Storytelling – La mafia sarà vinta da un esercito di maestre delle elementari

Creato il 02 marzo 2014 da Abattoir

di Fabio Campoccia

«Ma insomma, a cosa cavolo mi serve nella vita saper calcolare il quadrato di un binomio?».
Ecco, c’eravamo! Il solito sfogo della mia alunna di matematica che dopo un’ora buona di espressioni algebriche sbottava innervosita. Ora era arrabbiata con tutti i matematici della storia, da Euclide a Giorgio Oddifredi.
«A cosa mi serve ‘sta roba?» continuò. «Ditelo! È solo per essere promossa e fare contenti i miei genitori? Che poi dicono che per premio mi regaleranno il motorino ma io lo so che alla fine non me lo compreranno! Chissà che scusa si inventeranno!».
«Ehi, calma! Lo so che ora ti sembra impossibile ma la matematica nella vita serve» cercai di arginarla incoraggiante.
«Se vabbè, tanto mica farò mai l’Università e anche quando, figuriamoci se prenderò una facoltà scientifica! Sono pazzi se pensano che farò equazioni per guadagnarmi da vivere».

A parte il fatto che non conosco nessuna professione in cui si viene pagati per fare equazioni, ma la domanda che mi stava facendo era una di quelle a cui un educatore deve cercare di dare una risposta. A cosa serve studiare nella vita? Ed in particolare la matematica? E chi ci ha mai pensato seriamente… io l’ho fatto e basta! Provai ad imbastire una risposta.

«Elisa, anche se non studierai matematica all’Università importa poco. La matematica è un esercizio per la mente. Tu devi immaginare il cervello come un muscolo da allenare con tutti gli esercizi che servono. Ti faccio un esempio: quando vai in palestra a cosa ti serve stare mezz’ora sul tapis roulant?».
«A perdere peso professore!».
«Ok, ok… pessimo esempio. Te ne faccio un altro, a cosa ti serve piegarti e toccarti le dita dei piedi?».
Qui sorrise maliziosa! Cazzo no! L’aveva presa per una battuta a doppio senso. Rimediai immediatamente prima di beccarmi una denuncia per molestie a minori.

«Vabbè, ok, senza scendere troppo nel dettaglio. Tu fai un esercizio specifico per allenare un muscolo. Magari nella vita di tutti i giorni non ripeterai mai esattamente quell’esercizio, ma se hai allenato il muscolo potrai fare tutti i movimenti di cui avrai bisogno con maggiore tonicità. Il cervello è così, studi la matematica per allenare il pensiero logico, così poi applicherai il pensiero logico a mille cose!».
Mi guardò molto titubante e taceva.
Ecco lo sapevo, mi stavo incartando con la metafora del muscolo. Certe “lezioni di vita” bisognerebbe lasciarle fare alle professoresse di italiano, non ai beoti ingegneri come me, che insegnano i quadrati dei binomi nei pomeriggi assolati di pre-interrogazione.
Ma non volevo mollare. Volevo almeno lasciarle il dubbio che studiare servisse a qualcosa, non solo a farsi promuovere a scuola.

«Elisa, te lo spiego in un altro modo. Non appena uscirai dalla scuola tutti cercheranno di prenderti in giro, di convincerti di quello che vogliono, di farti fare quello che decidono. Capisci? Le multinazionali vogliono i tuoi soldi, il capoufficio vuole il tuo tempo, la pubblicità vuole le tue scelte… la mafia vuole i tuoi voti…».
La giovane alunna recalcitrante si accese per un attimo di interesse. Mi guardò incuriosita e mi disse:
«Professore, la mafia vuole i miei voti???».
«Proprio così!» risposi.
«Ma che dice!!! Lei li ha visti i miei voti? Fanno schifo! Ho tutti 3!».
«Ma no!!! Non intendevo quei voti, ma gli altri voti… quelli delle elezioni, capisci, quando andrai a votare…».
«Quando andrò a votare mi servirà conoscere il quadrato dei binomi altrimenti la mafia si prenderà i miei voti??» mi interruppe sarcastica.

Ecco, un altro vicolo cieco?
NO! Un secondo. Era un’estrapolazione un po’ azzardata ma mi piaceva come suonava!!

