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Sulla malinconia post piccione. Ma soprattutto su uno straordinario pezzo di sè raccontato da un amico.

Creato il 26 febbraio 2015 da Giuseppe Armellini
Sulla malinconia post piccione. Ma soprattutto su uno straordinario pezzo di sè raccontato da un amico.A volte mi chiedono perchè sia sempre così malinconico nelle recensioni o negli altri "pezzi".
Se fosse tutto così semplice basterebbe ricordare anche tutte le altre recensioni a cazzo e i post di puro divertimento che faccio.
Che mica una parte di me è vera e l'altra falsa, o le prendi tutte e due o nessuna.
Ma, se vogliamo rispondere a queste persone in maniera più completa e complessa, forse è meglio dire una cosa.
La malinconia, mica per definizione eh -ci mancherebbe-, ma per come la intendo io, non è un sentimento come gli altri.
Non è come la gioia, la tristezza, il dolore, il desiderio, l'amore, l'angoscia o l'entusiasmo.
La malinconia, sempre nella mia v(ers)(is)ione è qualcosa di molto più grande di tutto questo.
Perchè può esistere a prescindere da tutto il resto.
Se sei malinconico non sei per forza triste, addolorato o angosciato.
Si può essere malinconici e provare grandi sprazzi di felicità.
Si può essere malinconici e desiderare.
Si può essere malinconici e innamorati.
Si può essere malinconici ed entusiasti.
La differenza è che la malinconia è la tela che raccoglie tutte queste pennellate di diversi colori. E non è una tela nera, anzi, ma bianchissima, che i colori, quando arrivano, risaltano ancora di più.
La malinconia è un sentimento lungo, un "sentirsi" che può durare anche una vita. Ed essere malinconici significa amarla la vita, non odiarla. Solo le cose che ami profondamente possono generarti malinconia.
La malinconia non è roba come il desiderio, l'entusiasmo, la disperazione o la tristezza, che arrivano e poi se ne vanno via.
La malinconia non è un sentimento usa e getta come gli altri ma, semmai, il contenitore dove vengono gettati.
Ieri l'incipit del piccione è stato sì un guardarsi un pò allo specchio, ma poi nemmeno tanto, che certe cose a volte sono oggettive ed è inutile farci tanti giri di parole.
Ma quelle righe personali mi hanno rimandato alla memoria un pezzo magnifico di un "amico" blogger, Massimo, un pezzo che lessi 2 anni fa precisi e trovai così bello e personale che non riuscivo a smettere di leggerlo.
Mi ci ritrovavo tantissimo. Ma solo una lettura superficiale può farlo apparire come autocommiserazione. In realtà è una fredda (e caldissima insieme) lettura di sè stessi, non priva di orgoglio e della rivendicazione che, malgrado tutto, ci "piaciamo" così.
Ho chiesto a lui di poterlo pubblicare e ha detto sì.
Fatevi un giro nel suo blog, raramente ho trovato un mix così ben dosato tra cultura e intelligenza (oltre a una scrittura formidabile).
Di solito quando c'è una manca l'altra.
Siate malinconici.
E siate felici.
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Sempre fuori tempo massimo
La mia vita è monotona, mediocre, ripetitiva, stancante. Ne ho passate talmente tante che che mi va bene così, ormai. Una vita diversa, come la vorrei, non è probabile, almeno a livello lavorativo. Però chi sa. Uno spiraglio lo tengo sempre aperto.
Ho due lavori, il che, in un momento di crisi è buona cosa, ma insieme mi fanno poco più di uno stipendio medio, qui al nord: 1500 euro mensili per capirci. Il mio lavoro principale, mi consente di avere il tempo di leggere e scrivere. Senza questa possibilità, sarei perduto.
Ho dunque, nella mediocrità, un certa fortuna. Ben meritata, se penso che  sono stato precario e ridotto a lavori di merda, dai 40 ai 45 anni. Proprio nell'età in cui avrei dovuto, come si dice, cominciare a godere dei frutti, ho perso tutto quel poco che avevo. Quello che sta succedendo a molti adesso, a me è successo 10 anni fa. Sempre fuori sincrono.
All'epoca non potevo neanche godere del mal comune, che come si dice ...
Se penso che ho vissuto momenti in cui non avevo neanche i soldi per mangiare, quello che ho adesso, con tutta la sua mediocrità, ripetitività e stanchezza, mi va bene.
Da un paio di anni, però il mio corpo si ribella. Soffro di attacchi di panico. Mi è precluso prendere un aereo. Non riesco a guidare in autostrada o nelle tangenziali. Sto bene in pratica, solo se non sono costretto a uscire di città. Siccome non mi è possibile (grazie alle amorose e direi incalzanti insistenze della mia compagna) seguire questa inclinazione, ogni vacanza per me è un dramma.
