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STORIA CONTEMPORANEA n.47: Gli strani incroci del Tempo. Giancarlo Micheli, “La grazia sufficiente”

Creato il 28 giugno 2010 da Retroguardia

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Negli anni tra il 1896 e il 1901 (rispettivamente nel 1896, 1897, 1899 e 1901), Anatole France scrisse quattro brevi volumi narrativi (ma dal taglio saggistico e spesso erudito) che intitolò alla fine Storia contemporanea. In essi, attraverso delle scene di vita privata e pubblica del suo tempo, ricostruì in maniera straordinariamente efficace le vicende politiche, culturali, sociali, religiose e di costume del tempo suo. In particolare, i due ultimi romanzi del ciclo presentano riflessioni importanti e provocatorie su quello che si convenne, fin da subito, definire l’affaire Dreyfus. Intitolando Storia contemporanea questa mia breve serie a seguire di recensioni di romanzi contemporanei, vorrei avere l’ambizione di fare lo stesso percorso e di realizzare lo stesso obiettivo di Anatole France utilizzando, però, l’arma a me più adatta della critica letteraria e verificando la qualità della scrittura di alcuni testi narrativi che mi sembrano più significativi, alla fine, per ricomporre un quadro complessivo (anche se, per necessità di cose, mai esaustivo) del presente italiano attraverso le pagine dei suoi scrittori contemporanei. (G.P)

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di Giuseppe Panella

Gli strani incroci del Tempo. Giancarlo Micheli, La grazia sufficiente, Pasian di Prato (UD), Campanotto Editore, 2010

Chi crede che la Storia abbia un senso o che la filosofia della storia possa essere considerata non soltanto come una teoria astratta pensa che in essa avvengano incontri incroci e contatti che altrimenti non sarebbero spiegabili. Il nuovo romanzo di Giancarlo Micheli vive di questi incroci (quello tra cultura occidentale e modo di vita orientale) e di questi contatti (tra abitanti del Giappone e commercianti olandesi, ad esempio). Vive anche di una riflessione sulla natura della Grazia che oggi potrebbe sembrare di certo surenné se il suo argomento non fosse sempre di attualità e basato su una domanda ineludibile per ognuno di noi: cosa succederà di noi una volta passati a miglior vita? Saremo salvati e redenti o sommersi dal cumulo infinito delle nostre colpe nei confronti del Creatore delle nostre esistenze?  In Olanda, dalla metà del Cinquecento fino a tutto il Seicento, nell’epoca di Hugo Grozio e di Baruch Spinoza, la disputa sulla predestinazione e sulla salvezza dell’umanità tiene banco sul fronte teologico e giunge ad infiammare gli animi fino al calor bianco delle accuse di eresia e di ateismo. Il problema della “grazia sufficiente” alla salvezza finale dell’uomo vede fronteggiarsi due posizioni opposte e in violenta lotta tra di loro.

La prima detta infralapsariana e frutto delle posizioni radicalidi Jacob Hermandszoon (latinamente più noto come Jacobus Arminius) che, sulla base dei propri dubbi sulla grazia sovrana di Dio nell’opera di salvezza degli uomini, cominciò ad insegnare che «la predestinazione d’una persona alla salvezza o alla condanna proviene dalla volontà conseguente di Dio che considera il suo oggetto con tutte le sue condizioni e circostanze, le quali sono state a loro volta determinate da un precedente decreto affinché precedano la salvezza o la condanna» (nell’Examen thesium D. Fr. Gomari). In sostanza, per gli Arminiani, Dio sceglie gli eletti alla salvazione in virtù dello sforzo fatto da essi in ragione della loro dedizione e del loro pentimento nei confronti della divinità. Dio sceglie quegli uomini e quelle donne che si impegnano nella chiamata alla Grazia. Gli esseri umani, quindi, sono pur sempre corrotti e massa damnationis ma in grado di collaborare alla Grazia e mantengono attraverso di essa una qualche forma di dignità e responsabilità. Le buone opere sono una delle cause della salvezza in quanto sono in grado di testimoniare che la persona che le compie ha liberamente scelto Dio e l’adempimento dei suoi doveri verso di esso.

L’altra, basata sull’opera di François Gomar (anche lui latinamente conosciuto come Franciscus Gomarus) e detta sopralapsariana perché, a differenza delle tesi di Arminio, sosteneva che la salvezza dell’umanità era già stata decisa, caso per caso, prima della caduta di Adamo (quella felix culpa di cui per primo Agostino aveva teorizzato l’inevitabilità sulla base della propria teoria della predestinazione). La disputa fu risolta dal Sinodo di Dordrecht del 1618-1619 per il quale gli Arminiani furono convinti di errore in quanto fu stabilito che la salvezza umana non è frutto della fede degli uomini stessi ma un decreto imperscrutabile della volontà di Dio.

