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STORIA CONTEMPORANEA n.50: Una tranquilla serie di storie di morte. Marino Magliani – Vincenzo Pardini, “Non rimpiango, non lacrimo, non chiamo”

Creato il 19 luglio 2010 da Retroguardia

STORIA CONTEMPORANEA n.50: Una tranquilla serie di storie di morte. Marino Magliani – Vincenzo Pardini, “Non rimpiango, non lacrimo, non chiamo”Negli anni tra il 1896 e il 1901 (rispettivamente nel 1896, 1897, 1899 e 1901), Anatole France scrisse quattro brevi volumi narrativi (ma dal taglio saggistico e spesso erudito) che intitolò alla fine Storia contemporanea. In essi, attraverso delle scene di vita privata e pubblica del suo tempo, ricostruì in maniera straordinariamente efficace le vicende politiche, culturali, sociali, religiose e di costume del tempo suo. In particolare, i due ultimi romanzi del ciclo presentano riflessioni importanti e provocatorie su quello che si convenne, fin da subito, definire l’affaire Dreyfus. Intitolando Storia contemporanea questa mia breve serie a seguire di recensioni di romanzi contemporanei, vorrei avere l’ambizione di fare lo stesso percorso e di realizzare lo stesso obiettivo di Anatole France utilizzando, però, l’arma a me più adatta della critica letteraria e verificando la qualità della scrittura di alcuni testi narrativi che mi sembrano più significativi, alla fine, per ricomporre un quadro complessivo (anche se, per necessità di cose, mai esaustivo) del presente italiano attraverso le pagine dei suoi scrittori contemporanei. (G.P)

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di Giuseppe Panella

Una tranquilla serie di storie di morte. Marino Magliani – Vincenzo Pardini, Non rimpiango, non lacrimo, non chiamo, con una postfazione di Arnaldo Colasanti, Massa, Transeuropa, 2010

Quattro racconti non fanno forse un romanzo intero. Ma le quattro storie raccontate da Vincenzo Pardini e Marino Magliani costruiscono un mondo – feroce accanito spietato straziato e quotidiano. Storie di tutti i giorni queste narrate da due scrittori apparentemente molto diversi (puntato sul rigo e sulla pagina Pardini, preoccupato di non soffermarcisi troppo e voglioso di andare oltre, verso un altro e più nuovo destino, invece, Magliani) che si scoprono nello stesso libro molto simili e accomunati da una visione disincantata e terribile della vita degli uomini.

Lo stile di Pardini è secco e scabro come i rami di un albero in autunno – sembrano spogli ma rampollano di una vita segreta, pronta a trovare espressione in osservazioni ricche di una straordinaria fermezza di tono. In ciò, il suo omaggio a un certo Tozzi (quello di Con gli occhi chiusi e di Tre croci) è evidente e, nello stesso tempo, sottile, sintomatico, quasi segreto. Anche Magliani rende omaggio al Tozzi di Il podere ma lo fa in maniera più larga, quasi da lontano, come se il maestro senese di letteratura fosse più un modello cui alludere che con il quale intensificarsi.

Il postfatore Arnaldo Colasanti, alla fine del suo buon lavoro di analisi-ricostruzione del percorso dei due autori, rivela con strazio e sollievo insieme:

«Quando Pardini mi telefonò per dirmi scrivi un saggio su questi racconti, Magliani è bravo, scrive come gli antichi e io sono quello di sempre, chiuso nella gabbia azzurra delle poiane, io allora ho sentito il toro di Maupassant, lo sfinimento dell’arlesiana di Berlioz, la messa funebre, povera e intristita di Mattia Preti, il mare morto di Giuseppe Abbati, ucciso dal suo cane furioso. Senza un rimpianto, senza piangere, senza voce. Non potevo che confessarvelo» (p. 165).

Dentro questi racconti, c’è tutto questo ma anche altro. Molto altro. C’è una compiuta visione del mondo che può apparire tremenda, pessimistica, sconfortante ma che, alla prova dei fatti, risulta vera. La vita e la morte sono realtà cui non si scappa (e non si scampa) e che lasciano poco spazio alle illusioni su ciò che sembra diverso o che potrebbe essere tale.

