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STORIA: Zeliko Raznatovic, la tigre Arkan. Vita e opere di un pasticcere

Creato il 28 dicembre 2011 da Eastjournal @EaSTJournal

di Matteo Zola

STORIA: Zeliko Raznatovic, la tigre Arkan. Vita e opere di un pasticcere

Chi è Zeliko Raznatovic, noto come Arkan, capo delle milizie paramilitari serbe delle “tigri”, responsabili dei peggiori crimini di guerra durante il conflitto jugoslavo degli anni Novanta? Criminale comune, rapinatore, pasticciere, capo ultras. Di lui si sa tutto, ormai, ma il nostro pubblico (come noi) è in buona parte di età troppo giovane per ricordare quei fatti e quei personaggi, quindi repetita iuvant.

Dal penitenziario a Tito

Zeliko nasce a Brežice, in Slovenia dove il padre, colonnello dell’armata popolare jugoslava, era di stanza. Una famiglia militare ma difficile che porta il giovane Zeliko a tentare la fuga da casa già a nove anni di età. Una giovinezza turbolenta e violenta lo porta a conoscere le carceri Zagabria dove è detenuto per una rapina compiuta in un bar. I penitenziari diventeranno il suo mondo, la lingua della prigione sarà il lessico con cui saprà fare proseliti. Un tipo feroce, astuto, pronto a tutto. Qualità che gli vengono presto riconosciute dai suoi carcerieri che gli propongono di fare il lavoro sporco necessario alla salvaguardia del regime di Tito.

Agente segreto, con licenza di uccidere

Entra così nell’Udba, la polizia segreta jugoslava, anche compiendo missioni all’estero contro emigrati poco graditi al partito. L’Udba, attiva dal 1946 al 1991, fu responsabile dell’eliminazione di centinaia di nemici dello stato, dentro e fuori i confini jugoslavi. In cambio dei suoi servigi gli viene offerta protezione, armi e documenti falsi. Su uno di questi, un passaporto turco, è registrato con il nome di Arkan.

Poco innocenti evasioni

Arkan è un fedele esecutore ma non disdegna l’arricchimento, sfruttando le coperture offerte, la logistica e le armi, torna alla vocazione di sempre: le rapine. Il 1º febbraio 1974 rapina un ristorante milanese, non sarà l’unica rapina in Italia e presto per lui si aprono le porte di San Vittore. Scontata la pena mette a segno rapine a mano armata in Svezia, Belgio e Olanda. Non è però un Arsenio Lupin, lo beccano spesso con le mani nella marmellata: sconta così quattro anni in Belgio e se ne becca sette in Olanda. Qui riesce a fuggire dal carcere di Bejlmer, vicino Amsterdam.

Capo ultrà e pasticcere

Negli anni ottanta, dopo numerose evasioni, condanne per venticinque anni e un bottino non indifferente, fa ritorno a Belgrado dove grazie agli amici della “mala” diventa capo degli ultras della Stella Rossa di Belgrado. Un ruolo delicato, di connessione tra crimine e politica. Non a caso la partita di calcio tra Dinamo Zagabria e Stella Rossa sarà la miccia della guerra tra i due Paesi e non a caso Arkan recluterà dagli hooligans dello Stella Rossa le sue “tigri”.

Riceve in dono dalla dirigenza della squadra una pasticceria, un’attività di copertura per ben più amari intrighi. La vicinanza con Milosevic è ormai un fatto compiuto. Le basi del futuro di sangue sono gettate lì, tra i dolciumi della vecchia Belgrado. Nel frattempo uccide il direttore dell’Azienda Elettrica Ina. Nel novembre 1990 è arrestato dalla polizia croata per traffico d’armi. Viene rilasciato nel marzo del 1991. La guerra è ormai questione di ore.

Una cavalcata di sangue

A partire da quell’anno, grazie alle sue entrature criminali, Arkan gestisce il Centro per la Formazione Militare del ministero degli Interni serbo. Recluta circa 3000 uomini con il nome ufficiale di Guardia Volontaria Serba successivamente modificato in Tigri, che a partire dall’autunno 1991 ha operato come unità paramilitare lungo la frontiera serbo-croata. Viene l’elenco dei crimini, poiché queste non possono essere assimilabili ad attività di guerra:

17 morti per una bomba lanciata al “Café Istanbul” di Bijeljina, cittadina al confine tra Bosnia e Serbia. Nei giorni successivi verranno uccise a Bijeljina 400 persone di religione musulmana. Era il 4 aprile del 1992.

600 morti a Brčko, altra città bosniaca al confine con la Serbia, tra la popolazione di religione musulmana. Gli uomini di Arkan mettono in piedi il campo di concentramento “Luka-Brčko” dove vengono rinchiusi e uccisi croati e musulmani. Era il 2 maggio 1992.

20.000 morti a Prijedor e dintorni. Era il 24 maggio 1992.

700 morti a Sanski Most e Krasulja, tutti di religione musulmana (la fossa comune fu aperta nel 1997 svelando corpi di donne e bambini. Era il 20 giugno 1992.

Una cavalcata di sangue lunga due mesi, quasi 22mila persone uccise. Un’orgia di sterminio che è ripresa nel marzo 1993, altre 700 persone a Cerska. A Visegrad, la città natale di Ivo Andric, autore de “Il ponte sulla Drina” centinaia di musulmani furono uccisi, buttati dal ponte Drina o, come accadde ad una settantina di loro, bruciati vivi. Nel giugno 1995 le Tigri di Arkan erano a Srebrenica ad aiutare Mladic nella mattanza di 8.000 persone.

La politica

Dopo la guerra venne la politica. Raznatovic era ormai ricco grazie ai furti e ai traffici (armi, benzina, sigarette, automobili) e godeva di un’indiscussa fama in patria. Era un’eroe per il suo popolo accecato dall’odio, un popolo che non vedeva come personaggi come Arkan si fossero impunemente arricchiti sulla sua pelle. Nel 1996 Arkan partecipò con il partito dell’Unità Serba, da lui fondato, alle elezioni in Bosnia, ottenendo un finanziamento di 225.000 dollari dall’Osce.

Una vita da mediano

La passione dei ricchi, si sa, è il calcio. Diventa presidente della squadra belgradese FK Obilic che arriva alla Champions League. Il calcio ha segnato la vita di Raznatovic non meno del crimine: da capo ultras dello Stella Rossa a presidente del FK Obilic. Nel mezzo la celebre partita tra Stella Rossa e Dinamo Zagabria e una promessa ferale quando, nel dicembre 1991, accogliendo i giocatori dello Stella Rossa reduci dalla vittoria nella Coppa Intercontinentale a Tokyo, regalò ad ognuno di loro un pugno di terra della Slavonia con l’impegno a conquistarla tutta.

Tra loro c’erano anche Dejan Savicevic e Sinisa Mihailovic. Quando il 15 gennaio 2000 Arkan venne ucciso sugli spalti della squadra di calcio allenata da Mihailovic, la Lazio, venne esposto uno striscione: “onore alla tigre Arkan”.


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