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Storie sudamericane: 120 anni di Nacional, le migliori storie del Bolso

Creato il 12 novembre 2019 da Agentianonimi

Club Nacional de Football. Il nome è altisonante, la storia lo è altrettanto: in questi giorni il Nacional, storica società uruguaya, sta celebrando ufficialmente i 120 anni dalla sua nascita. Una nascita che avvenne il 14 maggio 1899, ma che viene celebrata più diffusamente in questi giorni, con la creazione di un kit speciale in tandem con lo storico marchio Umbro: una maglia bellissima e vintage che piacerà ai collezionisti e ai tifosi, e potrebbe andare a ruba nelle prossime settimane. La storia del Nacional Montevideo è ricca di aneddoti, protagonisti e grandi calciatori (ma anche grandi allenatori: Gallardo partì da qui nel 2011) che sono passati dal Bolso, attualmente in testa al Clausura uruguayo (27pti in 11 gare) e vincitore di 157 trofei nella sua storia, con tre Libertadores e tre Intercontinentali (1971, 1980, 1988: battendo Panathinaikos, Nott. Forest e PSV), ma soprattutto di 46 campionati nazionali. Andiamo a ripercorrere la gloriosa storia del Bolso, che vive la sua enorme rivalità col Peñarol, attraverso alcuni volti noti e/o leggende del club.

LE ORIGINI: LA TRAGICA STORIA DI ABDON PORTE– Il Club Nacional de Football nasce come un moto di reazione. Gli “invasori” inglesi e quelle compagnie che stanno approfittando del boom economico del paese sul finire del XIX secolo portano con sè un interessante strumento per divertire le masse: una sfera di cuoio che col passare degli anni diventerà imprescindibile nella vita degli uruguagi e di tutti i sudamericani in genere. Sono proprio gli inglesi a dar vita ai primi club calcistici: l’Albion e il Central Uruguayan Railway Cricket Club, che scriverà in seguito pagine di storia. Nato dagli operai delle ferrovie di Montevideo (da qui il soprannome carboneros), ora lo conoscete come Peñarol e ha bisogno di poche presentazioni. Troverà la sua grande rivale appunto nella squadra che nasce come “reazione” all’invasione futbolistica straniera. La chiamano Club Nacional de Football, e s’impongono di ingaggiare solo giocatori uruguayani per mantenere l’identità nazionale ed evitare contaminazioni: giocatori che non hanno nessuna distinzione, perchè il Nacional accoglie tranquillamente anche i membri criollos e/o di colore. La data di fondazione ufficiale, come dicevamo, è il 14 maggio 1899: in calle Soriano 99, nella casa di Ernesto Caprario, la società viene fondata dalla fusione del Montevideo Football Club e dell’Uruguay Athletic Club. La prima maglia è rossa, con colletto, polsini e taschino blu, poi si passerà all’attuale divisa che ha nel bianco il suo colore principale: blanco, azul y rojo, come i colori della Bandera de Artigas, uno dei simboli dell’identità patriottica (e charrúa) dell’Uruguay, che rende onore al liberatore e padre della patria José Gervasio Artigas.

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La Bandera de Artigas

Una delle prime stelle del club, che gioca al Gran Parque Central dal 25 maggio 1900, ha dato vita a una delle storie più emozionanti e tragiche del calcio “originale. Il nome di Abdon Porte, tuttora celebrato con una tribuna al Gran Parque Central, viene sempre citato dai tifosi del Nacional come un esempio di dedizione. Abdon arrivò a Montevideo da pibe, a 15 anni, e iniziò a giocare a 17: il Colon fu il suo primo club, poi ecco il Libertad (non più esistente) e l’approdo nel Nacional, datato 1911. Alto e flaco, centromediano di grande qualità e temperamento, dotato tanto di tecnica quanto di doti associative coi compagni e recupero palla, Abdon Porte ha giocato 207 gare col Nacional, vincendo 19 titoli nazionali e internazionali col club. Nel 1918, però, secondo la Commissione Direttiva del Nacional, il suo rendimento era calato e venne sostituito nella formazione da titolare e nella sua posizione dal più giovane Alfredo Zibechi. Abdon, innamorato del Nacional al punto da considerarlo la sua ragione di vita, non poteva accettare questa decisione e prese una decisione forte. Il 4 marzo Abdon Porte giocò la partita contro il Charley, vinta dal Nacional col risultato di 3-1 e un’ottima prestazione del centromediano, poi si recò come se nulla fosse accaduto alla festa post-gara di dirigenti e giocatori, che si teneva nella sede societaria nel centro di Montevideo.

