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Storia e cronistoria della Trattativa Stato-Mafia (parte 1) - Il Fatto della Settimana

Creato il 28 giugno 2012 da Matteviola90
Storia e cronistoria della Trattativa Stato-Mafia (parte 1) - Il Fatto della Settimana La diciannovesima puntata del Fatto della Settimana con Simone Ferrali. Ecco la descrizione, sotto trovate il video e l'articolo. Se volete iscrivervi al canale youtube del Fatto: http://www.youtube.com/user/IlFattoSettimana
"Quella che i media chiamano "Presunta Trattativa tra Stato e Mafia" di presunto ha ben poco è stata confessata dai collaboratori di giustizia e dimostrata dalla Magistratura italiana. Ormai conosciamo quasi tutti i passaggi della Trattativa: sappiamo che dopo l'uccisione di Salvo Lima, i politici temevano nuovi omicidi illustri, e per questo trattarono con la Mafia; sappiamo che l'apertura a Cosa Nostra ha rinforzato quest'ultima; sappiamo che la Mafia ha capito che più persone ammazzava, più acquistava forza nel dialogo con le Istituzioni."

L'articolo:


Storia e cronistoria della Trattativa Stato-Mafia (parte 1) - Il Fatto della SettimanaQuella che i media chiamano “Presunta Trattativa tra Stato e Mafia” di presunto ha ben poco è stata confessata dai collaboratori di giustizia e dimostrata dalla Magistratura italiana. Ormai conosciamo quasi tutti i passaggi della Trattativa: sappiamo che dopo l'uccisione di Salvo Lima, i politici temevano nuovi omicidi illustri, e per questo trattarono con la Mafia; sappiamo che l'apertura a Cosa Nostra ha rinforzato quest'ultima; sappiamo che la Mafia ha capito che più persone ammazzava, più acquistava forza nel dialogo con le Istituzioni.

Ma andiamo per ordine, seguendo la successione cronologica e logica dei fatti della prima parte della Trattativa Stato-Mafia. La seconda la analizzeremo nel Fatto della Settimana di Giovedì prossimo. La Cassazione chiude il maxi-processo: Il 30 gennaio 1992 la Suprema Corte chiude definitivamente il maxi-processo, condannando all'ergastolo 19 boss mafiosi e dando 2665 anni di carcere agli altri imputati. Fra i condannati in contumacia, in quanto fuggitivi o latitanti, ci sono anche Totò Riina (il capo dei Corleonesi: sfuggito già nel 1981 all'arresto, grazie ad una soffiata dell'ex numero 3 del Sisde Bruno Contrada. Contrada è stato condannato definitivamente a 10 anni, ma nel 2007 Napolitano, se non fosse intervenuta Rita Borsellino, gli avrebbe concesso la Grazia) e Bernardo Provenzano (capo dei Corleonesi nel periodo successivo all'arresto di Riina). La sentenza della Cassazione rompe il rapporto che si è instaurato tra i politici della Prima Repubblica e la Mafia. Cosa Nostra si sente tradita dagli uomini con i quali aveva stipulato “accordi di convivenza”, e si vendica uccidendo Salvo Lima, il 12 marzo del 1992. Lima non è un martire, sia chiaro: per la Magistratura rimane un uomo colluso con i mafiosi, politico a tempo perso, ucciso per non aver difeso al meglio gli interessi di Cosa Nostra. Prima della morte di Lima, Calogero Mannino (politico fondamentale nella Trattativa, indagato per violenza o minaccia al corpo politico dello Stato con l'aggravante di aver favorito Cosa Nostra) rivela preoccupatissimo al Maresciallo Guazzelli: “O uccidono me o Lima”. La preoccupazione del politico è dovuta al fatto di essere l'unico ministro siciliano della Dc. I timori di Mannino crescono ulteriormente quando Cosa Nostra uccide anche Guazzelli, e si manifestano nell'intervista rilasciata in quei giorni ad Antonio Padellaro (ma che non viene pubblicata, per volontà del ministro siciliano, fino al 1995, anno del suo arresto per concorso esterno in associazione mafiosa). Per mettere al sicuro la propria incolumità fisica, il ministro siciliano incontra in gran segreto il generale dei Ros Antonio Subranni, il numero tre del Sisde Bruno Contrada e il capo della Polizia Vincenzo Parisi. L'incontro si tiene a Roma e il ministro siciliano esprime la volontà di aprire un contatto con la Mafia per fermare attentati e stragi (motivazione di facciata). In realtà, Mannino ha paura e vuole salvarsi la pelle. Il dopo-Capaci

