STORIA CONTEMPORANEA n.64: Ma che importa chi è l’autore… quello che conta è il corpo del reato. Aa. Vv. “Il magazzino delle alghe”

Creato il 07 gennaio 2011 da Fabry2010

Ma che importa chi è l’autore… quello che conta è il corpo del reato. Aa. Vv. Il magazzino delle alghe, a cura di Marino Magliani, Broni (PV), Eumeswil, 2010

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di Giuseppe Panella*

Sono passati molti anni dal tempo in cui Roland Barthes proclamava la “morte dell’autore”(era il 1968) e Michel Foucault la confermava in un suo celebre saggio destinato a trasformare la funzione-autore nella letteratura e nella cultura umanistica in una sorta di terminale fin de non recevoir (Che cos’ è un autore?, una conferenza pronunciata nel 1969).

L’abolizione del nome dell’Autore e la sua trasformazione in una pura funzione dell’opera da lui prodotta è stata di seguito tentata più volte anche in Italia (l’ampia produzione del collettivo dei Wu Ming, già autodefinitosi Luther Blisset in un loro avatar precedente, ne è una dimostrazione evidente e significativa). Ma, nonostante il precedente dei Wu Ming, qui si è in presenza di qualcos’altro. Che cosa accomuna, infatti, venti autori completamente diversi gli uni dagli altri come Giovanni Agnoloni, Franco Arminio, Mauro Baldrati, Remo Bassini, Mario Bianco, Valter Binaghi, Fabrizio Centofanti, Riccardo De Gennaro, Marco Drago, Riccardo Terrazzi, Francesco Forlani, Carlo Grande, Franz Krauspenhaar, Marino Magliani, Giulio Mozzi, Stefania Nardini, Alberto Pezzini, Giacomo Sartori, Beppe Sebaste, Giorgio Vasta?

Non solo la loro dipendenza narrativa dai cappelli introduttivi scritti da Marino Magliani quanto il fatto di essere tutti debitori della pubblicazione del loro testo al postino di Giulio Mozzi (che non sarà ancora Pablo Neruda da avere un postino da romanzo a disposizione ma qualcosa conta ormai nelle patrie lettere). Ecco l’antefatto. Il Postino di Giulio Mozzi è curioso, veramente curioso, dei dattiloscritti che lo scrittore padovano riceve ogni giorno in quantità industriali. Decide allora di falsificare il nome su uno dei plichi speditigli e ne cambia la dizione da Mozzi a Mozzo; dopo che il pacco è stato rifiutato (giustamente!) dal destinatario, il Postino se ne appropria. Continuerà così per anni e solo quando sarà stato mandato in pensione deciderà di informarne il legittimo ex-proprietario.Quello che gli rispedirà però sarà un libro composto da tanti testi anonimi assemblati dal misterioso Postino in modo che si ricompongano in un’ideale antologia di inediti selezionati con amore dal loro ex-detentore abusivo:

«Lasci stare un attimo la lettera ora e tiri fuori il centinaio di carte dal bustone, se non l’ha già fatto. Sono tutti fogli A4, vede. Alcuni ingialliti, li posseggo da anni. Alcune sono fotocopie, altri addirittura originali, probabilmente sono di autori che hanno deciso di tenere per sé le fotocopie. Le lettere che accompagnano gli scritti non gliele mando, ci sono i nomi e quelli non voglio che li sappia, anche dove sul frontespizio viene indicato il nome ho provveduto a cancellare.Comunque non le sarà certo difficile riconoscere il passo narrativo di certi autori. Alcuni nel frattempo hanno pubblicato parecchi libri, anche di discreto successo. Per non confondersi, legga sempre, per favore, seguendo l’ordine da me indicato. Come vedrà, ho cancellato la numerazione originale con cui gli autori avevano contrassegnato le loro pagine. Così il materiale, estratti di romanzi, racconti tagliati, prose, pezzi di saggi, schegge di un po’ di tutto, piano piano potrebbe addirittura prendere una forma, una raccolta di corpi. Ecco come li chiameremo d’ora innanzi. Corpi. Una specie di antologia informe. Questo, mi rendo conto, non dovrei essere io a suggerirglielo, ma spero sia io a scoprirlo. In realtà a me non importa granché di come giudica lei i “corpi”, ciò a cui tengo, piuttosto, è che lei si convinca che durante tutti questi anni, il suo postino le ha sottratto quasi regolarmente un corpo la settimana. I corpi dunque sono le prove» (pp. 12-13).

