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Staatsoper Stuttgart – “Schuberts Winterreise”

Creato il 06 marzo 2020 da Gianguido Mussomeli @mozart200657
Foto ©Matthias Baus

La Staatsoper Stuttgart con il suo quarto allestimento della stagione 2019/20 ha voluto rendere un omaggio ad Hans Zender, spentosi il 23 ottobre dello scorso anno all’ età di quasi 83 anni nella sua residenza di Meersburg am Bodensee. Il compositore, saggista e direttore d’ orchestra originario di Wiesbaden era conosciuto in particolare per lavori come i cicli Hölderlin lesen e Canto I–VI, i cinque brani sinfonici della raccolta Kalligraphie e i suoi scritti di filosofia musicale riuniti nel 2004 in una raccolta intitolata Die Sinne denken oltre che per un’ attività direttoriale che lo aveva portato a lavorare con teatri come la Hamburgische Staatsoper, di cui fu Generalmusikdirektor dal 1984 al 1987, oltre che ad eseguire il Parsifal al Bayreuther Festspiele e l’ Ulisse di Dallapiccola al Salzburger Festspiele. In brani come “Oh Cristallina” per tre gruppi corali e strumentali (2013/2014) lo stile compositivo di Zender offre un esempio del suo lavoro con i microintervalli utilizzando il testo di Juan de la Cruz per un saggio estremamente virtuosistico di scomposizione sonora finalizzata a un processo di integrazione degli intervalli puri, come il settimo e l’ undicesimo armonico, nel sistema temperato allo scopo di esplorare nuove possibilità timbriche e coloristiche. Come l’ autore stesso ha dichiarato: “Ich liebe den kristallinen Charakter der sich so ergebenden Klänge viel mehr als die verschmutzten irrationalen Klänge des temperierten Systems, mit denen wir uns meist zufrieden geben”. Un aspetto caratteristico della produzione di Zender è quello della komponierte Interpretation, ossia la rielaborazione orchestrale di grandi capolavori del passato in ottica contemporanea. Il ciclo Schuberts Winterreise del 1993 per tenore e orchestra da camera, presentato alla Staatsoper Stuttgart in versione scenica, rappresenta uno splendido omaggio all’ arte schubertiana, dalla quale Zender prende spunto per tutta una serie di invenzioni timbriche raffinatissime tramite una rielaborazione orchestrale ricercata e di effetto assai attraente. Attraverso l’ impiego dei colori strumentali ottenuti da un’ orchestra di venticinque elementi con una presenza insistita delle percussioni e del sassofono oltre che di effetti ottenuti tramite una macchina del vento, pizzicati, glissandi e clusters, l’ atmosfera di progressiva allucinazione che rappresenta la caratteristica principale dei ventiquattro Lieder schubertiani viene sbalzata con una forza tragica di assoluta evidenza fino a culminare in quell’ agghiacciante Der Leiermann che è forse la pagina più desolata e scabra mai scritta da Schubert, che si spegne progressivamente in un clima di assoluta staticità, dove gli echi dell’ immagine sonora, della raffigurazione musicale di un fatto, sembrano perdersi nel vuoto assoluto, nella completa dissoluzione di ogni categoria di spazio e tempo splendidamente sottolineata dalla strumentazione di Zender.

Dal punto di vista musicale, l’ esecuzione raggiungeva vertici di ispirazione davvero notevoli grazie alla sapiente direzione di Stefan Schreiber, attentissimo a calibrare fino ai minimi dettagli le sonorità della Staatsorchester Stuttgart e soprattutto alla prestazione assolutamente maiuscola di Matthias Klink, un tenore che gode di grande stima nel mondo musicale tedesco per la sua versatilità interpretativa grazie alla quale è stato più volte premiato dalla stampa specializzata: nel 2018 è stato nominato Sänger des Jahres nei riconoscimenti critici assegnati dalla rivista Opernwelt, per la sua fulminante interpretazione del ruolo di Gustav von Aschenbach in Death in Venice di Britten alla Staatsoper Stuttgart. Il cinquantunenne cantante originario di Fellbach, piccola città situata nell’ immediata periferia di Stuttgart, in questa occasione ha offerto una tra le interpretazioni più complete fra quelle da lui presentate negli ultimi anni a Stuttgart cesellando tutte le sfumature della musica di Schubert in maniera avvincente. Matthias Klink è uno tra i fraseggiatori più intelligenti e sensibili nel panorama tenorile della nostra epoca e la sua abilità nel sottolineare tutte le minime inflessioni del testo lo rende pienamente capace di rendere la mobilità nevrotica della scrittura vocale di questo straordinario capolavoro della letteratura liederistica, in cui Schubert crea un clima sospeso tra realtà e allucinazione, con una finezza espressiva raggiungibile da pochi altri artisti della nostra epoca. Anche dal punto di vista scenico la recitazione di Klink, perfetta nell’ accordo tra parola, suono e gestualità, era di un’ efficacia assolutamente esemplare e si inseriva perfettamente nel progetto scenico ideato da Aernout Mik, basato su un palcoscenico in cui all’ orchestra si univano pochi elementi scenici e una serie di video. Una realizzazione che io ho trovato efficace nella sua scarna semplicità e abbastanza di buon gusto, che completava molto bene una serata davvero coinvolgente per la forza drammatica dell’ atmosfera creata dalla musica e dalle immagini. Il pubblico, che riempiva la Staatsoper quasi al completo, alla fine ha tributato un vero e proprio trionfo a Matthias Klink, mentre il team registico ha ricevuto diverse contestazioni al suo apparire in scena.


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