Storia e cronistoria della Trattativa Stato-Mafia (parte 1) - Il Fatto della Settimana
Il 23 maggio 1992, il boss Giovanni Brusca fa saltare in aria (con una bomba azionata a distanza) il giudice Giovanni Falcone, la moglie Francesca Morvillo e tre uomini della scorta. L'attentato condiziona fortemente l'elezione del presidente della Repubblica in corso: il favoritissimo Andreotti viene surclassato da Oscar Luigi Scalfaro, eletto il 25 maggio 1992. Per rispondere agli attentatori mafiosi, l'8 giugno, il ministro della Giustizia Claudio Martelli fa approvare un codice antimafia, che rimane però fine a se stesso. Intanto il capitano dei Ros Giuseppe De Donno incontra in aereo (o in aeroporto) Massimo Ciancimino, e gli chiede se sia possibile organizzare un incontro con il padre Vito Ciancimino, mafioso ed ex Sindaco d Palermo (ma soprattutto mafioso). Inizia la Trattativa! La Trattativa
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Nella seconda settimana del giugno 1992, a Roma si tiene un incontro segreto tra don Vito Ciancimino e De Donno. Il mafioso si dice disposto ad aprire un varco che permetta il dialogo tra Stato e Cosa Nostra, ma in cambio pretende “coperture istituzionali”. Dopo pochi giorni, don Vito manda il figlio Massimo a parlare con Antonino Cinà, medico personale di Riina e “postino” delle richieste di Cosa Nostra. Ciancimino jr (Massimo Ciancimino) informa Cinà dell'incontro avvenuto tra il padre Vito e De Donno. Il medico riporta la notizia a Totò Riina, il quale commenta entusiasta: “Si sono fatti sotto (il soggetto è lo Stato, ndr)”. Il boss dei corleonesi, vista la debolezza dello Stato, inizia a preparare una lista di richieste, il famoso Papello di Riina, che viene consegnato nelle settimane successive a Vito Ciancimino, il quale lo gira a Mario Mori ed a imprecisati referenti politici. Il Papello prevede 12 richieste: 1-Revisione della sentenza del Maxi-processo; 2- annullamento del decreto legge 41-bis (carcere duro); 3- revisione della legge Rognoni-La Torre; 4-riforma della legge sui pentiti; 5- riconoscimento dei benefici dissociati per i condannati per Mafia (ossia dissociazione, come per le Br); 6-arresti domiciliari dopo i 70 anni; 7-chiusura delle super-carceri; 8- carcerazione vicino alle case dei familiari; 9-nessuna censura sulla posta dei familiari; 10-misure di prevenzione e rapporti con i familiari; 11-arresto solo in flagranza di reato; 12-defiscalizzazione della benzina in Sicilia (come per Aosta). Mentre Riina prepara il Papello, De Donno dopo aver informato Liliana Ferraro (direttore dell'Ufficio Affari penali) del colloquio avuti con l'ex Sindaco di Palermo, si mette a cercare le cosiddette coperture istituzionali. La Ferraro invece gira le parole del capitano del Ros al ministro Martelli e al giudice Paolo Borsellino. Intanto il 28 giugno 1992, si insedia il governo Amato: Scotti viene sposato dagli Interni agli Esteri per far spazio a Mancino, mentre Martelli si difende dal tentativo di cacciata messo in atto da Gargani, il quale, per scippargli la poltrona, promette a Craxi di fermare l'indagine Mani Pulite. L'assalto di Gargani però fallisce. Il 1° luglio 1992 Borsellino sta interrogando a Roma Gaspare Mutolo, pentito che con le sue dichiarazioni ha inguaiato uomini delle Istituzioni come Lima, Andreotti, Contrada, ecc ecc. L'interrogatorio viene interrotto da una telefonata proveniente del ministero degli Interni: è il giorno dell'insediamento di Mancino e Borsellino è invitato al Viminale. Il giudice palermitano incontra il neo ministro degli Interni, anche se per vent'anni quest'ultimo negherà. Quando torna in carcere per riprendere l'interrogatorio, Borsellino appare nervoso e preoccupato. Mutolo racconterà che, nel corso dell'incontro, un funzionario della Direzione investigativa antimafia (Dia) parlava con il giudice dei benefici dissociati per i condannati per Mafia. Il giudice palermitano, che combatte contro ogni forma di cedimento nei confronti della Mafia, si limita a dire “questi sono pazzi”. Ma Borsellino è sempre più solo: i suoi colleghi Massimo Russo ed Alessandra Camassa racconteranno di averlo visto piangere perché aveva saputo di esser stato tradito da un amico. Il nome del traditore non viene rivelato dal giudice, ma secondo gli inquirenti si tratta di Subranni: questa tesi pare confermata anche da Agnese Borsellino, vedova di Paolo, che racconterà successivamente quello che il marito le aveva detto: “Subranni si è punciutu (termine mafioso usato per dire che è un uomo della Mafia, ndr)”. Via d'Amelio: omicidio di Stato
