Sognare altrove

Creato il 17 marzo 2014 da Golemino

Piega la laurea, una camicia e parti.

Sono davvero tanti i giovani che hanno scelto di fare la valigia e cercare un futuro oltre confine. Devono ancora uscire i dati ufficiali del 2013 ma il fenomeno è in preoccupante crescita.

Siamo la generazione che si affaccia ai trent’anni e, nella fase della crisi economica più dura, ha l’età in cui gli studi dovrebbero dare i loro frutti, il lavoro dovrebbe essere nel momento più stimolante e si dovrebbe cominciare a pensare ad una casa propria, una famiglia, un futuro.

E invece la maggior parte di noi o è studente della filosofia: “tanto vale studiare in attesa di tempi migliori”, o disoccupato rassegnato o lavoratore precario sottopagato e sottovalutato.

Se poi alla recessione economica che non accenna a migliorare, aggiungiamo anche una confusione politica allarmante che fa intravedere ben poche speranze, rimane un’unica soluzione: sognare altrove.

Come una giovane ex collega partita per Bruxelles. Vuole lavorare alla Nato. È partita per provare a realizzare il suo sogno perché in Italia se non sei “figlio di” puoi scordarti gli incarichi importanti.

Come Chiara che aveva lavorato alle Olimpiadi invernali di Torino. Ha un’innata capacità organizzativa e sa trattare con la gente. È bravissima nel suo lavoro di organizzatrice di eventi.

Aveva cercato lavoro tra Venezia e Treviso per stare vicino alla sua famiglia, superati i 35 anni aveva voglia di stabilità. Ha trovato solo contratti a progetto, progetti di vita a termine e retribuzioni inadeguate, così quando gli organizzatori di Londra l’hanno chiamata non ha esitato: è partita. A Olimpiadi inglesi finite, una piccola pausa e poi è partita per Sochi a preparare i giochi invernali. Moderne forme di migrazione.

Elisa è una pianista. È difficile fare il musicista in Italia. Passi anni al conservatorio ma, nonostante gli studi, le fatiche, le rinunce, sai già che non avrai vita semplice. Ti reputano un perditempo: “fare il musicista non è un lavoro” dicono i benpensanti. Peccato che all’estero godano di un’ottima reputazione e riescano a campare della loro passione. Così andrà a Stoccarda, si troverà un marito tedesco e vivrà di musica. È ancora possibile ipotizzare un futuro felice fuori dall’Italia.

E poi tutti i Davide, Marco, Giulia, Mathilde, Andrea, Piero, Martina…e tutti i giovani italiani che con coraggio hanno rinunciato ad una vita nel loro paese non per scelta, ma per necessità.

Intere generazioni di giovani girovaghi create dall’incapacità di chi ci governa di pensare a delle politiche in grado di garantire un lavoro, un futuro, una speranza in Italia.

Finché non rimarrà più nessuno e a quel punto, forse, qualcuno comincerà a preoccuparsi.



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