Stendhal vs Thoureau

Creato il 04 settembre 2011 da Antonio
"[...] Perchè il bello è solo
l'inizio del tremendo, che sopportiamo appena,
e il bello lo ammiriamo così perchè incurante
disdegna di distruggerci
. [...]"
R.M. Rilke, Elegie Duinesi, Prima elegia, 1922.
Il senso di sopraffazione che alcuni provano di fronte alle opere d'arte è noto come sindrome di Stendhal. Questa "affezione psicosomatica" ha un'ampia letteratura. Della sindrome di Stendhal si è detto di tutto ma mi sono sempre chiesto: esiste qualcosa di analogo di fronte alla bellezza della natura? C'è nella letteratura psichiatrica quello che potremmo chiamare una sindrome di Thoreau, il filosofo americano che portò al centro della sua riflessione il ruolo della natura selvaggia? O, per rimanere in ambito letterario, una sindrome di London?  O una sindrome di Tolstoj?
Ad essere rigorosi nessuno di questi nomi, e tanto meno le loro opere, può evocare una sindrome analoga a quella di Stendhal che abbia la sua origine nella bellezza della natura, sebbene tutti, in diversi modi, abbiano messo al centro del loro pensiero la natura e la sua bellezza. Dei tre autori nominati forse solo Thoreau rappresenta lo smarrimento estatico, quasi un trascendimento, di fronte alle bellezze naturali ma non ne sono sicuro e mi rendo conto che è una forzatura.
Insomma, per quanto ne so, non c'è una sindrome simile a quella di Stendhal per le bellezze naturali. L'unica cosa che si avvicina a quello che intendo è la Nature Deficit Disorder (in italiano sindrome da deficit di natura), ma si avvicina soltanto, esattamente dalla parte opposta a quello che intendo io perché la sindrome da deficit di natura è un disagio dovuto alla mancanza di contatto con la natura e non uno stato emotivo di forte commozione e di vertiginoso trascendimento di fronte alle bellezze della natura. Eppure, come di qualcosa di cui sentiamo la mancanza solo quando ci viene sottratto, la sindrome da deficit di natura ci fa capire quanta bellezza sia stata confinata sotto la soglia della percezione e segregata negli anfratti dell'assuefazione. Ma non voglio farmi prendere la mano da queste riflessioni. Rimaniamo al fatto che non c'è una descrizione o una casistica analoga alla sindrome di Stendhal per le bellezze naturali (se qualcuno vorrà smentirmi ne sarò felice). Riprendendo la lezione di Foucault sul potere psichiatrico, sembra quasi che il dispositivo patologico della sindrome da bellezza naturale non sia di alcuna utilità alla microfisica del potere, perché? Domanda oziosa, forse, e del resto che esista o meno quella che potremmo chiamare una sindrome di Thoreau è poco importante, perché ciò che a mio avviso è rilevante è la differenza con cui le bellezze artistiche e quelle naturali vengono vissute.
Io una spiegazione di questa differenza ho tentato di darmela e in qualche maniera questa spiegazione risponde anche alla domanda del perché non esista una sindrome di Thoreau. Non so quanto sia corretta la mia risposta ma ai fini di queste riflessioni, più utili a stimolarne altre che a raggiungere una certezza, la correttezza è un criterio di cui mi curo poco.


Val di Saent (TN) - Trentino Alto Adige

Se la bellezza naturale lascia senza parole perché ci mette di fronte alla "divina indifferenza", l'opera d'arte è il tentativo di una povera umanità di opporsi all'abisso, a volte è il disperato sforzo di colmarlo. L'opera d'arte, a differenza della bellezza della natura che è fondamentalmente silenzio, è l'urlo degli uomini bambini di fronte al buio. L'opera d'arte, l'artificio, è il desolante lavorio per fornire un senso a quel buio, il tentativo di farne uno spettacolo, di giocare con i dadi del tempo per trovare un perfetto incastro di vite. E' lo stupore che distrae per un momento la morte dal suo antico mestiere, è l'inconsapevole corte che si fa alla morte nel tentativo di farla innamorare, come scrive Saramago nel suo "Le intermittenze della morte". 

Caravaggio, Hecce Homo, 1605/6 o 1609.
Palazzo Rosso, Genova.

In uno dei suoi lapidari aforismi Nietzsche diceva "... E se tu riguarderai a lungo in un abisso, anche l'abisso vorrà guardare dentro di te." Nietzsche metteva in guardia dai mostri contro cui si lotta ma, come dice Rilke, "il bello è solo l'inizio del tremendo". Quando si sosta davanti al bello si è consapevoli che dall'altra parte c'è l'abisso e quando si sentono le urla che salgono da quell'abisso le gambe tremano.
L'arte è il necessario inganno della nostra natura perché basti a sé stessa. E' l'inganno che dobbiamo credere vero, il più grande di tutti. Inganno evidente e irrinunciabile. La natura si dà parvenza di realtà che l'arte non può e forse non vuole rivendicare. L'arte è l'artificio che osa ingannare la natura, che osa dire alla natura che non può bastare, che manca ancora qualcosa, mancherà sempre qualcosa. Ma cosa sia non sa dirlo ed in questo chiassoso silenzio dell'arte si affonda.
Siamo ospiti della natura, nei suoi confronti conserviamo un elemento di estraneità mentre di fronte all'opera d'arte siamo trascinati nel vortice della somiglianza con l'artista, per quanto differenti condividiamo con l'artista la stessa umanità. La natura, a differenza dell'opera d'arte, non è fatta per farsi guardare.

