo, “costretti” a farlo, ma il fatto che si abbia una voglia matta di lavorare,la gente in tempo di crisi è disposta a fare qualunque cosa pur di lavorare, in pratica,le persone sono pronte a sottomettersi all’ideologia del lavoro. Il fatto stesso che si voglia lavorare, che si adori il lavoro, che gli si voglia bene, significa nella maggior parte dei casi,non aver capito che stiamo volendo bene alla nostra stessa schiavitù! Ma al peggio non c’è mai fine, e infatti il lavoro, questo assassino della vita, viene addirittura definito come colui che “nobilita l’uomo”, ma in verità il lavoro sta rincoglionendo l’uomo, tant’è vero che l’uomo moderno è stressato, angosciato, ossessionato dal lavoro stesso, e non sa neppure più cos’è la Vita, e soprattutto,cosa significhi VIVERE!Nella società mercificata nella quale viviamocircola l’idea che il lavoro rendi le persone libere, indipendenti, autonome… ma è vero l’esatto contrario, e l’unica forma di libertà che otteniamo è quella di poter scegliere tra dieci marche diverse di shampoo da poter acquistare. E poi da cosa dovrebbe liberarci il lavoro? Resta il fatto che nel nostro paeseil dogma del lavoro è sacro, non lo si può toccare. Figuriamoci, lo abbiamo anche messo a fondamento della nostra costituzione. E il perché non lo si possa toccare è anche piuttosto semplice da intuire: se lo facessimol’intero sistema crollerebbe in un niente. Ci tengo a precisare che non sto parlando di un rifiuto totale verso il lavoro, perché anche se viviamo in una società “malata”, ci sono tante persone che amano ciò che fanno, e questo amore si propaga ben oltre il salario. C’è anche chi, oltre al lavoro, conserva e coltiva qualcosa di ben più prestigioso, al quale dedica gran parte delle proprie energie. Ed è giusto e bello che sia così. Questo mio articolo vuole soltanto trasmettereil rifiuto dell’ideologia del lavoro, cioè dell’ideologia che oggigiorno viene rappresentata proprio dal lavoro: sfruttamento, devastazione, inquinamento (ambientale e sociale) che necessariamente comporta la schiavitù di chi lo fa e di chi lo subisce.Il rifiuto di questa ideologia rappresenta un tentativo legittimo e naturale (cioè che asseconda la nostra natura di esseri viventi e liberi) di riappropriarci della nostra vita e della nostra libertà.
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