«BRAVISSIMA!! È esattamente così! Se non saprai fare il quadrato di un binomio la mafia si prenderà il tuo voto!».
«Mi prende in giro professore??».
«Assolutamente no! È semplicissimo, ti spiego subito. Intanto devi capire che la mafia è come un virus, una malattia. Tu immagini gente con la coppola e la lupara, invece devi pensare ad una “infezione batterica” che utilizza le persone come mezzi di contagio. Per fermare la mafia certo, bisogna fermare le persone, ma principalmente bisogna fermare il contagio».
«Mmm… e che sintomi ha questa malattia?».
«Il morbo ti fa credere che devi provvedere alla tutela dei tuoi beni, alla tua incolumità, al tuo futuro solo mediante la tua influenza personale, le tue conoscenze, la tua prontezza, addirittura la tua forza fisica fregandotene dell’azione delle istituzioni e delle leggi dello Stato. Ed il morbo si trasmette accettando questo modo di pensare».
«Ed il quadrato del binomio?».
«Ci sto arrivando, aspetta! Se ti ammali di mafia ti convinci che l’unico modo per ottenere quello che ti spetterebbe di diritto è prendertelo con la forza, chiedendo “favori”, corrompendo, imbrogliando, e soprattutto togliendolo a tutti quelli che non sono malati».
Elisa, rise. La pausa dalla lezione di matematica e la piega che stava prendendo il discorso la stavano facendo divertire.
«Ho capito, la mafia è come l’influenza stagionale. Con un buon vaccino ci si immunizza».
«È esattamente così, anche la mafia è un virus stagionale. Prima o poi viene debellata dall’arrivo della primavera. Come tutti i virus te lo prendi gravemente o in forma lieve a seconda dell’ambiente in cui vivi. Ricorda: tutte le volte che ti consideri al di sopra di una regola, di una legge o semplicemente del rispetto degli altri a causa di quello che desideri… ecco quello è un sintomo. Può essere non rispettare una fila, chiedere una raccomandazione o fare saltare qualcuno con dell’esplosivo. Il virus è lo stesso anche se i pazienti lo hanno contratto con gravità molto differenti».
«Ok, ok, ho capito professore, ora sta diventando retorico. Parliamo di questo vaccino con cui lei vuole debellare la mafia. Se non sbaglio bisogna estrapolarlo dal quadrato dei binomi, vero?».

Ora mi sta palesemente sfottendo. Ma dovevo aspettarmelo. Devo inventare una buona chiusura al mio monologo oppure avremo perso un quarto d’ora di lezione senza motivo. Non so se ne sono capace. Devo improvvisare in modo un po’ creativo…

«Già, il quadrato del binomio, certo. Sai cosa c’entra?».
«Aspetto solo che lei me lo dica prof».
«Benissimo, allora, raccontami cosa succede quando provi a risolvere un binomio».
«Ma che domanda professore, non li ho ancora imparati, cosa dovrebbe succedere?».
«Lo chiedo a te. Dimmi cosa fai quando non riesci a risolvere un problema, quando ti manca un modo per affrontarlo».
«Beh… rimango avvilita e muta a guardare il foglio, con la testa vuota!».
«Esatto! Rimani con la testa vuota. Magari sai le regole, conosci le formule, hai assistito alle spiegazioni, ti hanno detto come dovrebbe andare ma tu non sai come risolvere il problema. Ti fermi. Hai il vuoto in testa. Passa del tempo. Il vuoto diventa opprimente, ti dà il panico ma non avrai alternative, devi risolvere il problema. Sembra che non ci sia una soluzione. Però ad un certo punto da quel nero silenzioso e avvilente nasce un’idea. È almeno un’idea. Giusta o sbagliata è una creazione della tua mente, non di quella del professore o del tuo compagno di banco. Quell’idea è solo tua. Ed è la cosa più raffinata e rivoluzionaria che è capace di fare la tua mente. Creare delle idee».
«Grazie al quadrato del binomio?».
«Sì. Grazie al quadrato di un binomio e a tutto ciò che ti costringe a trovare una strada diversa. La cultura non è altro che sapere convivere con quel vuoto nella testa, in attesa di un’idea, senza essere oppressi dall’urgenza di riempirlo immediatamente con quello che ti raccontano gli altri, con quello che fanno gli altri, con quello che gli altri pensano. È un vuoto solo tuo. E da quel vuoto nasce il vaccino».
«Il famoso vaccino?».
«Sì, il famoso vaccino! Quando devi fare una scelta su come vivere, su come ottenere quello che desideri e anche sulle persone a cui dare fiducia è li che si attiva il vaccino. Puoi ripetere a pappagallo le scelte degli altri e farti contagiare, oppure puoi fermarti a pensare. Accogli un po’ di quel vuoto nella testa e poi, appena arriva l’idea agisci per come sei tu, usando quella idea. Allora scopri che probabilmente essere malati non è così conveniente, che alcune regole sane, le leggi, il rispetto degli altri hanno profumo di pulito. Che non c’è motivo di sgomitare per avere quello che ti spetta, che non devi a tutti i costi cercare delle scorciatoie, che basta riflettere un po’, essere abituati a farlo per trovare un modo, alternativo al contagio, per realizzare le cose che ami».

La mia alunna ora stava zitta. In mezzo a tutte quelle chiacchiere forse qualcosa l’aveva fatta riflettere. O forse no, ma per quel pomeriggio avevo fatto abbastanza filosofia. Era il momento di riprendere la matematica. Mi presi solo il tempo per l’ultima battuta.

«Solo una curiosità Elisa, cosa vorresti fare quando avrai finito la scuola?».
«Professore, non ne sono ancora sicura, ma mi piacerebbe insegnare ai bambini delle scuole elementari. Fare la maestra. Io amo i bambini».
Mi fermai un attimo a riflettere.
«È buffo – conclusi- sai cosa diceva Gesualdo Bufalino della mafia? La mafia sarà vinta da un esercito di maestre delle elementari».

Elisa scoppiò a ridere. Io riaprii il quadernone degli esercizi.
Fuori la primavera avanzava tiepida.


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