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SUL TAMBURO n.79: Paolo Marati, “Gli indecenti”

Creato il 21 ottobre 2018 da Retroguardia

SUL TAMBURO n.79: Paolo Marati, “Gli indecenti”Paolo Marati, Gli indecenti, Siena, Melville, 2017

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di Giuseppe Panella

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Perché Gli indecenti come titolo di un romanzo di costume? Perché l’in-decenza come categoria centrale in una riflessione sulla deriva della società contemporanea? Marati riprende alcuni personaggi del suo precedente L’intrusione delle onde anomale (Siena, Barbera, 2014) per raccontare una società in declino che non riesce più a trovare un centro, una direzione, un “centro di gravità permanente”. Soprattutto non riesce più a capire dove vuole andare a parare con i suoi stili di vita, i suoi tic, le sue mode, la sua ricerca di qualcosa di nuovo che la faccia uscire dalle asfittiche pareti del già visto. Federico Galbiati è un anti-eroe, un “inetto” – si sarebbe detto ai tempi di Verga e di Svevo. Divorziato ma felicemente accoppiato con una ragazza svedese, Harriet, conosciuta in circostanze avventurose nel primo romanzo, in procinto di volare a Stoccolma come fa ogni due settimane, viene bloccato da una perentoria richiesta di sua madre: l’anziana donna vuole rivedere Claudia, la figlia primogenita, l’un tempo severissima professoressa di latino protagonista di vicende sentimentali molto sfortunate narrate in L’intrusione delle onde anomale e apparentemente scomparsa quattro anni prima. La madre è radicale nelle sue richieste: se non rivedrà la figlia entro domenica, sicuramente il suo cuore si schianterà.

Così Federico, nonostante le giustificate proteste di Harriet e la preoccupazione riguardo alla progressiva diminuzione della sua massa corporea (la sarcopenia di cui gli parla il collega Saverio il giovedì in cui inizia la storia), si mette alla ricerca della sorella risalendo una trafila che non lo conduce da nessuna parte. Anche l’incursione sessual-goliardica in un luogo “di piacere” dal singolare nome di Divina Commedia (in sostanza, un bordello di lusso) si tramuta in un momento di frustrazione e di forte delusione. Tutto l’apparato di piani, scalinate, fasce da portare al braccio e presenze un po’ perturbanti di donne di non grande avvenenza fisica si rivela un solenne bidone almeno per Federico. In quell’occasione poi l’uomo si accorge tramite una segnalazione del suo amico Massimo di aver contratto dei pericolosi condilomi sul pene. Tutto gli sembra ormai andare a pezzi: il rapporto con Harriet, la ricerca della madre, il complesso e disastrato intreccio di relazioni con il figlio Luca (che è sempre disgustato dalle condizioni malsane e trascurate in cui vive il padre – in Luca sopravvive un’eco del “figlio del Perozzi”, figura emblematica del perbenismo piccolo borghese messo in berlina da Mario Monicelli in Amici miei 2 ?). In cambio di promesse riguardo il futuro stile di vita del genitore in crisi, il giovane lo introduce in un circolo di figure alternative (ed esilaranti) che, nonostante tutto, riescono a portarlo sulla pista giusta e a fargli incontrare la sorella. L’incontro, al principio difficoltoso e pieno di pregiudizi, diventa poi molto più sereno e disteso fino a lasciare una speranza per il futuro: il bambino nascerà e Federico andrà a vivere in Svezia, in una cittadina che vanta uno dei redditi più alti dell’intero paese. Che cosa succederà in seguito è riservato a Il giorno che Lorenzo morì (Roma, Ponte Sisto Edizioni, 2018), il terzo elemento a comporre la trilogia ideale degli “indecenti” contemporanei. In realtà questo romanzo di Marati vuole essere un’allegoria del presente (come le allusioni dirette a Dante e alla Divina Commedia fanno quasi immediatamente presagire), un inseguirsi di vicende negative e di contrappassi (come i condilomi che affliggono il pene del protagonista e che gli verranno bruciati per direttissima), un escalation di disgrazie e di contrattempi che il protagonista sembra essersi meritati sul campo. L’intento satirico è evidente come pure il rifiuto del facile moralismo che si trasforma così in pura obiettività senza giudizio e senza scampo.

Non c’è salvezza per chi è “indecente”: la sua vita è condannata a un eterno giro di umiliazioni e di gaffes che non risparmiano nessuna sfera dell’esistenza. Federico Galbiati, a differenza della sorella Margherita, non ha capito molto di quello che gli è successo e di quali sono le condizioni in cui bisogna cercare scampo dal crollo delle sue apparenti certezze: cerca di dimostrare all’amico Massimo di essere ancora un grande seduttore, di mostrare il suo volto migliore al figlio Luca (senza riuscirci), di dare alla sorella l’idea di una possibile emancipazione raggiunta (ma che è ancora molto lontana). Federico è in-decente anche per questo, perché non riesce a capire il limite tra scienza consapevole e obbligo acquisito per convenzione: oppresso dalla propria madre, sarà un genitore assente per il proprio figlio antipatico e petulante e la prospettiva della nascita di un nuovo figlio da Harriet non lo entusiasma per nulla. Eppure capisce che tutto è collegato, che tutto è stretto a una dinamica del Tutto che non si può invertire né spezzare:

«”Sì, la vita non è una partita a domino, ma è soggetta all’effetto domino. Sai cos’è l’effetto domino? E’ quando si allineano tante tessere, si spinge la prima e tutte le altre cadono in sequenza. Non c’è scampo per nessuna tessera. Tutte quante scivolano inevitabilmente verso il nulla trascinandosi in una perversa catena di autodistruzione. Ma hai mai riflettuto che se si incolla anche una sola tessera, l’effetto domino si interrompe?” » (p. 190).

La Vita è un effetto domino cui non si scampa – tutto quello che accade ha una ragione e alla ricerca di essa bisogna dedicare le proprie energie per salvarsi dal declino e dalla fine.

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