E mi innamoro, mi emoziono, mi sbudello dalle risate e mi ispiro: ogni sacrosanta volta succede qualcosa, ogni incontro è un’inseminazione narrativa.
Ieri sera ci siamo trovati per una cena senza motivo, e ho ascoltato di quando negli anni ‘70 – senza essere mai usciti dal paese prima di allora – hanno fatto 14 ore di treno per andare a Salerno al giuramento di un fratello: un esilarante migrazione al contrario, con tutti gli incidenti linguistici del caso (“quello lì ha detto che dobbiamo camminare sempre dritto in groppa al marciapiede”).
Oppure di quando andarono a Venezia in dieci e, senza muoversi dalla banchina, persero cinque traghetti – guardando la gente arrivare ed andarsene – prima di capire che si saliva da un’entrata diversa rispetto a quella d’uscita: il traghetto arrivava, si svuotava, si caricava e se ne andava, e loro sempre lì, fermi e interdetti con i loro zaini e tutti per mano per non perdersi, senza capire come uscire da quella situazione.
Ho sentito la malinconia delle giornate in Lomellina, raccogliendo riso senza nemmeno sentire il tempo che scorreva: perché si cantava, e cantando la sera arrivava veloce.
Per non parlare dello scandalo delle collant e delle minigonne, i fidanzamenti lampo, i mesi delle gravidanze che non tornavano, il potere delle sentenze delle levatrici, le scarpe comprate sempre di tre numeri in più per farle durare molti anni, gli equivoci del corpo: una mia zia negli anni ’40 corse da sua madre dicendole, disperata e in lacrime, che si era ferita giocando perché perdeva sangue dalle gambe (in realtà erano le prime mestruazioni).
Spremeteli i vostri vecchi, finchè potete, perché sono i custodi di una felicità che non conoscerete mai: non perdetevi le loro storie, non lasciategliele portare nella tomba. Stuzzicateli, fate domande, stimolateli: quello che vi possono raccontare del mondo dal quale arrivate non è sostituibile con niente. Proprio niente.