Per Pardini, il retroterra naturale della sua scrittura, il suo paesaggio umano, è la campagna toscana con i monti della Lucchesia.

A Fidelco Meroli Gregotti, nel racconto Il nido dell’aquila, a vita sembra ormai offrire ben poco:

«Quell’inverno, Fidelco Meroli Gregotti decise di non scendere in paese coi quattro figli e la moglie; volle restare nella casa sull’altopiano, la medesima dove vivevano dalla primavera all’autunno. Periodo, quest’ultimo, in ci si concludeva la raccolta delle castagne. Desiderava rimanere solo. Trascorsi in un baleno gli anni, s’era accorto di aver avuto poco tempo per sé. Quel tempo, intendeva, di ritornare con la mente al passato, per rivedere e capire cosa fosse stata la vita. Superata la sessantina, tutto, gli stava divenendo oltremodo monotono. Adulti, i figli gli parlavano sempre di meno. Era giusto così. Dovevano avere la loro vita» (p. 5).

Ma Fidelco non ha soltanto figli e moglie; ha anche un’amante (come si scoprirà in seguito) e un fucile, un vecchio Benelli calibro dodici. Nella sua vita, il fucile, la caccia, la morte violenta aveva avuto una grande importanza. Al ritorno dalla guerra (la Prima Guerra Mondiale), aveva scoperto che la madre era diventata l’amante del parroco e, insieme ai fratelli, aveva deciso di uccidere il prete per vendicare la mestizia del proprio padre avvilito e affranto. Ma l’agguato non era riuscito. Riuscirà, invece, nella caccia spietata ad un giovane serial killer (si direbbe con parole di oggi) che aveva ucciso delle vittime innocenti. Dopo uno scontro a fuoco, troverà il cadavere del ragazzo proprio sotto il nido dell’aquila.

Nel secondo racconto, Broggi, il protagonista non è tanto l’inetto (quanto anche ormai fisicamente impotente) Lionetto Tertoli Velotti, un anziano scapolo che vive con la vecchia madre che ogni tanto ferocemente maltratta, quanto il suo toro Broggi così detto perché rassomiglia a un invalido di guerra che ha perso tutte e due le gambe e si trascina sui bordi delle strade. Inadatto alla monta, il toro diventa selvatico e intrattabile finché le sue zampe deformi e malferme sembrano guarite. Scatenatosi per la campagna, viene sempre ritrovato dal suo padrone dopo una serie di inseguimenti per luoghi aprici e spesso solitari. Lionetto non si decide mai a venderlo nonostante ne abbia la possibilità. Alla fine, Broggi si libererà di ogni remora e ucciderà con gusto un vecchio giornalista italo-americano e un maresciallo dei carabinieri, Calogero Pilastro, che pure aveva cercato di fermarlo, pistola in pugno. Alla fine, una soluzione tragicomica:

«Alle urla, seguì un grande silenzio. Si udivano il volteggio dell’elicottero e il sopraggiungere delle ambulanze a sirene dispiegate. Broggi, dal fondo del paese, tornò in piazza a gran velocità. Gli uomini del corpo Forestale stavolta l’avrebbero forse abbattuto, appostati com’erano in punti strategici, se lui non avesse caricato lo spunzone d’una roccia verniciata di rosso dagli speleologi. Schiattò sul selciato. Insieme al forte rantolo si udì un gorgoglio di sorgente. Attorno, gli si delineò una Luna di sangue; impressa sul selciato, tale sarebbe rimasta negli anni» (pp. 82-83).

La prosa ruvida e limpida di Pardini non gli concede neppure un aggettivo.

