Sogni di un partigiano

Da Ultimafila22

di Giacomo Pagone

24 Aprile 1945,

Da qualche parte sui monti d’Italia.

Mia Dolcissima Teresa,

affido ad una lettera queste mie parole, con la speranza che, qualora fossero le ultime, possano in qualche modo scaldarti il cuore e farti sapere che, se sono qui, è perché desidero un mondo migliore, anche per te.

La notte riporta i ricordi cancellati dal vento freddo e dalla paura della morte. Ovunque, su questo desolato monte della nostra bella penisola, i miei compagni prendono in mano carta e matita e scrivono ai propri cari. La paura della morte è minore di quella dell’oblio.

Il cappellano confessa chiunque voglia, ed il poco vino rimasto scalda momentaneamente i cuori, ma la nostalgia di casa riaffiora, la sera, quando, davanti ad un debole fuoco si ricordano i compagni caduti.

Io non ho paura, mia Adorata. Non temo la morte, poiché so che vi vado incontro per una giusta causa: la nostra Libertà. Certo, vorrei tanto, mia Amata, poter accompagnarti, finita la guerra, a passeggiare lungo le rive del fiume, alla domenica, quando gli alberi rinascono a nuova vita e gli uccelli cinguettano per noi. Vorrei, mia Carissima, potervi portare anche i nostri bambini, quelli che oggi non ci sono, ma che potranno nascere quando i cannoni avranno finito di urlare il nostro odio.

Quassù, mio Tesoro, si capisce quanto sia stupida una guerra: non perché lo dica la Bibbia, né per le parole del prete alla domenica. Qui ci si spara tra uomini, del tutto eguali tra loro. E’ come sparare alla propria immagine riflessa in uno specchio: anche gli altri hanno in volto un’espressione di paura, anche gli altri sono stremati dal freddo e dalla fame, anche gli altri cadono a terra senza fiato quando una pallottola decide che la loro storia su questa terra è finita.

Eppure, tornerei su queste montagne ogni giorno della mia vita, se ve ne fosse bisogno. Sparerei a cento, mille miei riflessi, se questo fosse necessario a rendere libere le nostre città, le nostre vite. Non sono fiero di queste parole, ma mi inorgoglisce il pensiero che questa mia vita possa significare la tua libertà.

Dolcissima Teresa, ricordo ancora quando, per accontentarmi, acconsentisti ad accompagnarmi a vedere la partita di pallone. Sapevi quanto ci tenessi a vedere quei buffi ragazzi in calzettoni, come li definivi tu. Sapevi che Borel, Rava, Monti e Caligaris erano per me molto più di uno svago domenicale. Non capivi come mai si potesse guardare con tanta emozione una maglia a righe bianche e nere, ma lo accettavi, in nome del sentimento che provavi per me. Quanto mi mancano quei momenti con te, mia Dulcinea.

Oggi, mia Cara, abbiamo dovuto assistere ad un tremendo addio: un nostro compagno di battaglia è caduto vittima del fuoco nemico. La sua fidanzata, S., di cui non faccio il nome, poiché non so chi potrà leggere questa lettera, ha versato calde lacrime di dolore. Nemmeno il cappellano è riuscito a consolare il suo povero cuore straziato. Questo nostro compagno, per di più, aveva diciassette anni, ed è spirato stringendo ancora in mano il suo fucile. Era un giovane studente di Bologna.

Ti scrivo, Teresa mia Adorata, perché non voglio che tu soffra così tanto se, a consegnarti questi miei pensieri, non sarò io, ma una persona a me fidata.

Non inseguo la morte, sarei un folle a farlo. Ci hanno detto che quelli di noi fucilati dai fascisti, vengono impiccati e lasciati esposti con un cartello con su scritto “Banditi”. Non siamo banditi, ma non siamo nemmeno eroi. Siamo solo uomini liberi, e, forse, è questo il complimento più grande che possano farci.

Ricordi, mia Carissima, quando progettavamo la nostra casa, la nostra vita e il futuro dei nostri figli? Il ricordo della tua risata riecheggia ancora nelle mie orecchie e scalda queste fredde e solitarie notti. Dicono che gli angloamericani stiano per liberare tutta l’Italia, che quando anche le ultime città saranno in mano loro tutto questo finirà e tutti potremo nuovamente camminare mano nella mano per strada, senza aver paura.

La penna inciampa, Amore mio, su questo foglio stropicciato. Le mani tremano, vittime del freddo e della stanchezza. I rari momenti di felicità, però, rafforzano il morale. Ieri Ettore ha raccontato un episodio divertente della sua travagliata “storia d’amore” – come egli stesso l’ha definita, anche se, conoscendo il narratore, ho qualche difficoltà a credere si tratti veramente d’amore! – con la moglie di un gerarca fascista e dei mille modi in cui era costretto a scappare non appena il marito rincasava prima del solito. Sapessi le risate!

