Sparta

Creato il 29 ottobre 2010 da Bruno Corino @CorinoBruno


In un sistema sociale, dominato dal rapporto liberi/schiavi, senza l’ausilio della tecnica impiegata a fini produttivi, la capacità di produrre beni o servizi è limitata: il loro aumento è dato soltanto dall’impiego estensivo e non intensivo della manodopera, cioè è dato soltanto dall’aumento del numero di schiavi e non dalle capacità tecniche delle forze produttive. D’altro canto, dal momento che il lavoro dello schiavo deve essere continuamente sorvegliato, diventa difficile imporre loro un senso di attaccamento al lavoro. Siccome la quantità di questi beni varia in rapporto all’aumento del lavoro servile, è ragionevole supporre il loro aumento non può superare un certo limite, oltre il quale l’intero sistema sociale rischia di collassare. La massa degli schiavi deve essere, in linea di massima, distribuita in misura proporzionata rispetto alla massa degli uomini “liberi”: solo la città-stato di Sparta ha rappresentato un caso limite. «La popolazione dello stato lacedemone era suddivisa in tre gruppi: la parte meno numerosa, ma l’unica che avesse un peso decisivo, era costituito dai cittadini di pieno diritto; anche i perieci erano liberi, ma non possedevano i diritti civici; il gruppo di gran lunga maggiore per numero era costituito dagli iloti, che erano privi della libertà» (E. Baltrusch, Sparta). Vale la pena approfondire questi rapporti nell’antica polis greca, anche per ciò che ha rappresentato simbolicamente per tanti uomini di cultura.
Nel caso della polis di Sparta la connessione tra la natura particolare del surplus e la formazione della funzione di dominio è palese: la maggioranza degli abitanti, ridotta in stato di servitù, era in effetti costretta a lavorare per mantenere i pari, dando loro il tempo sufficiente per dedicarsi alle attività militari e ai pasti comuni. Addirittura, possiamo considerare questa polis greca come un caso-limite o una realtà politica “idealtipica” nel senso weberiano del termine: storicamente, ogniqualvolta si presenterà la necessità di ripristinare la funzione politica di dominio si produrranno condizioni “simili” a questo modello politico. Non è affatto casuale che Sparta abbia offerto a tutti i conservatori antichi e moderni un esempio paradigmatico. Come ricorda il grande studioso della civiltà ellenica, Werner Jaeger, «Sparta non occupa un posto autonomo né nella storia della filosofia, né in quella dell’arte», e aggiunge che Sparta ha prodotto qualcosa di molto peculiare, ha prodotto il suo Stato, «e lo Stato si presenta qui per la prima volta quale potenza educatrice in tutta l’estensione del termine» (Paideia, I). Anche lo Jaeger riconosceva che il carattere guerriero, che distingueva la formazione statale degli spartani dalle altre compagini coeve, dipendeva essenzialmente dal bisogno di tenere in soggezione il popolo dei Messeni: «Ciò non era possibile se non facendo dell’intera cittadinanza spartiate una classe di dominatori armati, libera da ogni attività professionale» (Paideia, I).
Come è noto le origini dello Stato spartano risalgono alla penetrazione degli Acheo-Dori nel Peloponneso. Dopo essere penetrati da conquistatori nel territorio densamente popolato e ben coltivato dell’Eurota, gli Spartani furono portati dalla necessità a darsi un ordinamento militare e politico atto a mantenere l’occupazione armata del paese in mezzo ad una popolazione ostile e molto più numerosa: ordinamento che rimase inalterato e che spiega la peculiarità della costituzione spartana. La peculiarità di questa Costituzione risiede nel fatto che gli Spartani, anziché amalgamarsi con il popolo vinto, hanno preferito ridurlo in uno stato di assoluta schiavitù. I Lacedèmoni per assicurarsi il dominio su una numerosa popolazione di vinti hanno forgiato un esercito ben addestrato e disciplinato. Eccoci, dunque, di fronte ad un primo esempio storico concreto in cui l’ordinamento politico appare come diretta conseguenza dell’organizzazione e composizione sociale del lavoro. Dopo la conquista, secondo una leggenda greca, gli spartani si divisero il territorio: a ciascuno Spartiate fu assegnato un kléroi o lotto, coltivato dagli iloti, cioè dalla popolazione sottomessa e ridotta in schiavitù. I kléroi furono considerati inalienabili, e gli iloti di proprietà collettiva: «Risultato del sistema fu un’intensa solidarietà collettiva tra gli spartiati, che si designarono orgogliosamente col nome ói ómoioi, gli Eguali – anche se la completa uguaglianza economica non costituì mai nella realtà un tratto distintivo della cittadinanza spartana» (P. Anderson, Dall’antichità al feudalesimo).
Se si pensa, infine, che le attività commerciali ed artigianali furono prerogative dei Perieci, cioè di coloro che, sottomettendosi spontaneamente ai conquistatori, ebbero in cambio il riconoscimento di alcuni diritti civili, gli 8.000 - 9.000 cittadini spartani ebbero tutto l’agio per dedicarsi a tempo pieno all’addestramento militare, il quale si configurava come un vero e proprio “lavoro”: il bene che esso produceva era il perfetto guerriero. Conseguenza inevitabile se si voleva conservare il dominio totale sulla maggioranza della popolazione ridotta in schiavitù. Difatti, la stragrande maggioranza di iloti se non fosse stata dominata con crudeltà e ferocia non avrebbe mai tollerato di restare soggiogata ad un’esigua minoranza. Gli spartani per perpetuare questo dominio dovettero trasformare la polis in uno stato poliziesco.