Magliani, invece, racconta due storie legate a vicende di fratelli e – si sarebbe tentati di dire – di coltelli, sicuramente di gemelli. Nel primo, La parte, Dino ed Emiliano Timonti (soprannominato scherzosamente Zapata nel villaggio ligure in cui sono nati e vissuti nell’infanzia) sono molto diversi. Il primo, lavoratore indefesso, attaccato al denaro e alla terra e alla moglie Adele (che, però, lo tradisce con tutti – si vedrà nel secondo racconto) rimane a casa, a faticare e ad accudire i vecchi genitori. Il secondo, dopo aver tentato prima di diventare prete – come voleva il padre – e poi essere diventato uno studente di Giurisprudenza e di Lettere mancato, se ne era andato in Spagna, sulla Costa Brava, a vivere con i proventi della sua professione di gigolò. Dalla Spagna, un po’ imbolsito, era passato in Germania dove si manteneva con il welfare di disoccupazione del paese. Ma ogni anno il 23 giugno tornava per la festa del paese. In quelle occasioni, il discorso sull’eredità da dividere maturava e diventava sempre più difficile da rimandare. Anche quella volta non se ne sarebbe parlato perché Emiliano avrebbe preferito andar via prima del ritorno del fratello:

«Salì in macchina, in un silenzio che rane e grilli aspettavano di rompere appena fosse andato via. Lasciò il paese, e dopo una decina di minuti, dalle parti di una vecchia cisterna, dove la strada rotolava incontro alla città e al mare illuminato, gli parve di aver incrociato la macchina di Dino. Non l’avevano visto, né lui s’azzardò a usare il clacson» (p. 124).

Della parte e delle divisioni dei beni della famiglia Timonti si parlerà, invece, in Il controllo delle piante, storia di Gregorio, impiegato nell’ufficio della Provincia che assegna i contributi per i lavori agricoli e poi controlla che vengano utilizzati proprio per quello scopo. Quel sabato toccava a Dino e l’incontro per andare poi sui terreni da controllato era stato fissato in un bar sulla strada. Qui Gregorio incontra uno strano personaggio, Ludovico Belinoni, che prima gli chiede dei favori in proprio e poi attacca una serie di maldicenze sulla famiglia Timonti e sulla spartizione dei beni di famiglia che culmina con la descrizione della non specchiata condotta della moglie di Dino, una sorta di ninfomane a sentire la persona che riferisce queste storie:

«”La moglie, tutto voleva”, ripeté Belinoni. “La moglie di chi?” “Del Dino Timonti no, gliel’ho spiegato”. “Credevo di Zapata… Quello che vive in Germania”. “No, Emiliano non è sposato… Vagabondo, gliene ha mangiati tanti ai genitori. E quindi anche a Dino. Aveva delle donne vecchie dicono che un po’ lo mantenevano, ma tanto grassa non se la faceva perché quando tornava era nero e magro come un picco… Non so mica se si son messi d’accordo, pigro o no la sua parte la vorrà e fa bene…”. “Non le devono fare i genitori le parti?”. “C’è sempre tempo, e alla fine non ce n’è più”. “Si aggiusteranno”. “Non lo so, prima magari ci si mangiano qualcosa dagli avvocati…E’ lei la moglie di Dino la vipera, ne ha preso tanti che puntellano la luna”. Gregorio tratteneva una risatina, confusa nel disgusto. Uomini che non s’erano mai lasciati pregare per tacciare di puttana una donna. E lui era uno di loro, certo, era così, per questo gli era venuto da ridere. Era uno di loro. Forse quell’Emiliano no, forse uno doveva andarsene per essere un altro» (pp. 135-136).

Il controllo delle piante, una volta arrivato Dino, andrà bene e anche dopo, quando Gregorio si recherà con Timonti a prendere un caffè a casa sua, tutto sembrerà scivolare come un incontro di routine, ma le parole cattive e maligne di Belinoni (un nome, certo, che è tutto un programma…) gli resteranno in mente come un’eco, come una dimensione concreta del dolore del vivere.

Magliani qui descrive per accenni e per sprazzi descrittivi il paesaggio ligure che gli è caro e, nello stesso tempo, lo confronta con la dimensione umana di chi vi alligna e vi trascorre la propria esistenza. I personaggi di questi suoi due racconti contigui escono molto male dalla prova di paragone. Le loro vite squallide e inerte si innestano nella storia dei luoghi dove si svolgono con difficoltà, con incertezza, con rimpianto. Ma nessuno di essi rimpiange, lacrima o chiama; al massimo, si limita ad accettare il tempo che gli è toccato per la propria esistenza o a rifiutarlo. Per essi, non c’è spazio se non per i ricordi di un passato che poteva essere diverso ma per riscattare il quale ormai non c’è più nulla da fare.

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