I corpi del reato, bodies of evidence, dunque. Non mi è stato per niente facile individuare gli autori dei “corpi” anonimi presenti nell’antologia e, quasi altrettanto ovviamente, è stato più facile farlo con i saggi che con le opere narrative (dove l’Autore, foucaultianamente, dovrebbe inabissarsi nell’opera scritta). Alcuni mi si sono rivelati per le tematiche e i luoghi (Giovanni Agnoloni, Fabrizio Centofanti, Franco Arminio), altri per il genere e lo stile utilizzato (Mauro Baldrati, Giorgio Vasta) – ma di alcuni mi rimane ancora persa e affondata l’identità autorialmente conclamata. Ma poi, in fondo, che cosa importa, “che importa chi parla” (Beckett)? Preferisco lasciare la parola ancora al Postino:

«Quanto a lei, ho sempre fatto in modo che non si accorgesse mai di nulla. Una crescente sfiducia nelle poste, sebbene con me non si lamentò mai, quando sentiva gli autori dirle: ma guarda Giulio che ho mandato. E basta. Come faceva del resto a sospettare del postino? Le ho detto che di molti autori provvedevo a sottrarre anche le lettere che seguivano. Lettere di lamentela, naturalmente. Dapprima calme e poi piene di insulti. Alcune le strappavo dopo averle lette, ad altre rispondevo, una lettera prestampata come quella usata dagli editori, oppure una lettera che andava dritta al merito: il romanzo in questione. “Gentile… il suo romanzo è parecchio brutto. G”. Oppure la firma per intero, la sua, che tante volte le avevo visto fare sul bollettino delle raccomandate. Giulio Mozzi. Le sottraevo tre o quattro corpi alla settimana, non di più. Certi periodi nessuno, specie da quando anche a me i corpi che le sottraevo cominciarono a stringermi le pareti del monolocale dove abito e leggerli tutti diventava impossibile. (da un paio d’anni ho affittato il magazzino qui sotto casa: le cose della pesca, quell’odore di alghe, due bici, due casse di vino che mi regalate voi clienti, e una quantità orribile di corpi)» (pp. 156-157).

L’idea non è del tutto nuova e basterebbe rileggersi un racconto abbastanza noto di Dino Buzzati (Riservatissima al signor direttore) o ripercorrere la tradizione italiana del “manoscritto ritrovato” da Manzoni in giù per vedere che cosa il progetto editoriale di Marino Magliani deve al passato della letteratura italiana ma qui è evidente il fatto che il pretesto iniziale si trasforma in qualcosa di molto diverso: gli autori che hanno materialmente scritto i testi qui raccolti sembrano adattarsi al ruolo di redattori dei reperti ritrovati in frammenti e schegge impazzite di narrazione che compongono il volume – diventano tutti, ad opera del Postino, degli autori autorevoli ma lontani, reclinati su se stessi, quasi postumi. I testi racchiusi nel corpus di questa antologia rubata, allora, sono altrettanti pezzi dei corpi scritti dei loro autori, disiecta membra di uno sforzo narrativo e/o saggistico che in questo volume si palesa solo in parte, per estratti, per elementi singoli che vanno poi a ricomporre un quadro generale. Il saggio su Tolkien e le sue fonti cristiane di Agnoloni, il lungo testo su Rebora poeta cristiano di Centofanti – tanto per fare un esempio – vanno considerati degli specimina di testi più ampi a venire così come molti dei racconti e dei frammenti di prosa selezionati (dal Postino) sembrano già alludere ad opere future, romanzi o testi narrativi, che diventeranno poi capaci di inverare e di giustificare quanto scritto e pubblicato in questa antologia.