Ma uno dei protagonisti del romanzo di Micheli, Baruch Dekker, capitano di marina di origine ebraica e naufrago sulle coste di Nagasaki in Giappone, non si pone questi problemi di sottile finalità teologica anche se non si considera affatto agnostico:

«[…] Baruch, durante i lunghi anni di navigazione, aveva abbracciato la confessione calvinista. Da uomo di azione, aduso a misurarsi con le tavole alfonsine o con le rotte di alisei e correnti oceaniche, esperto della grazia di velacci e rande, sufficiente alle andature a lasco e di bolina, egli aveva umilmente arrotolato le catene delle ancore ai cabestani, e si lasciava condurre alla deriva nei fortunali delle dispute teologiche. Non gli era del resto riuscito difficile astenersi dalle battaglie dottrinali tra arminiani e gomaristi, dietro le quali si celavano, assai poco occultamente, i conflitti di interesse che opponevano la ricca borghesia e l’amministrazione civile del Gran Pensionarlo da una parte, il potere militare dell’aristocrazia e lo Stadhouder dall’altra. Nessuno, a bordo dei velieri della VOC [cioè la Compagnia olandese delle Indie Occidentali], veniva ad interrogare il capitano Dekker in merito alle tesi supralapsariane o infralapsariane. Riguardo al dogma della predestinazione, che certo concerneva intimamente la sua anima quanto quella di ogni altro cristiano, egli aveva assunto con fermezza un atteggiamento agnostico. Per quanto dure fossero le prove alle quali la vita di bordo lo sottoponeva, la sua eccellente attitudine a sostenerle con virile fortezza non poteva bastare quale segno indubitabile di appartenenza al novero degli eletti. Di ciò egli si era fatto una tenace convinzione, tale da dispensarlo da opprimenti angosce. Aveva sempre guardato con scetticismo a quel dogma che gli pareva fosse stato congegnato per garantire a quanti già godevano del privilegio di onori e ricchezze quello ulteriore, e spesso, determinante, del favore divino. Tutte le disquisizioni sull’universalismo ipotetico o condizionale, o sulla Grazia non irresistibile, non illustravano altro alla cognizione del capitano Dekker se non gli interessi molto umani di cui erano le teologali guarentigie» (pp. 58-59).

Ma il capitano Dekker non è l’unico protagonista del romanzo di Micheli. Insieme alle complesse vicende di quest’ultimo destinato in seguito al naufragio della sua nave da carico a rimanere in Giappone, dalle pagine del romanzo si affaccia la storia del contadino Taisho (così chiamato con un termine che designa tutta una serie di situazioni positive: “grande vittoria”, “sonora risata”, “origine del mondo”, “simmetria” tra gli altri). La sua vicenda, ambientata molti anni più tardi, all’epoca dell’avventura imperialista del Giappone militarizzato di Hirohito e del generale Tojo, è, in realtà, connessa in maniera solo onirica e allusiva a quella di Dekker (che apparirà come una figura misteriosa e dal comportamento translucido solo in un momento di abbandono da parte di Taisho).

L’uomo, orfano di un contadino, Shigetaro, ucciso in guerra durante il conflitto russo-giapponese, ha un lavoro a stipendio fisso come inserviente del Monbushou, il Ministero dell’Istruzione, presso il Medical Center di Nagasaki. Qui, in un giorno di pioggia, ascolta le infuocate parole del nazionalista Ishiwara, tenente colonnello dell’Esercito, e si arruola per la guerra in Manciuria (che si concluderà con l’instaurazione del Manciukò, protettorato giapponese in Cina, cui sarà posto come governante-fantoccio il deposto e ultimo Imperatore Pu Yi).

«Aveva dato prova di sufficiente coraggio nell’offrirsi allo Stato, alla legge di armonia che vi vigeva, connaturata al suo sacro suolo? Quella domanda apparve dal buio della coscienza profonda, e incalzò Taisho al pari di un demone dell’abisso.  Allora egli vide la trincea, le cui ripide pareti di fango franavano sotto al bombardamento di una pioggia torrenziale. Ai suoi piedi giaceva il corpo esamine del padre. Taisho se lo caricava sulle spalle, e camminava a lungo. Gli pareva di percorrere la insigne strada del Tokaido, costeggiata di pini e crittomerie, le cui verdi chiome s’impregnavano negli infittiti rovesci di pioggia, finché non giungeva alla casa di Mogi e deponeva il pesante fardello del cadavere, lo deponeva sulla terra dell’orto, impastata in un viscido brago. Da uno spiraglio tra il fusuma e la parete della vicina abitazione si affacciava allora il volto della madre, acconciato nell’apparente compostezza dei lineamenti, nella quale Taisho credette di leggere approvazione ed encomio, solennemente espressi» (p. 34).

Sono due storie di “grazia sufficiente” espressa nelle e dalle azioni in cui il mistero della salvezza futura si consuma e si attua nella vicenda presente dei due personaggi le cui avventure umane si incrociano e si intrecciano alla luce di un disegno di cui nessuno dei due conosce il perché e di cui non viene rivelata la trama necessaria. Dekker lascerà il suo lavoro come impiegato presso la sede di Nagasaki della Compagnia delle Indie e, insieme alla moglie Netsaki e il figlioletto Aikyo, si dileguerà alla ricerca di fortuna nel Mar Cinese Orientale. Taisho, catturato dai cinesi e deciso a compiere il seppuku richiesto per evitare di rimanere prigioniero e fornire, anche involontariamente, informazioni di alcun tipo al nemico, ne viene dissuaso proprio da un giovane professore di linguistica che aveva sentito parlare durante un convegno tenutosi al Monbushou quando anch’egli vi lavorava. Tornato a casa, apprenderà traumaticamente della morte della madre. Ancora una volta tentato dal suicidio finirà con il capire, come insegna la dottrina finale del Tao che “la via suprema non ha nome e il discorso supremo non ha parole” (p. 117).

Romanzo tenace e appassionato, La grazia sufficiente coniuga erudizione (di cui sono testimonianza le numerose note a fine di ogni capitolo) e poesia, grazie al suo linguaggio distillato e ben forbito che cerca di supplire alle difficoltà della teologia indimostrabile con la ben più robusta forza espressiva di una liricità intensa e asciutta, fatta di immagini e di riverberi, di rattenuta commozione e di espansione descrittiva non priva di un sapore arcaicizzante e delibato.


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