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» Storia della nostra scomparsa, di Jing-Jing Lee – Recensione

Creato il 23 marzo 2020 da Marta @M_Sognatrice

» Storia della nostra scomparsa, di Jing-Jing Lee – Recensione

Ormai non ero più Wang Di, almeno non per loro, ormai ero solo una wei an fu, una donna di conforto.

Quando si leggono certi libri bisogna essere pronti alle emozioni forti che travolgeranno il cuore. Ci sono titoli considerati necessari per i temi trattati. Quelle letture che affrontano verità storiche spesso celate, o che non dovrebbero mai essere dimenticate, ma anzi tenute costantemente nei ricordi e divulgate. Frammenti di storie che non devono andare perse.
Storia della nostra scomparsa di Jing-Jing Lee ne è un perfetto esempio. Ma, per me, ha quel qualcosa in più dovuto al fatto di non aver mai affrontato prima d’ora tale tema. Ci sono pagine della storia mondiale di cui forse non abbiamo mai sentito parlare, che non si studiano, che per molto tempo sono state tenute nascoste e portate alle persone in maniera errata. Come il tema delle comfort women (donne di conforto), che si affronta proprio tra queste pagine.

Voi ne avete mai sentito parlare?
Le comfort women erano ragazze asiatiche – spesso anche poco più che bambine – che venivano strappate alle loro famiglie con l’inganno e con la promessa di lavorare presso la ristorazione o nelle fabbriche. Venivano, invece, spedite in centri del comfort, in luoghi chiusi, ognuna in una propria stanza, e qui costantemente – dalla mattina alla notte – violentate, oltraggiate, percosse e a volte uccise dai soldati Giapponesi durante la Seconda Guerra Mondiale.

Ed è proprio questo l’argomento che possiamo leggere tra le pagine di questo bellissimo, quanto straziante, romanzo.

Per sopravvivere, cercavo di non fare rumore, di non fare niente, come se non esistessi. Non avevo altra scelta.

» Storia della nostra scomparsa, di Jing-Jing Lee – RecensioneSiamo nel 1941 a Singapore, e Wang Di è una giovane ragazza di una famiglia modesta, che aiuta i suoi genitori sia in casa, sia vendendo vari prodotti al mercato. Siamo in un’epoca e in un contesto dove se sei donna hai poca voce in capitolo, spesso non vali nulla, e Wang Di non può studiare a differenza dei suoi due fratelli. La ragazza sa sin dall’infanzia di essere considerata inutile, già il suo nome “che dà il benvenuto a un fratello” fa intendere il suo ruolo: un essere a disposizione degli altri, ma a tratti quasi un peso, forse. Eppure la sua vita va avanti, tra amicizie, famiglia, e mezzane che vengono a proporre possibili matrimoni alle figlie femmine.
Tutto però precipita con l’invasione Giapponese di Singapore, nel 1942.
La vita si fa dura, le scorte di viveri vengono a mancare, ci sono saccheggi nelle case, uccisioni in strada, fino ad arrivare a dei veri propri “rapimenti” delle donne. Per proteggerle alcune vengono date in spose, altre vengono travestite da uomini. Ma questo non basta. Durante uno dei saccheggi giapponesi, molte delle ragazze del villaggio di Wang Di, lei compresa, vengono strappate con la forza alle loro famiglie e portate via.

Wang Di e altre giovani si ritrovano in una casa bianca e nera, e qui, dopo essersi lavate e “purificate” vengono chiuse all’interno di stanzette buie. La speranza è di poter lavorare in fabbriche o ristorazione, plagiate anche dalla proprietaria del luogo che promette loro che tutto ciò che guadagneranno con il loro lavoro verrà spedito alle loro famiglie. Ma è qui che inizia la vera e propria scomparsa di queste donne, o meglio ragazze: dovranno, infatti, mettere da parte i loro veri nomi e usarne altri… giapponesi. Wang Di diventa Fujiko e, quando scoprirà la verità del luogo, tenterà di sdoppiarsi in un certo senso.
Sarà Fujiko a svolgere quel lavoro, a sopportare tutto, a tinger di rosso le labbra, a raccogliere le marchette guadagnate, a servire trenta, quaranta e anche cinquanta uomini al giorno.

Al mattino, era Fujiko che premeva le labbra sul cartoncino per tingerle di rosso e che indossava quei vestiti troppo grandi per lei. Era Fujiko che raccoglieva le marchette e le infilava sotto la stuoia prima di sdraiarcisi sopra. A fine serata, scorrevo col pollice sul bordo del mucchietto, per sentire quant’era alto. Poi Mrs Sato veniva a raccogliere le marchette prima di chiuderci in camera, e io le consegnavo le mie, dicendomi che almeno quello schifo era servito a qualcosa – che ai miei sarebbe arrivato qualche dollaro. Queste erano le bugie che mi raccontavo.