Per questo parlavo di “testi postumi” perché testimonianza di un passato e presupposto necessario per un futuro di scrittura a venire. Scrive sempre il Postino di Mozzi in una delle sue parentesi esplicative e divaganti:

«In tutti questi anni, Giulio, se c’è una cosa che ho imparato a fondo è che scrittori, pubblicati o aspiranti, si è solo degli inutili. Glielo scrisse un suo amico e mi ritrovo molto nelle sue parole. Quando tanti anni fa, nella città dove vivevo felicemente (ero magazziniere, un posto tranquillo, mezza giornata) i colleghi, conoscendo la mia passione, mi chiedevano cosa spinge un uomo a chiudersi in una stanza, a privarsi di un mare, di un bosco, di un corpo da stringere, per dedicarsi alla scrittura, la risposta è che uno sente la necessità di descrivere la propria inutilità. Io da ragazzo non leggevo nulla, giusto i Tex, comandante Mark, Diabolik perché un mio cugino ne faceva collezione, ma libri mai, Salgari, Stevenson, macché, ero l’inutile anche in quel senso. Siamo dunque tutti inutili, noi scrittori? Non lo so, non credo, tra chi le manda brandelli del proprio corpo ci sono pure avvocati facoltosi, impresari di successo, ottimi insegnanti, poliziotti, giornalisti, calciatori. Si ricorda un lungo racconto intitolato La Pancia? L’autore non importa, ma il racconto è uno di quelli che sottrassi e lessi e poi decisi di mandarglielo perché ritenevo che lei potesse fare veramente qualcosa. Probabilmente l’ha gettato. Non era bello, ma se uno lo leggeva per delle ore poi non faceva altro che pensarci e tutte le volte che avesse visto uno con la pancia gli sarebbe venuto in mente quel racconto. Era la storia, autobiografica, immagino di uno che era nato normale, un corpo normale, magrolino come tutti i bambini, ma con la pancia. E quella pancia col tempo aveva finito per impadronirsi della sua vita. Non lo includo. Troppe cose altrimenti, mi pare di aver già sforato abbondantemente. E allora non mi resta che dirle: bene Giulio, ho finito» (pp. 259-260).

Il riassunto del racconto lungo La Pancia assomiglia troppo a quello di La mammella di Philip Roth per potersi dire troppo originale ed è meglio che l’autore dell’antologia non l’abbia riportato; forse sarebbe stata una delusione per i suoi lettori. Ma forse l’opera così come è emersa nel tempo che ci è voluto per realizzarla è stata tutto un sogno del suo curatore oppure nasce dalla dimensione onirica collettiva dei suoi autori che sono stati a loro volta sognati da chi li ha raccolti e assemblati (come avviene al mago di Le rovine circolari di Borges). Se così fosse, la creatura che ne è uscita potrebbe rappresentare una sorta di caleidoscopio che inquadri l’orizzonte futuro della letteratura italiana di domani e dovremmo, quindi, leggerlo “con le spalle rivolte al futuro” – così come si presenta l’Angelus Novus di Klee-Benjamin. Fiduciosi per ciò che verrà in seguito ma timorosi che assomigli troppo a ciò che è stato.

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* Negli anni tra il 1896 e il 1901 (rispettivamente nel 1896, 1897, 1899 e 1901), Anatole France scrisse quattro brevi volumi narrativi (ma dal taglio saggistico e spesso erudito) che intitolò alla fine Storia contemporanea. In essi, attraverso delle scene di vita privata e pubblica del suo tempo, ricostruì in maniera straordinariamente efficace le vicende politiche, culturali, sociali, religiose e di costume del tempo suo. In particolare, i due ultimi romanzi del ciclo presentano riflessioni importanti e provocatorie su quello che si convenne, fin da subito, definire l’affaireDreyfus. Intitolando Storia contemporanea questa mia breve serie a seguire di recensioni di romanzi contemporanei, vorrei avere l’ambizione di fare lo stesso percorso e di realizzare lo stesso obiettivo di Anatole France utilizzando, però, l’arma a me più adatta della critica letteraria e verificando la qualità della scrittura di alcuni testi narrativi che mi sembrano più significativi, alla fine, per ricomporre un quadro complessivo (anche se, per necessità di cose, mai esaustivo) del presente italiano attraverso le pagine dei suoi scrittori contemporanei. (G.P)



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