Quando la guerra sarà sazia di anime, quando gli uomini saranno stanchi dei morti, dovremo tornare su queste montagne, mia Piccola. Sentirai con le tue stesse orecchie la poesia del vento che accarezza le foglie e null’altro. I mille colori della vegetazione, il canto degli uccelli. Come può questa pace essere uno scenario di guerra?

Perdona questi miei pensieri disordinati, scrivo ciò che penso, senza alcun filo logico. E’ più di un anno che sono lontano da te, Vita mia. Ricordi quando ti ho confessato il mio desiderio di partire per combattere questa guerra? Quel giorno sono morto in ogni tua lacrima che mi implorava di restare ed in ogni tua parola che mi diceva di essere fiera di me. Non nego che ogni tanto, da quando sono quassù, lacrime amare sono scese dai miei occhi stanchi, ma tutte, ben presto, sono state asciugate dal vento o si sono unite alla pioggia che ha bagnato il mio viso, facendomi, così, sentire, ancora di più, parte di questa immensità.

Non temere, mia Adorata, poiché tornerò e ti sposerò. Ti sposerò in quella chiesetta di campagna, circondata dal grano, che ti piace tanto, dietro la quale, in quell’indimenticabile giorno d’estate, ti confessai i miei sentimenti e tu suggellasti con un bacio il nostro patto d’eterno amore. Le spighe di grano riflettevano la luce del sole, tutto era perfetto.

Non chinare mai il capo, mia Amata, di fronte alle avversità della vita. Combatti ogni giorno che ti è dato vivere, sii ostinata nel difendere i tuoi valori e la tua libertà, non temere i soprusi, ma vivi sempre senza arrecar male a nessuno.

Vorrei, mia Teresa, nel caso dovessi affidare a questo vento di montagna il mio ultimo respiro, che tu fossi vicina ai miei cari. Cosa darei, in questo momento per poter abbracciare mio padre, mia madre e la mia piccola sorellina. Sii forte per loro. Asciuga le loro lacrime e rammenda i loro cuori spezzati, raccontando che il mio sforzo non sarà vano. Chiedi loro di perdonare il male che posso averli causato, e dì loro che li amo intensamente.

Lotto per l’Italia. Lotto per riunire questo suolo troppe volte calpestato da truppe straniere e troppo spesso insultato dai suoi stessi abitanti. Non lotto per il re. Credo fermamente che ogni uomo sia, in tutto e per tutto, eguale ad ogni altro e che, nessuno, possa sentirsi superiore al suo prossimo, tanto da deciderne l’avvenire. Dove è il nostro re adesso? Perché non è qui a difendere il suo regno?

L’Italia è di chi dona il proprio sangue alla Sua Libertà.

Sai, mia Cara, che alcuni miei vecchi compagni di università, smessa l’uniforme dell’esercito, si sono uniti a noi? Ebbene, questi ci hanno raccontato delle storie di agghiacciante crudeltà: pare, infatti, che all’indomani della firma dell’Armistizio, alcuni soldati italiani, abbandonati al proprio destino in Grecia, abbiano deciso di non schierarsi con le truppe tedesche, e che abbiano pagato questo atto d’amore verso la loro patria con la vita. Mi dicono che siano caduti gridando “Viva l’Italia”.

Sentendo questi racconti, Teresa mia Adorata, mi convinco sempre più che vinceremo la nostra battaglia. Non possiamo soccombere se resteremo uniti. Il cancro che ha avvelenato la nostra terra sarà estirpato dalle nostre armi o lavato via dal nostro sangue. In un modo o nell’altro, tanti innamorati, come noi, potranno passeggiare, alla domenica, mano nella mano, lungo le rive del fiume.

Mi manca, tra le altre cose, la mia città. Mi manca l’odore del vento caldo che portava i profumi dei pasti domenicali. Mi mancano le urla dei bambini che giocavano a pallone nella piazza davanti alla chiesa. Mi manca la mia casa e quel senso di serenità che riusciva a regalarmi. Chissà se riuscirò a tornarvi.

Ho da dirti qualcosa di cui mi vergogno, Teresina mia. Pochi giorni fa, durante un’imboscata ad una pattuglia fascista, ho ucciso un uomo. Non fu per cattiveria, lo giuro! In quel momento non sentivo altro che il battito impazzito del mio cuore. Le urla e i colpi dei fucili parevano essere spariti. Nelle narici avevo solo l’odore di polvere da sparo e un senso di nausea attanagliava il mio stomaco. Nella ressa il mio dito ha premuto il grilletto ed il fucile ha sputato un proiettile. Ho visto un uomo cadere senza emettere un solo suono. Alla fine dell’azione mi sono avvicinato al cadavere, e ne ho scorto un volto conosciuto. Era un ragazzo della mia stessa città. Il rimorso non è stato attenuato dalle parole dei miei compagni che provavano a rincuorarmi, dicendomi che lui era pronto a premere il grilletto contro di me.