La mia compagna, già. Vivo da quasi otto anni con questa donna a cui voglio molto bene e che amo, ma con la quale ho un rapporto conflittuale e spesso frustrante. Su questo di più non voglio dire, per rispetto e pudore
La realtà della mia vita è questa. Questa.
Non ci sono cieli nuovi e mondi nuovi, per me.
Sono un grigio ometto del XXI secolo, un topo di città, pieno di problemi. Non voglio finzioni. Nulla al ver detraendo, diceva il Leopardi. Non voglio edulcorare nulla.
Non ho mai voluto aderire ai “valori” della società in cui vivo.
Ho sempre provato repulsione per le cose che sembravano, chissà perché, interessare ai più. E quindi ho coltivato la mia diversità, senza ritegno, né intelligenza: il mio mondo interiore, le mie mitologie.
Ho fatto il bohémien senza averne la vocazione. Sono sempre contro tendenza, anche contro me stesso.
Non per questo mi sento libero, perché il mondo intorno mi schiaccia. Avrei voluto essere accettato, un tempo, ma era una pretesa puerile, essere accettati senza accettare le regole del gioco. Adesso "accetto" il mio isolamento. Non sono un outsider, ma un insider scontento.
Certi giorni mi sento ancora sul punto di decollare, finalmente, ma la realtà è che sono sicuramente più vicino all'atterraggio che al decollo.
Quanto tempo ho perso, che non mi verrà mai restituito, correndo dietro a sogni e incertezze. Io solo ne sono responsabile, anche se non c’è nulla di quello che ho fatto e vissuto nella mia vita, che avrei potuto o saputo fare diversamente, nel momento in cui l’ho fatto.
È sempre stato tutto così strambo, per me, tutto sempre fuori tempo massimo.
Non ho mai fatto parte di niente, veramente.
In questo mondo, sono come uno che è salito sull’autobus sbagliato e ha mancato un appuntamento importante, perdendosi per giorni interi dall'altra parte della città.
Sono come uno che non ha mai accettato le regole del gioco, pur facendo finta di capirle e accettarle.
Sono come uno che tutti pensano in un modo, invece è in un altro e viceversa.
Sono come uno che non vuole starci, non ha mai voluto starci, in mezzo a quegli ipocriti, ma che soffre di solitudine e, a volte, quegli ipocriti mancano.
Sono come uno che ha preso solo cavalli sbagliati.
Sono come uno che arriva a una festa dove non conosce nessuno e nessuno bada a lui ma non ha la forza di inserirsi sfacciatamente, anche a costo di farsi insultare e se ne torna a casa, solo come sempre.
Sono come quello che ai colloqui viene sempre scartato, perché non appare sufficientemente motivato.
Sono come una comparsa di un film muto.
Sono l'orfanello arrabbiato, il bullo pentito, la debole vittima del cattivo di turno.
Sono come quell’indiano che viene ammazzato nei film western e cade da cavallo ai margini dello schermo, mentre l’azione e gli eroi sono al centro. Nessuno quasi lo nota cadere. Io invece, fin da piccolo, guardavo proprio quelli che morivano al margine dello schermo, invisibili a tutti e li sentivo fratelli.
Sono come uno che arriva sempre ultimo e che quando arriva penultimo, si dispiace per l’ultimo.
Sono la pietra scartata dal costruttore, la partita di merce da cambiare, il prodotto che non si vende, la seconda o terza scelta.
Sono il bambino che gioca solo.
Sono quell’uomo laggiù, seduto solo in un bar.
Sono l’ambulante sotto la pioggia cui nessuno compra nulla.
Sono come il Vagabondo di Charlot, senza le capacità acrobatiche.
Sono l'uomo nudo alla festa, ma con la faccia coperta.
Sono il patetico orfanello.
Sono la persona sbagliata al momento giusto.
Sono quello che fa fatica, ogni giorno, ogni settimana, senza scopo, senza calcolo, solo perché non sa che altro fare.
Sono quello che cammina senza meta.
Sono quello che piange per una parola d’amore, ma se ne vergogna.
Sono quello che non capisce mai bene quello che gli viene detto.
Sono quello che va avanti, come un mulo, perché ha paura di fermarsi.
Sono quello maldestro, a cui sfuggono tazzine e piatti e fili e pinze e non vede nulla intorno a sé.
Sono quello che sorride imbarazzato.
Sono quello che quando si arrabbia, balbetta.
Sono quello che alle feste cui viene trascinato, fa finta di divertirsi.
Sono come quell’uomo strano, che la gente evita.
Sono quello che da una montagna fa partorire un topolino. E viceversa.
Sono quello che vedi ogni sera quando entro dalla porta, con il mio sacchetto di libri in mano.
Sono quello con l’occhio miope proiettato verso il futuro.
Sono quello che sente il furore delle cose intorno a sé e che nessuno ascolta.
Sono quello che cerca di sollevare quella ruota staccata dal carro e piove e nessuno lo aspetta. Arriverà a casa fradicio e gli chiederanno “dove cazzo eri finito?”
Sono un uomo così.

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