Magazine Diario personale

Sogno bambini che lasciano la scuola, e un po’ gli dispiace

Da Maddalena_pr

PERCHÉ DIAMO PER SCONTATO CHE SIA UNA VITTORIA, FINIRE LA SCUOLA? CHI VINCE?

Sogno bambini che lasciano la scuola, e un po’ gli dispiaceÈ finita la scuola.

Immagini di ragazzini ululanti, mani alzate in segno di vittoria. La controparte, come in uno specchio al contrario, siamo noi, sono queste madri preoccupate di dove metterli. Un po’ come quando ti arriva una bolletta e non c’hai i soldi. Finisce la scuola: si aprono le gabbie.

Non ho mai visto nessuno che s’inarchi mesto, un viso bambino adombrarsi, una piccola fatica mal nascosta. E anche noi, in poche inneggiano a questa rimpatriata. Io per un po’ ho esultato, vittima di idealismo: nei fatti averli tutti a casa significava litigi, contese. Se fare la mamma è un impegno multitasking, la prole – dal canto suo – è «multiple choice». Sì, come quei test con le caselle. Mai che si abbia una risposta sola.

«Andiamo fuori?»
«Sì!», «No!», «Dopo».
«Al parco davanti?»
«No, a quello della biblioteca».
«Ma quello della biblioteca fa schifo».
«Mi scappa la cacca».
Amen.

Ora sono vittima di realismo, me lo servo su un grande piatto. Di contorno, però, metto ancora, sempre, un po’ di sogno.

Sogno bambini che lasciano la scuola, e un po’ gli dispiace. Sono nell’età tenera, quella che plasmi, ma anche quella che dà dolcezza a chi si prende cura di loro. Allora varcano il cancello, si buttano avanti in quei grandi morsi che si danno alla vita in quell’età. Però, anche, guardano indietro: hanno soffocato di baci la maestra, hanno dato gomitate buone ai compagni, si sono scambiati foglietti piegati in quattordici e infilati nelle tasche: segreti rimasti, altri da custodire nelle assenze. Guardano quell’edificio che li ha serbati per tanti mesi, ma li ha anche spronati. Li ha accesi riagganciando la loro naturale curiosità.

Io sogno madri impazienti di avere i figli con sé, ma anche figli felici dell’anno trascorso. Figli che non si lasciano alla ferocia della nostalgia solo perché la gioia dell’esperienza è più grande. E perché sanno che la scuola è ancora lì, li aspetta. Non come un orco, ma come un viaggio.

Perché diamo per scontato che sia una vittoria, finire la scuola? Chi vince?

Perché diamo per scontato che siano tutti felici di scappare via? Come mai imparare è sacrificio, se i bambini ci nascono, con le bocche a forma di «perché?»?

Allora succederà quello che deve succedere: che i primi giorni pensano al libro delle vacanze da comprare, gli zaini sono ancora dove li hanno mollati, accanto all’ingresso, in salotto, in cucina. I grembiuli da lavare. Poi, mattino dopo mattino, cominceranno a dimenticare.

Hanno i compiti perché si ha paura proprio di questo: che dimentichino. Ma la vacanza è staccare. È dimenticare.
Solo chi dimentica vola.

Eppure se si volasse sempre: non servirebbe dimenticare.


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