Sotto la pelle… l’essere umano.

Creato il 29 agosto 2014 da Elgraeco @HellGraeco
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Under the Skin (di Jonathan Glazer, con Scarlett Johansson) è destinato a diventare uno spartiacque, ma non perché divide il pubblico, tra chi lo ama e lo odia, in equivalenti schiere contrapposte, perché per una volta è netto il predominio di chi lo considera pessimo, ma perché segna una volta per tutte il limite di un’epoca.
L’epoca in cui orde di “consumatori consapevoli”, a caccia di intrattenimento come fuga dalla realtà, e armati di manualetti recanti quattro regolette in croce, giudicano tutto senza capire nulla.

Ecco l’epoca in cui viviamo.

Peggio ancora, i consumatori consapepoli sono molto abili nel costruirsi castelli mentali su come dovrebbe essere un’opera per andargli a genio e, se l’opera in questione tradisce il predetto castello, viene sonoramente bocciata.
Mai una volta che ho visto un consumatore consapevole mettere in discussione se stesso e le proprie granitiche certezze.
Mai.

Tira una brutta aria.

E francamente è incomprensibile il perché non si possa più comporre una qualsiasi opera che esuli dai maledetti manuali.
Da un lato lo capisco: i manuali forniscono certezze a un consumatore sempre più insicuro di tutto, prima di tutto della sua stessa esistenza.
La razza umana ha forgiato sé stessa, e il risultato sono circa sette miliardi di persone che campano di fatue certezze, fino a quando l’uomo stesso, la natura, l’universo non gliele porterà via (magari con un asteroide, tipo Apophis). A quel punto, quelli capaci di sopravvivere, quelli che davvero sanno fare le cose, si conteranno sulle dita di una mano.
Siamo destinati a estinguerci rapidamente, in caso di apocalisse.
Ed è giusto così.

Ora, sembra un po’ improbabile fare una riflessione sulla razza umana partendo da un film con Scarlett Johansson ferocemente osteggiato dal pubblico.
Ma no, non è così.
Perché, anche in questo caso, non c’è un metodo da manuale per fare una riflessione antropologica. Essa scaturisce da qualunque spunto, anche il più basso, anche dalla carta stracciata di un pacchetto di patatine, o da un vestito spiegazzato, come in questi poster.


Non abbiamo fatto un passo più in là da quando la prima scimmia usò una tibia come clava per spaccarla sulla testa di un’altra scimmia.
Osteggiamo, o meglio attacchiamo ciò che non capiamo.
E questo fa parte dell’istinto. Anche gli animali attaccano ciò che li spaventa. Meglio attaccare che essere uccisi.

Il guaio è che da esseri razionali, non facciamo più alcuno sforzo per capire ciò che all’apparenza appare diverso.

Come questo film.
Ho sempre pensato che le piccole cose rivelino verità di portata abissale.
E quindi che un film anomalo (ma in realtà affatto anomalo, certi film negli anni settanta erano quotidiani – perché all’epoca la gente amava ragionare e dirsi migliore rispetto alle bestie che nel Quaranta avevano quasi distrutto il mondo; era gran parte atteggiamento, per lo più uno spararsi le pose ante litteram, ma tant’è…) venga respinto semplicemente perché è tale fa indissolubilmente parte della natura umana.
Fanno così anche con le persone.
Non c’è niente di diverso.

D’altronde, ci si mette anche la stampa che conta.
La Repubblica, che presenta un trafiletto degnissimo: “L’aliena Scarlett scopre il sesso“.

Eh sì, perché l’articolista ben sa che, al contrario, la razza umana non è mai sazia di nudità e sesso.
Quindi vi dice che c’è Scarlett Johansson.
Che è nuda.
E che fa sesso.
E vi ha venduto il film.

Ammettetelo, quanti di voi l’hanno visto (o lo vedranno) perché c’è Scarlett Johansson nuda?

Non voglio una risposta. Non me ne frega nulla.
Quindi, zero volontà di comprendere qualcosa che non è immediata, fede cieca nei manualetti che ci spiegano “come stanno le cose” e la fame atavica di sesso, che non si estingue mai.

A un’intelligenza aliena, la nostra stirpe farebbe pena.
Che poi, è il senso recondito del film.
Strana scelta, quella di Glazer, di rendere oscuro, probabilmente perché la narrazione è limitata al punto di vista della protagonista, che guarda il mondo con occhi diversi e che non si dà, per questo stesso motivo, spiegazioni per renderci chiara la broda nebulosa a noi umani imbecilli, ciò che nel romanzo di Michel Faber, per una volta, è piuttosto chiaro.

L’aliena Scarlett NON scopre affatto il sesso.
Il film non è una commedia con Gloria Guida.
L’aliena Scarlett, al contrario, vincolata in un corpo e in una natura che non le appartiene, per esigenze di mimesi, perché è infiltrata all’interno della società umana, vive, come ogni creatura imprigionata in una natura che non le è propria, una profonda crisi dissociativa.
Crisi che la porta a voler sperimentare, illudendosi in alcuni momenti di poter davvero essere umana, i limiti della nuova specie che è costretta a interpretare, scontrandosi con la realtà.

Siamo una specie sciocca, cattiva e egoista.
E infatti, dei tanti umani che Scarlett incontra, solo uno è disposto ad amarla, ad accogliere la sua diversità (perché Scarlett è anzitutto diversa; sembra una ragazza con forti scompensi di personalità), gli altri, e il fatto che l’episodio accada sul finale sottolinea tale conseguenza quasi come ineluttabile, vogliono solo possederla, contro la sua volontà. Fino alle estreme conseguenze.

Fotografia lattea, luce fredda come il sole scozzese, odore di mare gelido, Scarlett Johansson che si carica sulla macchina una serie di sconosciuti (se li carica per davvero, comparse inconsapevoli di un film; avvertite soltanto a riprese finite) e nel frattempo, vive e assapora la natura umana: incomprensibile, stolida, duale, bella e meschina.
Glazer sceglie il silenzio per narrarla e lascia all’intuizione degli spettatori carpire il significato. Tentativo vano.

Benvenuti: siamo qui, sulla Terra. Siamo sciocchi e superficiali. Ci interessa solo il prezzo della benzina, scopare, svelare i complotti nella nostra testa e ciarlare di regole che non capiamo, ma nelle quali crediamo ciecamente.

Ma che diavolo ci è successo?


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