Sopravvivere a Mumbai: non si è mai abbastanza preparati per l’India

Creato il 20 gennaio 2014 da Nonsoloturisti @viaggiatori

La città incontrata in viaggio che fino ad oggi ha creato più caos nella mia testa è stata Mumbai. Il viaggiatore, turista o lavoratore che sia, non è mai preparato ad affrontare l’onda d’urto di contrasti che ti si scaglia contro ad ogni passo compiuto all’interno di questo mondo. Vi voglio raccontare come i miei sogni di bambino sono stati soggiogati e migliorati da alcuni momenti del mio primo viaggio in India, insegnandomi alcune regole basilari che avrei dovuto sapere prima di avventurarmi in quella realtà.

Nel 2012 sono stato incaricato di partecipare ad un evento internazionale a Mumbai per la presentazione di nuovi progetti nel settore dela generazione di energia. Ho quindi colto l’occasione per poter avere un assaggio della realtà in cui mio nonno aveva vissuto e su cui avevo sentito tante storie.

Ho sempre associato l’India al profumo di tè, mango e umidità che proveniva dai vestiti di mio nonno Vittorio quando tornava dalle sue lunghe trasferte di lavoro nel paese delle tigri, alle storie sugli incantatori di serpenti improvvisati che negli anni Settanta morivano ai bordi di strade e spiagge di Goa, alle immagini delle inondazioni dovute ai monsoni, ai racconti riguardanti gli invalicabili muri settari che separavano i ricchi dai poveri. Tutte queste immagini che avevo nella testa finalmente potevano avere un incontro con la realtà.

Al primo passo nel tunnel che collega l’aeromobile alla terra una ventata di umidità settembrina post monsonica mi ha invaso le narici: era lo stesso odore che sentivo nella vecchia valigia piena di etichette di mio nonno. Il primo approccio con quel mondo mi ha quindi rassicurato, dato che pensavo di essere pronto e di conoscere, seppur parzialmente, quella realtà. Mai errore fu più grave…

Recuperati i bagagli, mi sono avventurato verso un taxi prepagato per dirigermi in albergo. Naturalmente ho provato a mettermi in coda con gli altri occidentali, ma il problema è che i locali si buttavano come pietre impazzite sul desk delle prenotazioni. Parlando con le altre persone abbiamo iniziato a dirci “forse è solamente un caso, non sarà così ovunque, magari c’è qualche problema e quindi non possono rispettare la fila…”. Eravamo ancora vergini del posto e quindi non potevamo sapere che ogni centimetro in India deve essere guadagnato con sudore, sangue e astuzia.

Dopo circa trenta minuti di ordinata attesa in coda ho deciso che, se volevo avere almeno una minima possibilità di raggiungere l’albergo, dovevo adottare un comportamento più aggressivo, quindi ho studiato con il mio occasionale compagno d’armi, l’inglese Thomas che stava andando a visitare un amico, una strategia per ostruire il passaggio laterale e favorire lo smaltimento della fila. Abbiamo posizionato quindi diversi carrelli ai lati del bancone della prenotazione taxi per creare una barricata contenitiva verso quelli che cercavano di entrare dai lati, riuscendo finalmente ad ottenere il biglietto di prenotazione con il numero dell’autista.

Utilizzate sempre il taxi prepagato se non volete perdervi in contrattazioni logoranti sul prezzo della corsa, nel caso invece vi voleste divertire fate sempre proporre la cifra al driver e offritegli un quarto di quello che vi ha chiesto. Se rifiuta andate da un altro; tenete presente che con mille rupie (circa undici euro) potete trovare qualcuno disposto a farvi fare il giro giornaliero della città.

Un piccolo consiglio: quando uscite dall’aeroporto cercate di non doverci più rientrare, perché in India tutte le entrate sono sorvegliate dall’esercito che non vi farà accedere se non avete un volo in partenza. Ricordatevi quindi sempre di portarvi il biglietto stampato su carta quando dovrete ripartire altrimenti… non entrerete o perderete ore e ore a discutere con i militari!

Il rumore appena usciti dall’aeroporto è assordante. Il clacson in India viene usato per segnalare la gamma più svariata di attività e sentimenti, tra cui sorpasso, malumore, felicità, presenza, nascita di un figlio, appartenenza ad un gruppo e una miriade di altre cose a cui non avevate mai pensato. Nel caso foste nel traffico di Mumbai e ci fosse silenzio, iniziate a preoccuparvi: qualcosa di catastrofico sta per succedere e il mondo finirà! Noterete anche che su molti furgoni compare la scritta posteriore “horn ok please”, che è come se in Italia scrivessimo “per favore suona il clacson perché altrimenti mi sento solo”.

Dopo avere trascorso due ore in macchina per percorrere un tratto di 6,4 chilometri – sì, esatto… facevo prima a caricarmi in spalla i bagagli e andare a piedi – e avere scoperto con stupore che le valigie erano ancora saldamente ancorate al tetto della macchina con un robustissimo spago tipo quello per stendere i panni, sono entrato in albergo.

Se invece non avete bagagli affidatevi ad un rickshaw che per poche rupie sfreccerà nel traffico come se non ci fosse un domani. Naturalmente dovrete munirvi della stessa dose di coraggio necessaria per lanciarsi con un paracadute.

La prossima volta vi racconterò dei buffet faraonici e degli slum, due aspetti opposti che convivono nella realtà indiana. Vi lascio dicendovi che una volta arrivato in Italia ho sperimentato uno stato psicologico particolare, che per definizione posso equiparare alla Sindrome di Stoccolma, creato dall’esperienza sensibilmente traumatica, violenta ed inaspettata che ho vissuto a Bombay e che prende forma in un’inaspettata consapevolezza di appartenenza a quel luogo…


Potrebbero interessarti anche :

Possono interessarti anche questi articoli :