“Solo di me”: se non fossi stata Ifigenia sarei Alcesti o Medea, sino al 9 dicembre, Milano

Creato il 27 novembre 2013 da Alessiamocci

Solo di me” – in scena al Teatro I di Milano sino al 9 dicembre – è un atto unico toccante, consigliato alle donne, che forse un uomo non è in grado di capire completamente. Si tratta infatti di un’opera molto femminile, che parla direttamente al cuore delle donne.

Infatti, Francesca Garolla nel suo scritto vuole rendere allo spettatore tre tipi di donna: Ifigenia, Medea od Alcesti. Necessario, per godere appieno di ciò che si vede in scena e capirne la metafora, conoscere la mitologia.

In un cinematografo vecchio, abbandonato, polveroso, c’è una donna dai capelli rossi, vestita da uomo, con il ventre leggermente gonfio. È / rappresenta Medea. (Valentina Picello). Severa, pignola, rigida, fredda. Arriva una donna vestita di nero, con un’aria drammatica sul volto. Si tratta di / rappresenta Alcesti (Anahì Traversi).

Le due parlano, Alcesti ha portato con sé una donna minuta, con i capelli cortissimi color della cenere, dagli enormi occhio sgranati. Ifigenia. (Paola Tintinelli). I tre personaggi, in realtà anonimi, ci descrivano altrettanti modi per essere donna, quindi ovviamente moglie e madre. Perché donna è tale solo perché moglie o madre.

La rossa e la mora devono preparara la bionda per un rituale. La vestono, la lavano, soppesano il suo aspetto, per valutare se è adatta in pratica ad essere una donna. Come ha il seno, le gambe, le mani e i capelli.

Poi la indottrinano. A poco a poco la loro storia inizia ad emergere. La donna che diede la sua vita per salvare quella del marito, poi sopravvisse e non fu da lui riconosciuta.

La donna che uccise i figli, non i suoi, ma quelli del compagno che l’abbandonò. Spiegano quindi alla bionda, una ragazzina, forse non ha neppure raggiunto lo sviluppo, che l’unico modo per essere perfette, per non diventar sbagliare, o peggiori, è la morte. Ifigenia è la donna che ha atteso sin o a che non è stato troppo tardi.

Come si dice nelle note di regia: tre donne che potrebbero essere una sola, una figlia, una compagna/moglie, una madre. Ifigenia, Alcesti, Medea, in una riscrittura nella quale si incontrano e per la prima volta dialogano. La tragedia irrompe a Teatro attraverso queste voci, che si fanno exempla.

Tre età, tre modi di essere nel mondo, tre esperienze accumunate da un unico atto, il sacrificio. La donna, è chiaro, non è di per sé. Non è un individuo. È moglie devota che incoraggia e che si rende indispensabile, è figlia obbediente. È madre generosa. E sono proprio altre donne a mettere la ragazza in questa condizione, ad insegnarle che o è madre o è moglie o è figlia o è nulla.

A mano a mano che si procede verso questa verità, la depressione, lo sconcerto nel pubblico femminile aumenta. La coscienza di una condizione. Solo rinunciando alla vita la donna riesce a essere in modo assoluto, di per sé. La donna come vittima sacrificale è fuori dalla storia e, come dicono Medea ed Alcesti ad Ifigenia, è perfetta.

Grande prova d’attore delle tre, da vedere in prima fila per cogliere ogni tic dei loro corpi (l’ondeggiare della gamba di Picello), il giro di sguardi, il bellissimo viso espressivo di Tintinelli, di cui non si deve perdere nulla, da solo vale il prezzo del biglietto. Ottimo.

Written by Silvia Tozzi


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