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Song to song

Creato il 28 agosto 2017 da Jeanjacques
Song to song
Ormai sembra quasi un appuntamento fisso, quello con Malick. Perché se il nostro texano semi-preferito una volta era addirittura in grado di far passare vent'anni fra un film e l'altro (al che viene da chiedermi quanti cavolo di anni abbia...), adesso sembra una presenza fissa a ogni festival, perché a tempo record nell'ultima mezza dozzina epocale ha fatto uscire ben cinque film... al che ti fermi un attimo a pensare, magari con un caffè e un Buongiornissimo sulla punta della lingua perché i fatidici trenta si fanno vicini, e deduci che questa in realtà è un po' la media del cineasta medio, ma non da uno che ci metteva eoni a progettare una pellicola e che non amava neppure rilasciare interviste o farsi fotografare. Adesso, con la mania dei fenicotteri rosa gonfiabili che c'è stata questa estate, non mi stupirei se il buon Terenzio decidesse di farsi Instagram e di postare come prima foto un proprio selfie a bordo di uno di quei cosi. Bando alle ciance, però, e parliamo di questo suo Song to song, il suo lavoro più travagliato ed elaborato anche solo per via della scelta del titolo.
Faye e BV, una squattrinata coppia di cantautori, si incontrano a un party di Cook, ricco e mefistofelico agente musicale che ha avuto una segreta relazione con lei. Quest'ultimo è deciso a lanciarli sulla scena musicale, ma un triangolo (poi quadrato) di eventi rovinerà tutto...
Il progetto è partito ufficialmente nel 2011 (nel mezzo il nostro Terenzio ha girato quella solfata di Knight of cups) col titolo di Lawless, ma per far piacere all'amico John Hillcoat e alla Weinstein company, che avevano sfornato il film omonimo, cambiò il tutto in Weightless, per poi finire in quello che tutti conosciamo. Diciamo però che in tutto questo il titolo è il problema minore, perché è chiaro che il nostro simpatico regista sia diventato ormai una persona totalmente assuefatta dal proprio ego e dalla propria visione, oltre che totalmente asservito alla morale che sta trascinando avanti ormai da quasi una decade. Perché se una volta era conosciuto come il regista che nel '98 aveva scosso il mondo cinematografico con La sottile linea rossa, poi divenne quello che portò le grandi masse a vedere qualcosa di altamente sperimentale come The tree of life - che per quanto può contare il parere di un povero gonzo come me, è davvero un film seminale. Da quell'albero che hanno mezzo richiamato pure all'Expo di Milano però il nostro sembra essersi quasi assuefatto del suo stesso cinema, che per certi versi ha quasi (se si escludono i primi lavori) sempre avuto la caratteristica di essere parecchio 'libero' da quella che può essere definita una struttura classica, ma se non altro era una somiglianza solo apparente perché era in grado di trattare temi svariati con quel suo stile, ripiegandoli e riuscendo sempre a giocare con se stesso, facendo qualcosa di nuovo. A tal proposito, basta prendere un ormai dimenticato The New World per capire quello che dico e vedere quanto si differenzi dal resto del suo operato, pur mantenendone gli stilemi cardine. Dopo il famoso albero dell'esistenza però la magia sembra avere qualche intoppo e, pur con quel To the wonder che tutto sommato mi aveva lasciato qualcosa dentro (complice il fatto che l'ho visto in un periodo un po' particolare), si è proseguito col pippone esistenzialista di un Christian Bale allo stato brado della filosoffeggiaggitudine (tra l'altro, l'ex Batman doveva essere incluso pure in questo film, ma la sua parte, insieme a quella di molti altri attori, è stata rimossa dal montaggio finale), poi nel mezzo c'è stato Voyage of time e, dulcis in fundo, l'arrivo dell'opera conclusa. E ritorna così la sua telecamera vagante a mezz'aria, i suoi discorsi fuori campo sull'esistenza e l'esistenzialismo, personaggi in lotta con se stessi e perennemente in discussione, mentre nel mezzo si fanno avanti tradimenti, problemi familiari, il passato che bussa alla porta e il naturale evolvere delle cose. Certo, il cinema di Malick o lo ami o lo odi, non è per tutti e non deve/vuole esserlo, ma per quanto alla fine farsi cullare dalle sue immagini sia bello viene da chiedersi a una certa il perché di tutto questo, perché reiterare all'infinito temi ed argomentazioni che ha già espresso con maniacale assuefazione negli ultimi anni e a così poca distanza, dando la sensazione di ripetersi come mero pretesto per mostrare la bravura che ormai tutti conosciamo, prendendoci per mano ma senza portarci in nessun luogo. Io non so dire cos'è l'arte, non mi ritengo abbastanza intelligente e credo che per stabilire una sentenza così pesante debbano esserci dietro anche degli studi che non ho fatto, io sono un semplice cazzaro di internet e mi limito a dire che, per quanto le scene che mi sono state offerte siano state bellissime, come ogni cosa toccata dalla fotografia di Emmanuel Lubezki, alla fine mi è sembrato tutto una bellezza decisamente fine a se stessa, specie se rapportata col percorso fatto da un autore importante come questo. Perché se il texano dagli occhi pallati dalla sua stessa magnificenza vuole continuare su questa strada, non so se vorrò ancora seguirlo, per quanto il suo sia stato (e sono certo sia tuttora) un cinema che mi ha dato tanto e mi ha permesso di crescere non solo come spettatore. Perché se il film con l'accoppiata Affleck/Kurilenko, a detta di quasi tutti non proprio riuscitissimo, è riuscito a farmi interrogare su molti aspetti dell'amore e dei suoi derivati, qui mi veniva solo da chiedermi come mai stavo continuando a guardare. E a una certa non c'è Emmanuel Lubezki che tenga.
Una cosa però è certa: Terrence Malick ama smisuratamente il cinema, come dimostra la grazia di ogni scena... ma da un bel po' ha preso ad amare più se stesso.
Voto: ★★
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