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Staatsoper Stuttgart – Parsifal

Creato il 26 febbraio 2018 da Gianguido Mussomeli @mozart200657
Staatsoper Stuttgart – ParsifalFoto ©Martin Sigmund

La Staatsoper Stuttgart sta vivendo l’ ultima stagione della sovrintendenza di Jossi Wieler, che a partire dal mese di agosto lascerà l’ incarico alla nuova dirigenza. Il 17 aprile prossimo Viktor Schoner, il nuovo Intendant, presenterà alla stampa le linee generali della sua prima stagione insieme a Cornelius Meister, il successore di Sylvain Cambreling nella carica di Generalmusikdirektor. In attesa delle ultime nuove produzioni previste nel cartellone di quest’ anno, il teatro sta riproponendo alcuni tra gli spettacoli più significativi tra quelli andati in scena negli ultimi anni. Cambreling, che dalla prossima stagione assumerà l’ incarico di Chefdirigent degli Hamburger Symphoniker succedendo al defunto Jeffrey Tate, ripropone in questi giorni il controverso allestimento del Parsifal allestito nel 2010 da Calixto Bieito e successivamente ripreso nel 2013, sempre sotto la sua direzione. Per chi, come me, ama profondamente l’ estremo capolavoro di Wagner la presenza di una messinscena che io ho sempre trovato brutta e di pessimo gusto non costituisce un impedimento sufficiente al desiderio di riascoltare in teatro questa incredibile partitura, che rappresenta uno tra i massimi esiti artistici in assoluto della cultura occidentale. Non credo sia il caso di rivangare le polemiche suscitate dalla produzione di Bieito fin dalle prime recite tenutesi nel 2010.  Dopo la quinta o sesta volta che ho visto lo spettacolo, continua a sfuggirmi il senso di tante trovate gratuite come quella di Kundry incinta (ma di chi, poi, se Parsifal nel giardino di Klingsor respinge le sue profferte amorose per non contaminarsi?) al terzo atto e quella di Parsifal che, vestito come un angelo da processione paesana, con al collo una croce, un candelabro ebraico a sette braccia e un busto di Wagner, viene trasportato al rito conclusivo su un trolley da aereoporto. Potrei continuare ancora ad elencare altre di queste demenzialità gratuite, ma preferisco fermarmi qui. In questa occasione, mi interessa piuttosto esporre qualche considerazione generale a proposito degli esiti complessivi ottenuti da Bieito nella sua visione del Parsifal. Premetto che io non mi ritengo un conservatore e non ho nulla contro gli allestimenti moderni, a patto che dietro di essi ci sia un’ idea di base logica e la volontà di comporre un racconto scenico coerente. L’ idea portante della regia, quella di ambientare la vicenda in un clima da Day After vissuto da reduci di una catastrofe naturale o forse bellica non è più assurda in sè e per sè di quelle che stanno alla base di altre recenti bislacche produzioni del Parsifal come quella bayreuthiana di Schlingensief, quella viennese di Alvis Hermanis ambientata in un manicomio oppure quella più recente di Tcherniakov a Berlino. Dopo aver detto che Bieito dal punto di vista professionale è un regista che sa davvero il fatto suo e che lo spettacolo è tecnicamente inappuntabile oltre che curatissimo nella recitazione d’ insieme, la domanda che io mi pongo è questa: una simile concezione scenica costituisce un contributo utile alla storia interpretativa del capolavoro di Wagner? Assolutamente no, è la mia risposta. Il clima cupo, angoscioso dal principio alla fine senza la minima traccia di evoluzione psicologica nei personaggi, la violenza gratuita di certe scene, il tono quasi splatter della scena conclusiva con un Titurel trucidato a colpi di ascia e Amfortas che fa la stessa fine per mano di Parsifal non trovano alcuna corrispondenza con la musica. Erlösung dem Erlöser sono le ultime parole del testo, in italiano “Redenzione al Redentore”. Qui non abbiamo nessuna Erlösung e neppure un Erlöser, il mondo postatomico rappresentato da Bieito non ha il minimo punto di contatto con la vicenda in cui Wagner ha rappresentato se stesso come artista che in cerca di se stesso, della sua identità e della sua missione, ha inizialmente vagato per il mondo incontrandovi la religione degradata e l’ arte corrotta e che finalmente, proprio mentre è sul punto di cadere irretito dalle lusinghe della falsa arte, prova quella compassione (Durch Mitleid wissend, der reine Tor) a cui segue il trionfo della riconquistata conoscenza e dell’ elevazione spirituale, prodotte dall’ autentica espressione artistica che si sostituisce alla religione. In sostanza, uno spettacolo che per me pecca soprattutto di illogicità e alla fine appare decisamente irrisolto. Personalmente, la sensazione che ho sempre provato alla fine di questa collezione di scene in bilico tra pulp e sadomaso è identica a quella che prova una persona alzandosi da tavola dopo una cena composta di portate troppo pesanti e complessivamente indigeste.

