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Te amo y morite

Creato il 06 gennaio 2020 da Eraserhead
Te amo y moriteLei dice che c’è una parte dell’anima che può provare piacere senza comprendere appieno, e che in me è molto grande.
Costituito da quattro piccoli blocchi visivi speculari, incipit con cielo sereno + excipit con un cielo notturno e panormica circolare del ragazzo + accerchiamento dell’abitazione, Te amo y morite (2009) di Jazmín López non ha apparentemente degli agganci evidenti con il memorabile debutto Leones(2012), sì forse la presenza della battigia è un nesso accomunabile però, ripeto, il collegamento che possa far dire “ok, questo è proprio il preambolo di Leones” non c’è, tuttavia l’evidenza sopraccitata non ha asilo in un cinema del genere che trasmette con ben altre modalità rispetto all’ordinario, sicché, nonostante il tutto non arrivi nemmeno ad una dozzina di minuti, la percezione elaborata, seppure ridotta in scala, non diverge troppo dal lungometraggio presentato a Venezia ’12 perché anche qua rimanendo all’oscuro dei fatti principali (c’è [stata] una storia d’amore?) captiamo al massimo le vibrazioni propagate da un rigagnolo di ricordi in voce off oltremodo sconnessi e privi, a quanto risulta, di un costrutto logico. Chi è Sofía? Non ci è permesso di saperlo, ma, esattamente come se stessimo leggendo un libro, possiamo immaginarlo attraverso il fiorire mnestico del protagonista, e la cosa, non so se ne convenite, ha un gran bel valore.
A voler addentrarci ancor di più sull’eventualità di un senso, il titolo (traducibile, a meno di strafalcioni, così: Ti amo e muoio) ci dà un’indicazione che potrebbe essere anche raccolta e che vela luttuosamente il corto. È ipotizzabile che qui si inquadri una Fine e nel range delle possibilità si oscilla indeterminatamente tra una conclusione sentimentale (non necessariamente biunivoca, dalle parole di lui non sembra che lei lo abbia mai preso troppo in considerazione) ed una esistenziale, non ci sono indizi precisi a riguardo di un suicidio, è piuttosto un presentimento interiore legittimato soltanto dalla volta stellata del finale in netto contrasto con l’apertura. È innegabile che le speculazioni interpretative nei confronti di un oggetto sfuggente come Te amo y morite lascino un’idea di incompiutezza allo spettatore più superficiale, caratteristica che, penso e spero, non vi appartenga, e allora, con un altro occhio che rovescia l’assunto, l’indistinto diviene pregevole qualità, è l’accedere con se stessi, emotivamente e cognitivamente, nell’opera, al pari dell’opera che si dilata in noi una volta terminata.

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