All’una di notte, però, abbandonò quella festa e prese un mezzo pubblico che lo portò al Gran Parque Central: si diresse verso il centro del terreno di gioco, quella cancha che lui e i compagni avevano inaugurato nel 1911 dopo che un incendio aveva costretto il club a ricostruirla, e là dove era diventato una leggenda del Nacional e dell’Uruguay si sparò un colpo d’arma da fuoco che fu letale. Aveva 25 anni, si sarebbe sposato con la sua fidanzata storica un mese più tardi, ma quella “retrocessione” nei ranghi del club l’aveva distrutto emotivamente: il suo corpo, situato proprio al centro del campo, venne trovato esanime la mattina seguente dal cane del custode del Nacional. Aveva vicino a sè la pistola con cui si era sparato e un cappello di paglia che conteneva due lettere: una diretta ai parenti dove spiegava il suo gesto, l’altra al presidente del Nacional. In questa missiva, oltre a chiedere al club di occuparsi della madre e dei familiari, rimasti senza un sostegno economico, enunciava il suo amore per il Bolso con una frase commovente, che trascriviamo appena sotto. Il club lo ricorda tuttora con la tribuna ”Abdon Porte” e varie manifestazioni in suo onore.

“Nacional aunque en polvo convertido / y en polvo siempre amante. / No olvidaré un instante / lo mucho que te he querido. / Adiós para siempre”.

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“LA GIRA DEL 25” E UNA SQUADRA LEGGENDARIA. IL NACIONAL COME “BASE” DELL’URUGUAY– C’è un episodio che ha fatto la storia del Nacional, ed è quello dell’arrivo in squadra degli Scarone. Josè Scarone, immigrante italiano, era tra i maggiori tifosi del Peñarol e aveva spinto il figlio Carlos a giocare proprio in giallonero, ma venne “tradito” dal sangue del suo sangue: non solo Carlos andò all’estero, vestendo la maglia del Boca per aumentare i suoi guadagni, ma quando decise di rientrare in Uruguay non optò per il Peñarol, bensì per “quelli là”, per l’odiato Nacional. Ne scaturì una lite furibonda in famiglia, chiusa da Carlos con una frase che darà vita all’attuale apodo dell’ex CURCC: ”¿A qué me iba a quedar?¿ A mangiare merda?”. Quell’espressione è stata poi “sporcata” dalla parlata uruguaya, e si è trasformata in “manya”, il soprannome degli aurinegros. Ma l’approdo di Carlos Scarone al Nacional è importante anche per un altro motivo: due anni dopo verrà raggiunto dal fratello Hector, che sarà una delle stelle assolute del club. Hector Scarone fa il suo esordio nel Nacional nel 1916, e diventerà leggenda: attaccante dalla tecnica invidiabile e dalla freddezza glaciale, sarà uno dei protagonisti assoluti dell’Uruguay che vinse tutto. Scarone conquisterà tra le altre cose 4 Copa America (1917, 1923, 1924, 1926), le Olimpiadi di Parigi 1924 e Amsterdam 1928 e il Mondiale del 1930 con la Celeste, guidata sul campo dal caudillo Josè Nasazzi e imbottita di giocatori tricolores: oltre a Scarone ecco Josè Leandro Andrade, Hector Castro, Pedro Petrone e non solo. Tutti i giocatori sopraccitati hanno fatto parte della “Gira del 25”, una tournée europea che nacque dalla situazione di stallo tra la federazione e i club uruguagi. Il Nacional, sull’onda dei successi della Celeste, decise di giocare svariati match in Europa nel 1925, aggiungendo alla sua rosa tra gli altri proprio Josè Nasazzi come “invitato”: la “Gira del 25” durò 190 giorni e vide il club giocare 38 partite, vincendone 26, pareggiandone 7 e perdendone cinque, con 130 gol fatti e 30 subiti. Il Nacional battè il Genoa bicampione d’Italia (3-0) e umiliò le nazionali di Paesi Bassi (7-0), Francia (6-0), Belgio (5-1) e Svizzera (5-1), dando di fatto la prima spinta verso la futura nascita del Mondiale nel 1930.

