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Sogno d’acciaio

Creato il 05 dicembre 2019 da Cultura Salentina

Sogno d’acciaioForse era sincero il Presidente della Repubblica Saragat quando negli anni '60 inaugurò l'Italsider, il grande polo siderurgico che doveva essere il fiore all'occhiello dell'Italia del boom economico, capace di creare lavoro e ricchezza in una città che in quegli anni era attraversata da una profonda crisi di identità e lavorativa per il declino dei suoi cantieri navali, per la fine delle commissioni belliche e per il fallimento della riforma agraria in termini occupazionali. Al discorso di inaugurazione il Presidente sottolineò che lo Stato si era finalmente adoperato per mutare la realtà del Mezzogiorno.

Avvenne effettivamente che si svuotarono le campagne, con i mezzadri che si trasformarono, come scrisse Walter Tobagi, in metalmezzadri, e i secolari alberi d'ulivo, che oltre all'olio producevano ossigeno assorbendo anidride carbonica furono sradicati e sostituiti con moderni alberi d'acciaio che oltre alla diossina producevano anidride carbonica assorbendo ossigeno. Effettivamente la realtà era mutata.
Da quel momento la città si sviluppò e si modellò attorno a quella fabbrica, con i tempi e i ritmi del tessuto produttivo cittadino che si uniformarono a quelli dello stabilimento e con l'ambiente che si piegò ai suoi bisogni.
La classe politica di allora manifestò la sua fierezza affermando che il Sud, terra di abbandono, rassegnazione e miseria aveva avuto finalmente il suo riscatto, mascherando ingannevolmente una s di troppo: la realtà era che il Sud aveva avuto il suo ricatto.
Una sola scelta: Lavoro o salute.
E' già tanto! Figurarsi se per i cafoni del Sud bisognava pure pensare alle più elementari opere di difesa contro i gravi danni dell'inquinamento ambientale.
Dagli anni ottanta l'Italsider cominciò a essere segnata da una grave crisi e venne successivamente privatizzata e acquistata dai fratelli Riva, che la comprarono a metà prezzo, mettendo a segno un gran bel gol, nonostante non fossero nemmeno parenti lontani del famoso Gigi.
Con il loro lucroso acquisto continuarono ad immettere denaro nelle loro casse e un quantitativo di diossina nell'atmosfera pari a quasi il 10% del totale europeo.
Nel 2012 i periti nominati dalla Procura di Taranto calcolarono che i periti dal funereo significato erano quasi 12.000 a causa delle emissioni, in particolare per neoplasie, cause cardiovascolari e respiratorie: in altre parole, visto che i dipendenti erano circa 12.000, voleva dire un posto in fabbrica al prezzo di un posto al cimitero.
Mario Monti decise che "OK, il prezzo è giusto!", ed emanò un decreto per la prosecuzione dell'attività, perché bisognava continuare a garantire il pane agli operai; perché il pane serve per vivere e poco importa se si può morire per quel pane.
Una coraggiosa magistrata tentò di sequestrare ai proprietari della fabbrica i miliardi di euro del profitto per renderli disponibili per la bonifica, ma la Corte di Cassazione, forse riconoscendo che pure i padroni erano vittime in quanto in quella fabbrica anche la coscienza dei Riva si era inquinata, decise che si potevano tenere i loro miliardi e le loro onorificenze al merito.
Di decreto in decreto, di toppa in toppa si è sempre provveduto a salvare l' ILVA sospendendo i diritti fondamentali della popolazione jonica, ma nessun decreto è stato mai fatto per cercare di proteggere almeno i bambini, che continuano ad ammalarsi e a morire.
Nelle ultime elezioni i tarantini, non potendo alzare la voce hanno almeno alzato lo sguardo e affidato le loro speranze alle stelle, ma i fumi delle maestose ciminiere hanno continuato imperterriti ad oscurare il cielo e nei bellissimi tramonti tra i due mari anche le stelle si sono sbiadite, e più che riflettere sull' ILVA hanno preferito espandere il loro bagliore affievolito sull'IVA.
Adesso basta, per favore!
A furia di mettere toppe in quella fabbrica ci troviamo ormai la nostra salute ridotta alle pezze.
E' tempo di attuare una visione politica strategica e non più procrastinabile capace di realizzare in tempi brevi un processo di conversione, risanamento e innovazione per far sì che il ricatto "lavoro o salute" diventi un riscatto di "lavoro e salute" e trasformare Taranto da una città fantasma a una città fantasmagorica.
Se si vuole mantenere in vita l'enorme stabilimento, mantenendo allo stesso tempo in vita anche i cittadini, è fuor di dubbio che occorra modernizzare con nuove tecnologie già esistenti il ciclo produttivo dell'acciaio, che porterebbe a un fortissimo calo delle emissioni, permettendo di conciliare le esigenze produttive con quelle di salvaguardia ambientale, la cui realizzazione rende indispensabile ricoprire il parco minerale e il parco fossile per evitare che la caligine rossa invada la città.
Nulla di trascendentale; le stime per poter realizzare tutto questo parlano di una spesa preventivabile di circa tre miliardi di euro.
Vi sembrano troppi per poter salvare vite umane?
In fondo sono molto meno della metà dei profitti incamerati dalla sola famiglia Riva.
Se invece quel mostro, invece di trasformarlo in un gigante buono e pulito lo si vuole distruggere senza distruggere l'economia della città, si potrebbe fare come hanno già fatto in altri paesi, che queste crisi le hanno già vissute e brillantemente superate.
Ad esempio la città di Pittsburgh, in Pennsylvania, un tempo capitale mondiale dell'acciaio si è trasformata in città della cultura, con la realizzazione di campus biomedici, di centri di nanotecnologie, di centri per l'intelligenza artificiale e la robotica, con l'occupazione che è addirittura cresciuta rispetto a quando era la città dell'acciaio.
E' ora di dare spazio e forza a progetti capaci di trasformare un rottame metropolitano arrugginito in una città del futuro.
La attuazione di una grande portualità commerciale, la connessione al resto d'Italia attraverso treni ad alta velocità, la realizzazione di parchi culturali, parchi naturali, parchi ricreativi per lo sport e il tempo libero, spazi per attività commerciali e terziarie avanzate, oltre al grande parco delle energie rinnovabili di cui si parla da diverso tempo e, perché no, l'istituzione di una No Tax Area per attrarre investimenti sarebbero il vero riscatto per Taranto e per il mezzogiorno tutto.
Può sembrare un'utopia, ma in un periodo storico in cui la sensibilità ambientale europea è cresciuta bisognerebbe adoperarsi unendo tutte le nostre forze politiche nazionali e tutti i sindaci pugliesi affinché alzino forte la voce nel rivendicare, nel nuovo programma europeo di investimenti per 100 miliardi di Horizon Europe, di cui gran parte per la salvaguardia ambientale, i fondi necessari al risanamento e/o alla riconversione di quell'ecomostro.
Forse è solo un sogno, un sogno d'acciaio che andrà in fumo, perché contiamo sempre meno in questo oceano europeo pullulante di famelici e avidi squali, ma con l'Italia ormai ridotta a un branco di sardine.


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