Donne, o anzi, poco più che bambine che vanno incontro a una vera e propria disumanizzazione: perdono il loro nome, vengono strappate dai loro cari, diventano oggetti per il piacere dei soldati giapponesi, senza voce, senza la possibilità di ribellarsi, e che vivranno per tutta la vita con un profondo senso di vergogna che le spingerà al silenzio.
Lì trascorrerà tre anni. Una vita in cui ogni giorno è diviso in frazioni di venti o trenta minuti durante i quali il corpo non è più il loro, ma appartiene a sconosciuti, che non le considerano neanche esseri umani.
Giornate in cui si accende, comunque, una fievole speranza: fatta di amicizie e legami che s’instaurano nonostante il terrore, e del pensiero costante di poter un giorno tornare a casa. Anche se costantemente combattute tra speranza e vergogna.

Tutti si confondevano in un’unica bestia, senza volto né nome – fatta di corpo e versi disumani.

Siamo anche nei primi anni del 2000 e Wang Di è ormai anziana. Rimasta sola dopo la morte di suo marito, che chiama il Vecchio – perché più anziano di lei – è costretta a trasferirsi in un altro appartamento. Sovente è preda di ricordi e di rimpianti. La sua terribile esperienza ma anche il ritorno a casa e le reazioni dei vicini e dei suoi stessi famigliari l’hanno portata sempre di più a chiudersi in se stessa, a non pensare più a quel periodo, a non parlare. Troppo l’imbarazzo, forte il senso di vergogna, e impresse nella sua mente le parole di sua madre che la invitano a non rivelare a persona alcuna quello che aveva attraversato. Allo stesso tempo i rimpianti sono anche per non aver conosciuto realmente suo marito, la sua storia, la sua vita. Avrebbe potuto fare di più per lui, ascoltare di più, comprendere molti enigmi, comportamenti senza risposta. Ci sono mancanze, vuoti difficili da colmare.

Ascolta. Qualsiasi cosa possa esserti d’aiuto, falla. Se la speranza ti aiuta a sopravvivere giorno per giorno, allora continua a sperare che ti libereranno. La verità è che qui, per quel che ho visto, non hanno mai liberato nessuno. Ma se può esserti d’aiuto, spera. Io faccio questa vita da cinque anni. Da quando ne avevo quindici. Quello che mi aiuta è andare avanti giorno per giorno.

L’altra voce narrante – i capitoli, infatti, sono alternati tra due personaggi principali – è quella di Kevin, un ragazzino spesso bullizzato a scuola per i suoi problemi, i suoi difetti della vista, e che vive anche in casa un forte senso di solitudine. Anche qui c’è poca comunicazione con i suoi genitori, e domande alle quali sembra impossibile trovare risposta. Ma Kevin è molto affezionato a sua nonna, e quando la donna morirà, si adopererà per risolvere l’enigma delle sue ultime parole, un’ultima dolorosa confessione che sconvolge la sua vita. Tramite alcune lettere e ricerche, Kevin entrerà in contatto proprio con Wang Di e insieme potranno colmare il vuoto delle loro solitudini, a riempire di parole quei lunghi silenzi che hanno dovuto sopportare.

È una storia di solitudini, di silenzi, di vergogna, ma anche di speranza. 
Per lungo tempo donne come Wang Di hanno dovuto non solo subire le violenze fisiche, ma anche i commenti impertinenti e insensibili delle persone, che anziché comprendere, hanno condannato.
Tornare alla vita, dopo aver subito certe tragedie, non è mai facile.
Non poter parlare, non poter rivelare quello che si è patito, fa ancor più male.

È per questo che quando queste storie sono finalmente rivelate, con sacrificio e coraggio, non vanno nascoste, né dimenticate. Ma bisogna aver la forza di approfondirle, di condividerle. 

Lo stile della Lee è semplice, con sfumature quasi poetiche, ma altrettanto dure quando descrive i momenti nella comfort house. Non ci sono descrizioni dettagliate della violenza, eppure ti dà modo di immaginarla, di provare sulla tua pelle le sensazioni avvertite da quelle ragazze: la paura, la pazzia, il dolore, la vergogna, la speranza che tutta quella sofferenza almeno serva a donare soldi alla propria famiglia, ma anche la consapevolezza di star mentendo a se stesse. Le pagine di quel frammento di Storia sono forse le più belle, anche se ovviamente le più strazianti.

Vergogna o speranza.
Provavo entrambe. Perché sapevo che niente sarebbe stato più come prima.

È un libro che ho divorato in pochi giorni, coinvolta sin dalle prime pagine in queste due storie, apparentemente lontane, ma che però alla fine finiscono per convergere, chiudendosi in un cerchio perfetto, con un finale che riprende un po’ – nello stile – l’incipit. E dall’incontro tra un’anziana signora e un bambino dallo sguardo d’adulto, si sprigiona qualcosa che profuma di speranza, di un nuovo sole, di nuove parole che finalmente riescono ad abbattere quel muro di silenzio. E si respira.

Un ottimo esordio, a mio avviso, con riferimenti anche alla storia della famiglia dell’autrice.

Ve lo consiglio.

Prodotto – digitale – offerto da Fazi Editore, che ringrazio per la collaborazione!


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Storia della nostra scomparsa,
di Jing-Jing Lee
Casa Editrice: Fazi
Traduzione di: Stefano Tummolini
Pagine: 400
Prezzo: 17 euro cartaceo – 9.99 ebook

Voto: ♥♥♥♥♥


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