Di quella rosa facevano parte giocatori fantastici, ognuno con una storia diversa. Hector Scarone avrà una carriera sontuosa: giocherà nel Nacional dal 1916 al 1926, segnando 108 gol in 115 gare ufficiali, e poi sbarcherà al Barcellona, guadagnandosi un contratto professionistico che… non firmerà. Diventando professionista, infatti, avrebbe dovuto rinunciare alle Olimpiadi del 1928, e allora ecco il ritorno in patria e al Nacional per una nuova epoca leggendaria. Come se non l’avesse mai lasciato, tornerà a segnare per il club come di consueto, e dopo aver conquistato il Mondiale tornerà in Europa: Ambrosiana Inter (al fianco di Meazza) e Palermo prima dell’ultima epoca al Nacional, dove chiuderà la sua carriera nel 1939, con 301 gol in 369 partite. Dopo diventerà allenatore, guidando il Real Madrid nel 1951-52, e dopo la morte si vedrà dedicare una tribuna dal Nacional. Il suo nome è legato anche a una frase diventata celebre. “Tuya Hector” è un’espressione che viene usata tuttora in Uruguay tra amici per segnalarsi reciproca fiducia. Tutto nacque ad Amsterdam, nella finalissima tra l’Argentina e l’Uruguay, col risultato sull’1-1 e la Celeste in attacco: Tito Borjas e Scarone non si possono vedere, ma al 73′ Borjas riceve palla dalla sinistra, vede con la coda dell’occhio il compagno-rivale e lo serve senza neanche pensarci. “Tuya Hector”, “tua Hector”: Scarone segnerà e regalerà la vittoria delle Olimpiadi di Amsterdam all’Uruguay, entrando nella storia. Nella storia, giocando per la Celeste dopo essere partito dal Nacional, entrerà anche Josè Leandro Andrade, il primo giocatore dalla pelle nera a brillare nel futbol o la Maravilla Negra, come veniva chiamato dai tifosi. Centrocampista di tecnica, classe e stile, sarà protagonista sul campo e fuori: trascinerà per anni, da cervello e mente del gioco, l’Uruguay e il Nacional, ma alimenterà anche le notti di Montevideo durante il carnevale (attratto dai ritmi del candomblé) e farà colpo su Josephine Baker a Parigi con un “infuocato” tango. Andrade diventerà il re delle notti parigini per qualche tempo, poi tornerà a giocare a calcio, trascinando ancora l’Uruguay nel 1928 e nel 1930: la sorte, che l’aveva accompagnato da calciatore, non lo farà nel post-ritiro, perchè Andrade morirà nel 1956 in assoluta povertà, cieco e dopo aver vissuto in una sorta di tugurio perchè aveva sperperato tutte le sue finanze tra notti brave ed alcol. In una scatola, accanto a lui, troveranno le medaglie vinte con l’Uruguay.