Staatsoper Stuttgart – ParsifalFoto ©Martin Sigmund

Come sempre accade in simili situazioni, a risollevare il morale dello spettatore ha provveduto l’ esecuzione musicale. Anche per questa ripresa, la Staatsoper Stuttgart ci ha offerto un’ esecuzione davvero di ottimo livello, degna della grande tradizione wagneriana di un teatro che nei decenni passati si era guadagnato l’ appellativo di Winter Bayreuth. Sul podio, Sylvain Cambreling ci ha riproposto la sua interpretazione che, come avevamo notato all’ epoca delle recite svoltesi nel 2013, ha senz’ altro le sue radici nella storica interpretazione di Pierre Boulez, presentata per la prima volta a Bayreuth nel 1966 con la regia di Wieland Wagner e poi nel 2004 con Cristoph Schlingensief nella produzione di cui accennavo in precedenza. Come Boulez anche Cambreling, nella sua interpretazione, adotta tempi piuttosto mossi rispetto al normale, e infatti il primo atto durava poco meno di un’ ora e tre quarti. Il direttore di Amiens imposta la sua lettura su un suono orchestrale di grande leggerezza e trasparenza, con una splendida varietà di colori e di fraseggio. Un perfetto senso della fluidità e continuità di narrazione, un timbro orchestrale denso e leggero allo stesso tempo, di rara bellezza e ricercatezza di tinte, accompagnamenti di un equilibrio e respiro perfetti. Quella di Cambreling non è una visione tesa e drammatica come quella dell´interpretazione di Manfred Honeck, nelle recite di tre anni fa. Direi piuttosto che la sua visione del Parsifal più che sull´aspetto mistico punta principalmente sul colorismo e sulla sfaccettatura delle tinte, in linea con la visione che di Wagner hanno sempre avuto i direttori francesi. Bellissimo l´impasto di tinte dell´inizio del Preludio, con le tinte orchestrali dispiegantesi in maniera sapientemente graduata sulle note dell´accordo di la bemolle maggiore, e la perfetta espressività del Corale. Fluidissimo il primo atto e perfetta per equilibrio degli spazi sonori e proprietà di tinte la scena della consacrazione del Graal. Ricchissima di colori la scena del giardino di Klingsor, con una splendida sottolineatura delle preziosità armoniche e delle novità di scrittura di cui Wagner ha disseminato queste pagine, con l´orchestra che trascolorava stupendamente dall´atmosfera seducente della scena delle Zaubermädchen alla sensualità lacerata e sofferta della scena tra Parsifal e Kundry. Davvero ragguardevole l´amosfera di tragedia allucinata e sommessa creata da Cambreling nell´esecuzione del Preludio al terzo atto, e la varietà delle tinte del Karfreitagszauber, così come il perfetto equilibrio e dominio delle architetture orchestrali e corali nel finale, culminante in una strepitosa, vaporosa e leggerissima esecuzione della scena conclusiva. Una direzione di assoluto rilievo e di altissimo livello, resa possibile anche dalla magnifica prova dell´orchestra e del coro della Staatsoper, fantastici dal punto di vista della qualità sonora e della compattezza d’ insieme. Soprattutto il coro, formidabile nello scolpire con straordinaria plasticità di fraseggio le possenti arcate sonore delle due scene del Graal, ha offerto una prestazione che pochissimi complessi vocali odierni potrebbero eguagliare.

Per quanto riguarda la compagnia di canto, molto buona la prestazione di Christiane Libor, cantante berlinese che nei teatri tedeschi è considerata una tra le migliori Brühnhilde del momento e che, pur senza grandi intenzioni di fraseggio, ha risposto molto bene alle difficoltà che la complicata tessitura di Kundry presenta. Buono anche l’ Amfortas di Markus Marquardt, debuttante nel ruolo, dal fraseggio scavato, sofferto e capace di accenti significativi ad onta di una voce di grana un po’ ruvida e a volte appannata nelle note alte. Il basso coreano Attila Jun ha ripetuto il suo Gurnemanz imponente e solenne già apprezzato nel 2013 anche se questa volta si avvertiva una certa usura e perdita di smalto nelle note acute. Abbastanza generico il tenore Daniel Kirch nei panni del protagonista: la voce è di qualità discreta nel settore centrale ma a partire dal fa il suono si appanna e diventa forzato, cosa che si ripercuote negativamente sull’ interpretazione. Molto buono il Klingsor di Tobias Schabel  e ancora una volta autorevole la prova di Matthias Hölle, veterano dell`ensemble e interprete wagneriano esibitosi nei maggiori teatri d’ opera del mondo, come Titurel. Buone anche tutte le parti di fianco tra cui spiccavano Torsten Hofmann e Heinz Göhrig, due caratteristi storici della Staatsoper Stuttgart, insieme ad alcune tra le giovani voci femminili più promettenti della compagnia come Josefin Feiler, Mirella Bunoaica, Aofe Gibney, Fiorella Hincapiè e Stine Marie Fischer. Successo vivissimo da parte di un pubblico abbastanza numeroso, concentratissimo e con una significativa presenza di giovani tra gli spettatori, cosa che fa sempre molto piacere riscontrare.


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