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Sud Sudan (Covid 19) : bisogna garantire gli aiuti umanitari alle popolazioni

Creato il 05 aprile 2020 da Marianna06

“Chiudere le frontiere in Sud Sudan significa condannare alla fame migliaia di persone: la sicurezza alimentare dell popolazione dipende ancora dalle esportazioni dei paesi vicini oltre che dagli aiuti umanitari. Il governo per questo motivo ha chiesto all’Uganda di lasciar passare i camion di cibo e benzina”. Lo riferisce all’Agenzia Fides padre Christian Carlassare, missionario comboniano italiano che vive a Juba, parlando delle misure cautelari messe in campo dal giovane stato africano in risposta alla diffusione della pandemia di Covid-19. il Ministero della Salute, nei giorni sorsi, ha infatti annunciato la chiusura di tutti gli altri aeroporti presenti sul territorio nazionale, con il divieto dei voli internazionali e la chiusura delle frontiere.
Secondo i dati dell’Onu, circa 6 milioni di persone, il 60% della popolazione, ha urgente necessità di assistenza umanitaria, il 20% in più rispetto allo scorso anno. “Il paese si troverebbe in una situazione critica e di svantaggio se dovesse affrontare un’epidemia di questo tipo”, osserva padre Christian. Nel mese febbraio e nelle prime settimane di marzo gli spostamenti con gli stati limitrofi sono stati numerosi: “Si teme, quindi, che il virus possa diffondersi anche qui in Sud Sudan - spiega il sacerdote comboniano – mentre la speranza è che il clima caldo limiti il propagarsi del contagio; ma si saprà solo fra un paio di settimane”.
“Attualmente - precisa il religioso - non ci sono dati disponibili circa il contagio: nessun caso è stato ancora confermato nel paese. Per precauzione sono state chiuse anche le scuole per un mese e sono stati vietati anche i raduni, comprese le attività religiose: “Con la sospensione delle celebrazioni comunitarie - riferisce p. Carlassare - si tratta di trovare altre forme di vicinanza alla gente e a chi soffre. Per il momento non c’è l’obbligo di rimanere isolati in casa. C’è solo il coprifuoco dalle sei di sera alle sei del mattino. Di giorno si possono dunque visitare le famiglie. Le piccole comunità di base possono rimanere attive e mantenere la loro preghiera a livello familiare”.
La televisione, Internet e altri social media non sono ancora accessibili alla gran parte della popolazione sudsudanese: “La radio - nota il missionario - svolge un servizio importante: ogni diocesi ha la sua emittente che trasmettere programmi che agevolano la preghiera in famiglia e portano una parola di conforto e di speranza”.
Sebbene importanti, le misure adottate appaiono insufficienti ad affrontare la complessa realtà di un paese come il Sud Sudan, martoriato da fame, povertà e malattie: “La prima sfida - sostiene p. Carlassare - riguarda la possibilità di intervenire nel caso ci siano persone infette la possibilità di fare tamponi è molto limitata e confinata alla sola capitale. Oltre a questo - continua - la sanità pubblica non è equipaggiata: può isolare il paziente ma non ci sono reparti di terapia intensiva con respiratori e ossigeno. Noi missionari comboniani abbiamo la direzione dell’ospedale diocesano di Mapuordit dove l’unico respiratore è quello della sala operatoria”. L’altra sfida riguarda la prevenzione: secondo padre Christian “la pratica dell’isolamento e della quarantena è molto difficile da attuare in un paese come il Sud Sudan per molte ragioni, anzitutto - chiarisce - bisogna considerare che molte famiglie vivono in capanne o case che hanno una sola stanza che viene condivisa, in media, da cinque o sei persone. La vita si svolge pressoché interamente all’aperto”. In casa, poi, non viene conservato cibo, se non la farina e poco altro: “Le condizioni igieniche dei mercati, formati da bancarelle spesso in piazze polverose e molto affollate, sono molto precarie”.
“Il nuovo governo di transizione ha una importante responsabilità: quella di affrontare questa possibile crisi senza divisioni”, rileva il missionario. “Questa epidemia, come ha detto Papa Francesco - conclude - ci ha colti tutti fragili e disorientati, ma nello stesso tempo ci ha resi importanti e necessari, tutti bisognosi di confortarci a vicenda, tutti chiamati a remare insieme poiché ci troviamo sulla stessa barca”. (Fonte Agenzia Fides)
a cura di Marianna Micheluzzi (Ukundimana)


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