La collettività spartana esigeva che ogni singolo cittadino rinunciasse al proprio in cambio della sicurezza vitale che il dominio sugli iloti gli garantiva. Così il cittadino spartano rimaneva per intero al servizio dello Stato dall’infanzia fino alla tarda vecchiaia, e pagava col diuturno sacrificio della sua libertà personale l’indipendenza economica che lo Stato gli garantiva con la concessione dei kléros e degli Iloti per amministrarlo. In cambio dunque di questa sicurezza economica, il cittadino spartano si lasciava annullare come individuo e si lasciava assorbire completamente dalle istanze collettive dello Stato: dalla coesione dello Stato politico dipendeva non solo la salvezza del Sé, come cittadino, ma anche la sua memoria. Come scrive Jaeger, «a chi, mediante il sacrificio della vita, si sia levato oltre i limiti dell’esistenza meramente umana ad una esistenza superiore, la polis conferisce l’immortalità del suo Io ideale, del suo “nome”» (Paideia, I). Dal canto suo, ecco la prospettiva di vita che il poeta Tirteo riservava a coloro che per paura avevano mancato al loro dovere di guerriero: «Ivi [nell’elegia] alla morte gloriosa sul campo di battaglia è contrapposta la miseria della vita raminga, quale è sorte inevitabile dell’uomo che in guerra non compì il suo dovere di cittadino ed è quindi costretto ad abbandonare la patria» (Paideia, I). Lo Stato spartano, per perpetuare il dominio sugli schiavi, doveva esaltare al massimo tutte le virtù militari dei suoi componenti: tale processo finiva per “sublimare” la stessa funzione dello Stato, perché ne “rimuoveva” l’istanza repressiva per lasciare il posto a quella formativa ed educativa. Lo Stato spartano agli occhi di tutti i suoi cittadini, e in seguito di tutti i suoi ammiratori, non appariva più come un istituto concepito in funzione di dominio, bensì come una grande palestra di educazione e di addestramento per la formazione (bildung) dell’uomo secondo una norma universale.
Le considerazioni svolte sullo Stato spartano si possono estendere, per analogia, da un lato ad ogni forma di Stato la cui economia si basa essenzialmente sulla schiavitù, dall’altro anche a quei sistemi sociali che, sebbene abbiamo una forma economica diversa, affidano ugualmente alla funzione politica di dominio il compito di garantire la coesione interna della società. Per estensione, infatti, la funzione politica di dominio è valida tanto nelle poleis greche quanto nell’Impero romano, perché entrambe queste forme politiche hanno alla base “il modo di produzione schiavistico”. Lo stesso non può dirsi per i grandi Imperi orientali: «L’impero sumero, quello babilonese, quello assiro o egiziano non erano economie schiavistiche, e il loro sistema giuridico non comprendeva una definizione nettamente distinta della proprietà di schiavi» (Anderson, Dall’antichità al feudalesimo. Invece, la forma di schiavitù, conosciuta dal mondo occidentale, si colloca in un intero quadro economico di riferimento che occorre tenere presente qualora vogliamo comprenderne la funzione fondamentale che ha svolto al suo interno.


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