L’ultima stella di quel Nacional e di quell’Uruguay ha una storia altrettanto particolare. C’era un altro Hector in squadra, Hector Castro, il Divino Manco. La vita non era stata facile per lui, che perse una mano e parte dell’avambraccio a soli tredici anni: nel 1917, lavorando da falegname, una sega elettrica impazzita cambiò per sempre la vita di Hector, che grazie al calcio diventò una leggenda. Dopo aver esordito nel Lito, passerà al Nacional e sarà una colonna del Bolso e della Celeste: nel 1930 segnerà la prima rete dell’Uruguay in un Mondiale, poi però perderà il posto a danno di Peregrino Anselmo, bandiera del Peñarol. Quel destino che gli aveva tolto parte del braccio, però, lo aiuterà proprio nella finalissima: Anselmo, acciaccato e spaventato dalla fama da “killer” di Luisito Monti, si rifiuterà di giocare ed Hector Castro tornerà titolare. Disputerà una gran partita e segnerà la rete del 4-2, che chiuderà i conti e regalerà il Mondiale all’Uruguay. Una curiosità: prima della finale, una voce anonima gli aveva telefonato dicendogli che sarebbe morto nel suo letto se avesse giocato il match. Hector, fregandosene, giocò e vinse per l’Uruguay: dopo quel Mondiale e dopo aver chiuso la carriera col Nacional, il Divino Manco diventerà tecnico del Bolso e vincerà quattro titoli consecutivi, lanciando la nuova generazione di giocatori del club. Morirà da allenatore dell’Uruguay nel 1960, stroncato da un attacco cardiaco a 55 anni. Il Nacional, linfa dell’Uruguay che vinse nel 1930 e casa di un Nasazzi a fine carriera (1933-1937), vedrà poi iniziare l’epopea del Peñarol: saranno i manya a fare da ossatura alla squadra campione del mondo col Maracanazo del 1950, guidata sul campo da Obdulio Varela (“Los afuera son de palo”), ma in quella squadra ci sarà spazio anche per Schubert Gambetta, un’altra leggenda del club. Per anni si è pensato che il termine “gambeta”, con cui si cataloga la finta, derivasse da lui, invece deriva dalla “sporcatura” dell’italiano gamba, ovvero da ciò con cui si esegue la finta di corpo.

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LE LIBERTADORES VINTE, WALDEMAR VICTORINO E L’EPOCA D’ORO– Il Nacional ha vinto tre Libertadores: 1971, 1980 e 1988. Ne avrebbe vinte molte di più, se solo il torneo fosse esistito nell’epoca narrata poc’anzi. Negli anni Ottanta, però, il Bolso ha compensato quella mancanza vivendo un’autentica epoca d’oro. Un’epoca che ha avuto tanti protagonisti, tra cui c’è anche Pato Aguilera (poi approdato al Peñarol, per arrivare al Genoa), ma soprattutto Waldemar Victorino. Victorino, attaccante classe ’52 che ha segnato 27 gol in 39 match con la Celeste, ha giocato nel Nacional nel 1979-80 e nel 1982. Di fatto, solo per due anni, ma ha comunque lasciato il segno in maniera indelebile. Capocannoniere del campionato uruguayo nel 1980, capocannoniere della Libertadores vinta nello stesso anno battendo in finale l’Internacional (1-0) proprio col suo gol e giocatore decisivo anche nella Coppa Intercontinentale vinta contro il Nottingham Forest: il Nacional vinse 1-0, indovinate di chi fu la rete della vittoria. Nel mezzo tra un’avventura e l’altra col Bolso, Victorino giocò nel Deportivo Cali, mentre lasciò definitivamente il Nacional per approdare in Serie A al Cagliari: fu un’esperienza fallimentare, e poi finì a giocare in Argentina, Ecuador, Venezuela e Perù. Il Nacional vinse la sua terza Libertadores senza di lui, dunque,  battendo il Newell’s nel 1988: la squadra battè poi il PSV ai rigori in un match epico, iniziato col vantaggio di Ostolaza (7′) e proseguito col pari di Romario (75′), il 2-1 su rigore di Koeman nei supplementari al 110′ e il pareggio in extremis di Ostolaza che portò tutti ai penalty.

