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Creato il 31 gennaio 2017 da Jeanjacques
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Manoj N. Shyamalan, un nome che verso la fine degli anni Novanta era sulla bocca di tutti come giovane promessa cinematografica. E a proposito di nome, il Night della sua N è un nome d'arte, dato che in realtà il suo nome è Nellyattu, ma lo ha anglicizzato per potersi vendere meglio sul mercato come nuovo autore thriller/horror. Peccato però che proprio dopo un bellissimo inizio con Il sesto senso abbia poi proseguito egregiamente con altri titoli, fino alla fase post The village, dove non ne ha più imbroccata una. Da lì poi sul suo nome si è ironizzato in ogni maniera. C'è chi ormai lo chiama Shyabadà, altri Shallallero, mentre io mi sono unico al gregge virtuale con Shallallalapolly. Unito però con una triste speranza, ovvero che un autore che durante i primi anni della mia adolescenza ho amato così tanto ritornasse agli antichi splendori, facendoci dimenticare le sue ultime schifezze e realizzando finalmente, anche passando per altri generi, quei film in grado di tenerti incollato allo schermo. No, i twist finali non sono sempre richiesti, ma basta solo una storia che sappia coinvolgere. Ultimamente ci si accontenta sempre di meno.
Kevin è un uomo che, a causa degli abusi subiti dalla madre quando era piccolo, cova dentro di sé ben ventitré personalità differenti. Un giorno rapisce tre ragazze, poiché una ventiquattresima personalità sta affiorando ed è ad essa e al suo appetito che sono destinate...
La flebile speranza era giunta con The visit, film decisamente imperfetto e migliorabile, ma che aveva tutti i presupposti di una storia scritta per funzionare - e che con qualche sforzo di volontà funzionava alla grande - lasciando vagamente soddisfatto lo spettatore. Non una grande conquista ma, come ho detto poco fa, ultimamente ci si accontenta. Quel senso di soddisfazione però deve essere rimasto anche al regista perché ha deciso di affidarsi nuovamente alla casa di Jason Blum, la Blumhouse (che sì, ci avrò regalato una perla come Whiplash, ma anche una schifezza come Oculus), fautori della filosofia "spendi poco e guadagna tanto", realizzando un altro film a basso budget che gli imponesse più liberta. Perché a Shallallalapolly non vanno dati i film da milioni e stramilioni di dollari, lui è un regista che ha bisogno dei suoi spazi, della sua libertà (e allora come la mettiamo per Lady in the wather? Shhhh...) per poter giocare con le sue creature e poter scegliere le soluzioni meno scontate. Per certi versi è questo che ha decretato il successo dei suoi lavori più famosi, che sembravano rispondere a dei precisi requisiti, fino a che poi non è arrivata una senilità anticipata e la deriva autoritaria di mamma Hollywood, che sicuramente ci ha messo molte zampette - ma ancora c'è chi crede che se ti danno i fantastilioni per un prodotto ti lasciano fare quello che vuoi? Se però da una parte questo lascia intendere una certa capacità da parte dell'autore indiano, dall'altra ne evidenzia i suoi limiti, perché per raggiungere dei risultati accettabili bisogna per forza restare in una sorta di comfort zone con degli ingredienti precisamente scelti. Certi possono essere rassicurati dalla cosa, perché il loro beniamino ritorna a fare quello che sa fare meglio, ma a me un poco dispiace, perché credo che il narrare sia la capacità di dare il meglio sempre in una cosa diversa, e Shyamalan (quando fa Shyamalan, non il tecnico su commissione) apporta sempre delle piccole sfumature a quanto ha già detto, senza stravolgersi mai, mi sembra ormai innegabile di fronte a questo film. E infatti ritorna con un altro thriller psicologico, stoppando fin da subito l'indagine (sai già chi è il colpevole e di base c'è poco o nulla su cui indagare) e dandosi tutto alla superba interpretazione di James McAvoy, attore che ho sempre sottovalutato e che qui dimostra di essere davvero bravo. Perché strafare con un personaggio dalla personalità multipla era davvero facile, ma a lui basta solo un cenno del capo o un modo di guardare verso la macchina da presa per farti capire quale personalità ha preso il sopravvento, non credo sia una cosa da tutti. Ma per fortuna, non è solo su di lui che si regge la pellicola. McAvoy fa il grosso del lavoro, ma è proprio Shyamalan che, pur non risparmiandosi una delle solite minchiatelle degli ultimi periodi, riesce a realizzare un lavoro pulito, ben sostenuto e con più di un momento memorabile. Davvero, ho tenuto gli occhi incollati sullo schermo per tutta la durata e verso la fine ho provato una vera e propria tensione, fino a quel messaggio finale che, nella sua semplicità, ho trovato davvero efficace. Nulla di rivoluzionario o che mi abbia fatto gridare al miracolo, ma una coerenza interna che mi ha fatto tirare un sospiro di sollievo: Shallallalapolly ha tenuto botta fino alla fine ed è riuscito nel creare un film dove i pregi sono maggiori dei difetti, trovando quell'equilibrio che gli mancava da (troppo) tempo. E sì, tutto quello che si dice sulla malattia mentale di Kevin sono delle scemenze, da quel poco che mi è dato sapere in materia, ma lasciando alta quanto basta la sospensione dell'incredulità ci troviamo finalmente davanti a del vero cinema, fatto da uno che lo sa fare non solo a livello tecnico. Certo, sempre secondo i suoi soliti schemi e una formuletta già collaudata in precedenza, ma quando prenderà atto della cosa forse sarà meglio per tutti.
Guardatelo fino alla fine, però. Ci sarà il riferimento a un certo film che vi farà gasare come pochi. Che si stia parlando dello "Shyamalan cinematigrafic universe"?
Voto: ★★★
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