La natura è continuo movimento, la si immagina ferma ma non lo è mai, non può esserlo. Il movimento della natura sussurra vita e morte, inevitabilmente. Quel movimento sussurra che la "certezza della morte si accompagna alla indeterminatezza del suo «quando»" (Heidegger, Essere e Tempo,  §52, 1927), questo l'uomo teme, questo tenta di fuggire con l'artificio. L'arte fissa quel movimento e, in un rovesciamento dei fini, la staticità della morte diventa con l'arte l'eternità della vita. Poteva essere concepito inganno maggiore di questo?

J. Mirò, Paesaggio catalano, 1923/24.
The Museum of Modern Arts, New York.

L'arte congela la morte, lancia la sfida impossibile di una risata beffarda in faccia alla morte. Questa è la peccaminosa ambizione dell'arte, niente che sia di meno è degno di questo nome.
Il bello è un concetto umano, pertanto di fronte al manufatto umano si può parlare di un concetto di bello diverso da quello usato per la natura. L'uso indiscriminato del termine nei due casi è del tutto fuorviante e non lascia pensare alla profonda differenza tra i due tipi di bello. La presunzione dell'arte di cui ho parlato paga il suo pegno attraverso il sottile senso di disagio che spesso accompagna il godimento del bello artistico, quel disagio che nelle sue forme più accentuate può essere una vera e propria sindrome.
A questo punto bisogna riconoscere che queste riflessioni poggiano su un terreno fragile, come tutte le nostre certezze del resto! L'arte è un concetto culturale e spesso si contrappone il concetto di natura a quello di cultura. Ebbene, quello di natura è il concetto più squisitamente culturale che la nostra natura ci ha permesso di produrre! (Detto tra parentesi, potreste trovare molto interessante questo video del filosofo Denis Dutton a proposito delle origini della bellezza, naturale o artistica che sia. Il video è sottotitolato in diverse lingue.)
"[...] solo a momenti l'uomo sopporta pienezza divina.
Sogno di loro dopo è la vita. [...]
"
F. Hölderlin, Pane e vino, Elegia, 1801-2.
"Soltanto grazie all'arte possiamo uscire da noi stessi, sapere che un altro vede di questo universo, che non coincide con il nostro, e i cui paesaggi sarebbero rimasti per noi sconosciuti, quanto quelli che potrebbero esserci sulla luna. Grazie all'arte, anziché vedere un solo mondo, il nostro, lo vediamo moltiplicarsi, e quanti più sono gli artisti originali, tanti più mondi abbiamo a disposizione, diversi gli uni dagli altri, più di quelli che girano nell'infinito, e che, molti secoli dopo che si è estinto il focolare da cui emanavano, si chiamassero Rembrandt o Vermeer, ci inviano ancora il loro caratteristico raggio di luce." M. Proust, Alla ricerca del tempo perduto. Il tempo ritrovato, 1927.
***
"BELLO, BELLEZZA
Chiedete a un rospo cos'è la bellezza, il bello assoluto, to kalòn. Vi risponderà che è la sua femmina, con i suoi due grossi occhi rotondi sporgenti dalla piccola testa, la gola larga e piatta, il ventre giallo, il dorso bruno. Interrogate un negro della Guinea: il bello è per lui una pelle nera, oleosa, gli occhi infossati, il naso schiacciato. Interrogate il diavolo: vi dirà che la bellezza è un paio di corna, quattro artigli e una coda. Consultate infine i filosofi: vi risponderanno con argomenti senza capo né coda; han bisogno di qualcosa conforme all'archetipo del bello in sé, al kalòn.
Assistevo un giorno a una tragedia, seduto accanto a un filosofo. «Quant'è bella!», diceva. «Cosa ci trovate di bello?» domandai. «Il fatto,» rispose, «che l'autore ha raggiunto il suo scopo.» L'indomani egli prese una medicina che gli fece bene. «Essa ha raggiunto il suo scopo,» gli dissi, «ecco una bella medicina!» Capì che non si può dire che una medicina è bella e che per attribuire a qualcosa il carattere della bellezza bisogna che susciti in noi ammirazione e piacere. Convenne che quella tragedia gli aveva ispirato questi due sentimenti e che in ciò stava il kalòn, il bello.
Facemmo un viaggio in Inghilterra: vi si rappresentava la stessa tragedia, perfettamente tradotta, ma qua faceva sbadigliare gli spettatori. «Oh, oh,» disse, «il kalòn non è lo stesso per gli inglesi e per i francesi.» Concluse, dopo molte riflessioni, che il bello è assai relativo, così come quel che è decente in Giappone è indecente a Roma e quel che è di moda a Parigi non lo è a Pechino; e così si risparmiò la pena di comporre un lungo trattato sul bello." Voltaire, Dizionario filosofico, 1764.

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