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STEFANO TRAVAGLINI, Monk. Fifteen Piano Reflections

Creato il 27 marzo 2020 da The New Noise @TheNewNoiseIt

STEFANO TRAVAGLINI, Monk. Fifteen Piano Reflections

Capolavoro di riscrittura monkiana, tra arborescenza e contrappunto, astrazione e lirismo.

Questo disco in piano solo non è il solito pretesto per appoggiarsi alla stampella di Thelonious Monk, al fine di dimostrare (eventualmente) quanto “girino bene” i suoi temi così come sono. Quella che ascolterete è tanto una mirabile discesa negli abissi quanto una sublime elevazione nei suoi cieli. La scrittura pianistica monkiana è esemplare (ed attrattiva) grazie alla sua secchezza, economicità e vettorialità: la riscrittura che ci propone Stefano Travaglini è attrattiva (ed esemplare) per via dell’arborescenza e del contrappunto, dell’astrazione e del lirismo. Difatti, se la musica monkiana rappresenta l’albero nella sua struttura portante elementare, priva di ogni ramificazione e fioritura, allora la versione che ne dà Travaglini consiste in un focus costante sul rigoglio e sull’infoltirsi della chioma arborea. Già il materiale originario su cui agire in termini di riconfigurazione compositiva nasce come aggregato di particelle ad alto tasso di astrazione, ma l’esito a cui giunge il nostro pianista italiano radicalizza ulteriormente l’astrazione, facendo leva su una rara padronanza del contrappunto e, non da meno, su un cantabile non artefatto, ma squisitamente  naturale. Va detto che lo scoglio principale di un lavoro come quello che andiamo recensendo  sarebbe, sotto altre mani, l’eccessivo sbilanciamento verso la micrologia tematica, cosa che proprio il presente disco supera con un balzo, in quanto ogni frammentarietà diventa qui consistenza rivelata e struttura articolata. Il lavoro di Travaglini, ben inteso, non è ortodosso, ma non è nemmeno dissacrante. È, al contrario, frutto di un lavoro in cui freschezza e maturità, aderenza e riscrittura, cultura musicale e piacere pianistico si compenetrano.

Procediamo allora ad una disamina brano per brano. Tenete conto che i rimandi ad altri musicisti e compositori hanno la sola funzione di farvi familiarizzare fin da subito con il backstage della rappresentazione monkiana offerta da Stefano Travaglini: tali rimandi non costituiscono, pertanto, un gancio a cui appendere il suo stile compositivo ed improvvisativo.

“Trinkle Tinkle” è, letteralmente, l’overture caratteriologica del disco: enigma raveliano nella reiterazione pedalizzata del riff semicromatico originale di Monk.

“Children’s Song” intreccia la bitonalità in un contrappunto degno di Shostakovich, senza mai smarrire l’incedere da ninnananna, luminoso e narrativo.

“Well, You Needn’t” è strabiliante: finta un basso albertino a sostegno del tema monkiano che la mano destra distende ed amplia per appoggiatura, presentando il tema nella sua interezza come risultato finale dell’estensività armonica, procedimento, questo, caro a Giorgio Gaslini (vedi il suo storico tributo a Monk del 1981) ma che qui risulta meno didattico, meno dimostrativo.

“Ruby My Dear” sembra uscita dalla penna dell’Hindemith sonatistico: quale coerenza nel divenire tra riscrittura ed improvvisazione, quella di Travaglini!

“Criss Cross” incanta sinistramente con il suo elogio al cromatismo discendente, accompagnato dall’idea moderatamente ligetiana di un Cordes A Vide.

 “Straight No Chaser” rivela un’altra parentela ligetiana (semi-citazione al basso della figurazione di “Fanfare”): il drive ritmico è trascinante.

Con “Ugly Beauty” veniamo accolti da un lirismo che, ancora una volta, sa trattare e custodire la densità armonica monkiana.

 “Bemsha Swing” regala un incedere accordale ribattuto e riecheggiante (memore, indubbiamente,  di un Shostakovich jarrettizzato) che fa emergere, come mai è stato fatto da altri tributi, l’asprezza ironica del tema di partenza.

In “Round Midnight” l’aderenza alla stesura originaria è evidente, così come è palese la capacità di armonizzare per diversione e per arborescenza. Anche qui c’è lirismo, ma ciò che spesso manca ad altre rivisitazioni, è qui presente in dosi massicce: la componente dell’enigma notturno, dell’attesa di una rivelazione mancata, il dialogare con l’irrisolto della nostalgia.

L’ingresso in “Monk’s Dream” è sarcastico nel tono, la riarmonizzazione è slavizzante, la pulsazione ritmica è equilibratamente “storta” nella distribuzione tra mano destra e mano sinistra.

“Introspection” è un denso sviluppo in contrappunto armonico-ritmico dominato dal presagio e dall’incantesimo.

“Evidence” diluisce il tema monkiano che si diffonde e s’addensa a latere di un continuo ribattuto, in un clima sinistramente raveliano da “Le Gibet”.

“Brilliant corners” è il pezzo più apertamente contrappuntisco, e anche quello più lontano dalla concezione a due tempi dell’originale; splendida l’improvvisazione sul walking bass “liberato” dall’ultima fase dell’esposizione contrappuntistica, anche perché continua a “seguire” il principio ideatore.

Con “Misterioso”, il richiamo ligetiano nella mano sinistra, già accennato in “Straight No Chaser”, è esplicito, così come la drastica separazione delle due linee, in una sorta di “doppio cervello” che non chiede conciliazione, ma gode della sua doppia prospettiva.

La chiusura del disco è affidata ad un “In a Walked Bud” al rallentatore che apre ad un inatteso quantomai magico lirismo e che si concretizza presto in poderosi e articolati blocchi armonico-accordali, per poi fare ritorno, nel finale, al canto dello spirito della sobrietà.

Comprate questo disco.

Dischi 2020, notami, stefano travaglini

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