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Sul referendum del 17 aprile

Creato il 07 aprile 2016 da Malvino
Una rapida occhiata ai numeri basta a chiarirci cosa davvero sia stato, in Italia, l’istituto referendario: i quesiti che si è tentato di sottoporre al parere degli italiani sono stati 191, ma, tra mancato raggiungimento del numero di firme necessarie e bocciature al vaglio di legittimità, il tentativo è andato in porto solo 67 volte, con 27 casi nei quali non si è raggiunto il quorum, 9 nei quali la proposta abrogativa è stata respinta e almeno la metà dei rimanenti 30 nei quali l’esito delle urne è stato sostanzialmente disatteso, vanificandone ogni effetto. Com’è che allora il referendum continua a illudere tante anime belle? Quasi certamente lo si deve a tutta la retorica che si è spesa su quelli che furono indetti per abrogare le leggi che consentivano divorzio e aborto, e che non ci riuscirono: leggi che dobbiamo al Parlamento, ma che si continua ad avere la sensazione siano uscite dalle urne. Non starò ad annoiare oltre il mio lettore: mi sono già intrattenuto a lungo, due o tre anni fa, sull’inutilità dell’istituto referendario, addirittura sulla sua pericolosità per quanto gli è conferito dall’essere uno strumento di democrazia diretta, dove il pericolo che sta a monte dell’illusione non è meno serio di quello che gli sta a valle. Qui, stringendo, non ho fatto altro che ripetere ciò che ho già detto allora, a indispensabile premessa di quanto segue, che poi è la risposta a chi mi ha chiesto se andrò a votare il 17 aprile e, se sì, come voterò. Premessa che sembrerebbe voler dar senso a un’astensione. E invece andrò a votare. All’esclusivo scopo di dare il mio contributo al raggiungimento del quorum, che peraltro do per scontato sarà difficilissimo raggiungere. Meno difficile di quanto sarebbe stato se non fosse scoppiato lo scandalo che ha portato alle dimissioni di Federica Guidi, ma comunque assai difficile. Superfluo dire che questa decisione nasce dal significato che Matteo Renzi ha voluto dare a questo referendum, dunque potrebbe anche essere irrilevante cosa voterò: potrei anche annullare la scheda o lasciarla bianca, la ragione che mi porterà al seggio elettorale troverebbe comunque piena soddisfazione, anzi, in entrambi i casi la troverebbe in coerenza a ciò che penso dell’istituto referendario. Il fatto è che ritengo intellettualmente disonesto usare strumentalmente un voto al quale si è voluto strumentalmente attribuire un significato diverso da quello che dovrebbe avere, e dunque, senza perdere neppure per un istante la certezza dell’inutilità del mio voto, non ritengo sia corretto sottrargli il valore che gli è attribuito e che dunque, almeno formalmente, sono costretto a riconoscere: non annullerò la scheda, non la lascerò bianca. Voterò sì e ritengo sia doveroso spiegare il perché. Anzi, giacché al sì sono arrivato grazie ai tre minuti che Michele Governatori ha dedicato al referendum del 17 aprile in una delle puntate della sua rubrica del martedì su Radio Radicale, mi limito a riproporli qui.
 
Il punto che ritengo dirimente è quello relativo alla concessione a privati di un bene pubblico per un tempo illimitato, che d’altronde è in franca violazione delle direttive comunitarie cui Governatori fa cenno, e che dunque rende sanzionabile in sede europea il comma 239 dell’art. 1 della legge n. 208 del 28 dicembe 2015 anche laddove vincesse il no o il quorum non fosse raggiunto. Ennesima dimostrazione, laddove ce ne fosse stato bisogno, che a questo governo manca ogni misura del diritto.

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