Questa maledetta guerra ci sta strappando l’anima. Perché non potrebbe decidersi tutto in un altro modo, senza che la carne umana venga straziata e umiliata inutilmente?

Teresa mia, combatto su questi monti perché spero che i nostri figli possano combattere le loro battaglie con dei libri che raccontano tante storie, anziché farlo con questi freddi fucili metallici che alle storie pongono la parola “Fine”.

Immagino ora, come sarai bella quando aspetterai i nostri bambini. Il tuo corpo cambierà, sarà più florido, e tu avrai il potere di generare la vita. Io ti sarò accanto, mia Dolcissima, e ti riempirò di attenzioni e di amore, fin quando, sarà il Fato, e non più l’uomo, a decidere che il nostro tempo è terminato.

Come ben sai, mi piacerebbe tanto diventare uno scrittore! Uno come quelli che hanno ideato e impresso su dei fogli bianchi quelle storie che ti piace tanto sentirti raccontare durante le sere d’estate, quando la città sonnecchia e il suono del fiume che scorre sotto ai ponti è l’unico rumore. Vorrei poter raccontare questa mia avventura da partigiano, narrare al mondo intero le storie degli uomini che mi circondano, le loro vite, i loro amori e, ahimè!, anche le loro morti.

Ogni mio libro, mia Amatissima, sarà dedicato a te ed ai miei cari, poiché, solo la speranza di potervi riabbracciare, ancora una volta, mi tiene in vita.

Verranno giorni migliori. Ed allora, questa stupida guerra sarà solo un triste ricordo. Nasceranno e moriranno tante persone, ma lo faranno vivendo vite libere, decidendo da sole il proprio destino.

Alla domenica, Amore mio, organizzeremo grandi pranzi, ed inviteremo i nostri cari, poiché ogni giorno si dovrà festeggiare la vita tutti insieme. Insieme, io e te, prepareremo il pranzo, e ci baceremo e rideremo, apparecchiando tavola. Io mi perderò nel luccichio dei tuoi occhi color nocciola e tu, scherzosamente, mi rimprovererai perché gli ospiti arriveranno a breve, rischiando di non trovare la tavola pronta.

Scherzeremo e rideremo ogni dì. Insegneremo ai nostri figli a fare lo stesso, perché il sorriso è l’arma migliore contro le avversità della vita.

Ed ogni vita che mi sarà concesso vivere con te, Teresina mia Dolce, sarà onorata. Ogni secondo sarà prezioso, ogni respiro racchiuderà in sé mille milioni di vite.

Ora ti saluto, mio Dolce Fiorellino. Si è fatto tardi. Proverò a risposare un po’, cercando di raggiungerti, stanotte, nei nostri sogni più belli. Comunque vada, ricorda, Amor mio, che sei per me musa e dea, e che, per questo, io t’amo.

Viva l’Italia Libera, Viva i Partigiani!

Ebbene, mia Amata, questi sarebbero i versi d’amore che avrei voluto dedicarti e che, lo giuro!, ti dedicherei se tu esistessi. Ma tu, purtroppo, mia Divina, sei solo il sogno dell’amore che non mi è stato concesso, la speranza in un domani migliore che quest’orrida guerra mi ha strappato.

E così, mio Dolce e Sognato Amore, dedico, comunque, a te, le mie speranze per una nuova vita, mentre le pallottole nemiche mi straziano le carni e impediscono al mio cuore di battere solo per l’amore che mi avresti regalato. Io dono a te, mia Amata, il mio sacrificio, consapevole che saprai onorarlo ogni giorno della tua vita. Non sprecarlo. Sii forte e onesta. Sposati e ama follemente il tuo uomo, come io avrei voluto amare te. Cresci i tuoi figli, come, insieme, avremmo cresciuto i nostri. Insegna loro che noi Partigiani riviviamo nella nostra bandiera, poiché il verde è lo stesso di queste montagne in cui io spiro, il bianco rappresenta la purezza dei nostri ideali, ed il rosso è il sangue che noi vi abbiamo donato.

Vivi nel mio ricordo ed io sarò felice. Racconta gli orrori di questa barbarie ed il mio sacrificio non sarà vano. Non permettere che si dimentichi chi sono, che le mie idee vengano calpestate o il mio sangue cancellato con altro sangue.

Combatti contro ogni ingiustizia, e la mia morte non sarà vana. E questa lettera, che mai scriverò e che tu non leggerai, avrà significato qualcosa.

Io sarò con te, per tutte le vite che vivrai.

Con Amore,

Un Partigiano Come Tanti



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