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Intanto lo Stato continua a trattare con Cosa Nostra e Borsellino continua ad indagare sui rapporti tra i boss e gli uomini deviati delle Istituzioni. Il 19 luglio 1992 però, il giudice palermitano viene ucciso da un'auto-bomba in via d'Amelio. Brusca, una volta divenuto collaboratore di giustizia, ammetterà che il giudice palermitano è stato ucciso in quanto stava indagando sulla Trattativa e quindi costituiva un intralcio ad essa. Praticamente era un personaggio scomodo sia per la Mafia, sia per lo Stato. Quello di Borsellino è considerato da molti un omicidio compiuto dalla Mafia, ma commissionato dalle Istituzioni. Nei giorni successivi alla strage di via d'Amelio, il ministro Martelli firma personalmente il decreto che istituisce un nuovo comma al 41-bis (carcere duro) e che trasferisce i mafiosi nelle carceri di massima sicurezza (Pianosa e Asinara). Nessun componente del governo appoggia la scelta del ministro della Giustizia: le Istituzioni tremano, il terrore dilaga. Dicembre 1992 – Gennaio 1993 Nel dicembre 1992 viene arrestato don Vito Ciancimino, mentre nel gennaio 1993 Totò Riina.
Storia e cronistoria della Trattativa Stato-Mafia (parte 1) - Il Fatto della Settimana
L'arresto di Totò Riina è messo in discussione da molti, in particolare da Massimo Ciancimino, il quale afferma che il boss dei corleonesi è stato arrestato grazie ad un accordo tra Bernardo Provenzano (secondo Ciancimino, il vero capo Cosa Nostra nel gennaio 1993) e lo Stato. Ciancimino junior è ritenuto affidabile solo in parte dai magistrati, quindi queste sue considerazioni non sono affidabili al 100%. Dopo l'arresto di Riina, le redini dei corleonesi sono prese dal duo Brusca (il killer di Capaci)-Bagarella (cognato di Riina). Ma il vero regista delle operazioni diventa Provenzano. La Trattativa intanto prosegue: l'oggetto principale di essa è l'alleggerimento del regime di 41-bis. Nel febbraio 1993, Martelli deve lasciare il ministero della Giustizia, perché accusato da Larini e Gelli di aver utilizzato il Conto Protezione: al suo posto arriva Giovanni Conso. Cosa Nostra “sbarca” sul Continente La Trattativa continua a rinforzare la Mafia che, non placando la propria furia omicida, riesce ad ottenere concessioni e garanzie dallo Stato. Per la prima volta, il 14 maggio 1993, Cosa Nostra “sbarca” sul Continente, facendo scoppiare, a Roma, una bomba contro Maurizio Costanzo (che si salva); il 27 maggio esplode una bomba in Via dei Georgofili, a Firenze: l'esplosione provoca 5 morti e 48 feriti. Intanto a giugno, il presidente della Repubblica Scalfaro, chiede ed ottiene la revoca del capo del Dap (dipartimento amministrazione penitenziaria) Nicolò Amato: al suo posto arriva l'accoppiata Capriotti-Di Maggio. Il primo è sempre vivo e deve rispondere dell'accusa di false dichiarazioni ai pm; il secondo è morto nel 1996. Per capire l'importanza di questa sostituzione è bene sapere che il Dap è uno dei quattro dipartimenti che compongono il ministero della Giustizia e fra i tanti compiti affidatigli, c'è anche quello di applicare-disapplicare il regime di carcere duro (41-bis). Nicolò Amato viene sostituito proprio per la sua intransigenza sul tema 41-bis. Appena arrivato al vertice del Dap, Capriotti sembra seguire le orme del suo predecessore (ben presto cambierà idea) e dichiara di voler confermare i provvedimenti di 41-bis: Cosa Nostra gli risponde facendo scoppiare nuove bombe, prima a Milano il 27 luglio e poi a Roma il 28. Lo Stato è sempre più impaurito e nel novembre 1993, per decisione del ministro della Giustizia Giovanni Conso (indagato per false testimonianze ai pm), decide di revocare il 41-bis a 343 mafiosi. Ovviamente Conso non può aver fatto tutto da solo. Non si scarcerano 343 mafiosi senza prima informare ed ottenere il consenso del Consiglio dei ministri e del presidente della Repubblica Nel gennaio 1994, allo Stadio Olimpico di Roma fallisce un attentato mafioso che avrebbe dovuto uccidere centinaia di Carabinieri: resta da capire se qualcosa è andato storto, o se la strage è stata fermata dai vertici di Cosa Nostra. Comunque sia, la prima parte della Trattativa si conclude il 24 febbraio del 1994, quando vengono arrestati i boss Giuseppe e Filippo Graviano. Da qui ripartiremo Giovedì prossimo, quando parleremo della seconda parte della Trattativa, quella portata avanti da Berlusconi e Dell'Utri. Per concludere sulla prima parte: oltre alle reticenze ed alle bugie dei personaggi che hanno avuto un ruolo chiave nella prima parte della Trattativa, fa schifo il silenzio dei grandi quotidiani sugli accordi tra Stato e Mafia. È incredibile: un fatto del genere dovrebbe essere “sbattuto” in prima pagina da tutti i giornali. Nonostante ciò tanti ex rappresentanti delle Istituzioni sanno che i pm palermitani hanno capito tutto sulla Trattativa, e quindi corrono a chiedere aiuto e salvacondotti a destra e manca (o meglio a destra e Quirinale). Questi vigliacchi iniziano a vedere la verità più vicina e l'impunità più lontana. Forse fra qualche mese, Borsellino e Falcone avranno un po' di giustizia e saranno un po' più vivi. Tremate? Paura eh...

di Simone Ferrali





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