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Waldemar Victorino

L’ERA MODERNA: IL LOCO ABREU, IL CHINO RECOBA, LODEIRO, GODIN, SUAREZ E I CAMPIONI PASSATI DAL BOLSO– Sono tanti i giocatori che hanno legato la loro carriera al Nacional, in un calcio che è cambiato rispetto all’era delle origini. Il Sudamerica è ormai il trampolino di lancio verso l’Europa e i nuovi mercati, e il Nacional non fa eccezione. Tantissimi giocatori sono partiti da qui per andare a conquistare il mondo, tantissimi giocatori hanno scritto pagine di storia del Bolso. È partito dal Nacional Daniel Fonseca, ma soprattutto è partito da qui il Chino Recoba: arrivò dal Danubio e in un anno e mezzo a suon di gol e giocate da fenomeno conquistò Moratti e si guadagnò l’Inter. Col Bolso, il Chino segnò 8 gol nella prima stagione e 12 nel 1997, saltando in Europa a metà stagione e iniziando a incidere. La sua carriera l’ha portato ad essere un giocatore dominante in alcuni match e discontinuo in altri, uno di quegli elementi che “se si fossero sempre allenati al 110%, sarebbero stati divinità”. Recoba però è uno di quei giocatori che sanno ricordare da dove sono venuti, e ha chiuso la carriera proprio al Nacional, giocando nel club dal 2011 al 2015: 84 partite, 18 gol, tantissimi assist, giocate determinanti anche a 39 anni e un “gol olimpico” da calcio d’angolo. Ha legato il suo nome al Nacional anche il Loco Abreu, che ha vissuto tante epoche nel club in mezzo a una carriera da giramondo che l’ha visto giocare per 29 club e prosegue tuttora (gioca nel Boston River): nel 2001 segnò 17 reti in 18 match, poi approdò in Messico (Cruz Azul e America) e tornò nel 2003, restando tre anni. Dopo un periodo lontano dall’Uruguay, è tornato nel 2013 e nel 2015: col Nacional ha vinto due campionati (2001 e 2005), con l’Uruguay la Copa America 2011 ed è diventato una leggenda col cucchiaio al Mondiale.

Ma l’era moderna ha visto partire dal Nacional tanti giocatori formidabili: Diego Lugano, il caudillo dell’Uruguay anni Duemila, è stato formato qui ed è diventato grande altrove. Diego Godin è arrivato al Nacional nel 2006 e dopo un’annata mostruosa è approdato al Villarreal, iniziando la sua travolgente carriera da leader ovunque sia stato. E poi, il duo che è maturato in Olanda e si è ritrovato all’Ajax. Nicolas Lodeiro debuttò nel Nacional nel 2007, e da trequartista fu fondamentale nello strepitoso 2008-09 del club: trascinò il Bolso a vincere il campionato e ad arrivare fino alle semifinali della Copa Libertadores, perse contro quell’Estudiantes che vinse il trofeo. Approdò in Eredivisie all’inizio della stagione europea, trovandosi al fianco di una leggenda moderna dell’Uruguay: Luis Suarez aveva debuttato nel Nacional nel 2005, e dopo una stagione con 12 gol in 35 partite e un campionato vinto era approdato proprio in Olanda, prima al Groningen e poi ai Lancieri. La sua carriera è nota a tutti, così com’è inconfutabile ed un dato di fatto che l’ossatura dell’Uruguay che tuttora gioca i grandi tornei internazionali si sia formata proprio nel Nacional: Godin, Suarez e Lodeiro facevano parte della rosa della Copa America 2019, dove hanno giocato da protagonisti. Nelle ultime stagioni il Nacional, che non vince il campionato dal 2016 e ha visto alzare la coppa al Peñarol nel 2017 e nel 2018, ha venerato altri idoli: Diego Arismendi, Tabaré Viudez, Esteban Conde e Diego Polenta sono alcuni di loro, in una rosa che mixa esperienza e giovani talenti. Quest’anno, nell’anno del 120° compleanno, il club ha chiuso terzo nell’Apertura e guida attualmente il Clausura con 27pti in 11 gare e un +1 sui manya: lo guida in panchina Alvaro Gutierrez, che ha traghettato il club fino all’eliminazione negli ottavi della Copa Libertadores (persi contro l’Internacional) dopo un ottimo girone (12pti). Chi sono le sue stelle? Pablo Bergessio e il Pity Barrientos, due idoli del Catania argentino degli anni Duemila: in rosa ci sono anche ex Serie A come Alvaro Pereira e Cardacio, altri veterani come Pastorini, Seba Fernandez e il Chory Castro, una stellina “maledetta” come Rodrigo Amaral e giovani di valore come Mathias Viña e Agustin Ocampo. Saranno loro a vestire la maglia speciale per i 120 anni del Nacional, che è stata presentata ieri: saranno loro gli idoli del #Nacional120, e i tifosi sperano che un’annata così speciale possa portare a un titolo.

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(di Marco Corradi, @corradone91)

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