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Creato il 24 dicembre 2017 da Eraserhead
TagNell’anno più stakanovistico che i fan di Sono possono ricordare (il 2015) è possibile trovare sei variegati prodotti riconducibili, a prescindere dalle loro diversità, alla factory del giapponese e per quello che finora il sottoscritto ha potuto vedere, ovvero un film di stampo natalizio (Love & Peace) e un ennesimo quanto indesiderato yakuza-movie (Shinjuku Swan), Tag si presenta come il meno peggio (sebbene manchino all’appello altri tre titoli ma ad esclusione di The Whispering Star è difficile supporre che ci possa essere della roba interessante). Il motivo per cui il film sotto la nostra lente critica si discosta un pochetto dagli innumerevoli lavori di Sono degli ultimi tempi è situato principalmente attorno ad un nucleo semplice e chiaro: Sono ha un’idea e cerca di svilupparla, ed anche se in realtà l’idea non è sua ma di Yûsuke Yamada (autore del romanzo da cui il film è tratto), la costruzione narrativa del Signore del Caos edifica un minimo di aspettative spettatoriali e pur, come al solito, sovrabbondando più del dovuto l’impressione è che le redini della storia siano almeno parzialmente nelle mani del suo padre artistico. Certo è che Tag è una baloccheria a cui non possiamo chiedere granché ed una tale dimensione ludica si rispecchia in un’elementarità strutturale che tenterà anche di fuggire dalla propria gabbia con una riflessione meta… videoludica ma insomma, la statura rimane sempre quella ed il pregio maggiore che conserva è semplicemente quello di non infastidire più di tanto.
Di lanciarsi in elucubrazioni sulla figura di Mitsuko (un nome non a caso), sulla sua identità in continua triturazione (marchio di fabbrica di Sono fin dall’inizio, va ricordato Ore wa Sono Sion da! [1985] più per il nome che per il corto in sé), sul rapporto tra creazione e creatore, o, allargando la veduta d’insieme, sul maschilismo incombente (Tagè anche e soprattutto questo, è un’opera al femminile dove gli uomini concentrati in un’altra realtà – “the male world” – si masturbano di fronte al poster del videogioco, o dove l’uomo che tiene i fili di tutto è un sadico depravato a cui interessa soltanto divertirsi), ecco, analizzare approfonditamente questi elementi cercando significati arricchenti è un atto quasi inutile poiché ammettendo e apprezzando la loro presenza, se rapportati alla cornice che li racchiude ogni cosa al suo cospetto sfibra di importanza, e non si vuole sminuire il tentativo di Sono né la capienza delle argomentazioni stesse che potrebbero anche avere del potenziale, è piuttosto il metodo e il contesto in cui vengono proposte a non legittimarle più di tanto, non credo, infatti, che Tagpossa farsi denuncia della condizione muliebre contemporanea che vede la donna oggetto nelle grinfie del maschio malvagio, ci sarà anche quanto appena detto, ma ciò che alla fine si ricorderà è il pullman scoperchiato con le studentesse tranciate a metà come cocomeri. E a proposito di derive grandguignolesche, mi sembra che Sono abbia un po’ abbassato la sua qualità effettistica, tra una CGI non proprio indimenticabile (anche in Tokyo Tribe [2014] ad un certo punto spuntava un frullauomini gigante fatto così così) e vecchi trucchetti che non si vedevano dai tempi di Mario Bava (abbiamo una testa – di gomma – spappolata da una scarpa) o in qualche produzione di serie z, si modella un lavoro posto allo spettatore con una professionalità che a tratti vacilla oltremodo, il che, se vogliamo, rende la faccenda ancora più divertente, va da sé che comunque di Cinema, spiace per Sono, non ce n’è proprio.

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