Tea

Da Renzomazzetti

fior di pesco.

Fin dagli albori della società industriale le parole e le <cose> hanno cominciato a prendere strade diverse. Già nel Seicento i nomi degli animali e delle piante non potevano più definirsi con termini del linguaggio comune, ma con un gergo specialistico. Il leone non era più tale, ma diventava panthera leo, oppure una bella rosa doveva portare sempre la definizione di genere Tea. Questo allontanava sempre più la conoscenza scientifica dalla sapienza popolare, denigrata come superstizione. Quando il popolo fu chiamato a svolgere nuovi compiti nella società industriale esso si vergognò delle proprie origini contadine e, per sembrare moderno, accettò, suo malgrado, di imparare nelle scuole il linguaggio della nuova scienza, tenendo sempre una grande diffidenza verso l’uso di nuove parole. E questo succede anche oggi. Perché dietro la fantascientifica parola <dissociatore molecolare> si nasconde una macchina che non fa scomparire i rifiuti industriali, ma li trasforma col calore in altri rifiuti, potenzialmente più pericolosi, che non si dissolvono nell’etere, ma si concentrano in una discarica. Negli anni sessanta gli astronomi scoprirono delle anomalie gravitazionali intorno ad alcuni oggetti stellari e si premunirono di cambiargli il nome, per renderli non tanto più comprensibili al pubblico, ma per catturare il suo interesse, e li chiamarono <buchi neri>. Usarono un’espressione familiare per spiegare una cosa che nemmeno loro conoscevano, ma questo gli avrebbe permesso di fare interviste, di scrivere libri e raccogliere investimenti per la ricerca. Niente di grave, una operazione di marketing culturale per una buona causa. Ma sfruttare la grande ignoranza sulla chimica dei materiali e le loro leggi di trasformazione per promuovere una macchina e un sistema di smaltimento rifiuti industriali non ancora non ancora studiate a fondo, mettendo a rischio sanitario migliaia di persone, immettendo diossine e altri pericolosi inquinanti, in un territorio già ampiamente investito dalle concentrazioni industriali, non sembra una operazione di marketing disinteressato. Intanto chiamiamoli col loro nome, in altre parole macchine che bruciano rifiuti e producono ceneri, quindi inceneritori. Se qualcuno insiste a spiegarci che non possiamo assolutamente chiamarli inceneritori, rispondiamo che poco importa se un’auto che ci investe sulle strisce è una BMW o un’auto elettrica, è il guidatore che è poco accorto e non ha preso tutte le precauzioni. Perciò si vogliono scaricare le responsabilità di queste scelte direttamente sui cittadini, gli stessi che ne subiranno le conseguenze. <Era scritto nel programma!> oppure <Il processo partecipativo!> sono affermazioni che fanno male al cuore di chi pensa che la democrazia sia sempre una cosa seria e che le decisioni che riguardano tutti devono essere da tutti condivisa, che prima di tutto chi parla così conosca effettivamente i processi chimici, ambientali e sanitari in gioco. Cambiare le parole e dire che una decisione per niente condivisa diventa il frutto di un processo di partecipazione dei cittadini informati nelle questioni più importanti che lo riguardano e chiamarla democrazia deliberativa, è uno spostamento grave del senso e della verità che sta dietro la parola democrazia: sta diventando anch’essa un rifiuto da dissociare? I cittadini che a Castelfranco si sono dissociati dal processo partecipativo hanno capito l’importanza della legge regionale e hanno chiesto loro la sua applicazione. Quando poi lo stesso processo veniva affidato ad una società che ha rapporti strettissimi con la Regione Toscana in termini di appalti sui processi partecipativi, hanno temuto un uso distorto e di costruzione di consenso a progetti già pensati in altri luoghi. Crediamo che a Castelfranco, più che da altre parti, trasparenza sui finanziamenti di queste società e sugli appalti pubblici che riguardano i processi partecipativi sia necessaria: c’è stata una gara ad evidenza pubblica? Dove sono i documenti sanitari e ambientali che i cittadini, tutti, devono valutare? Che succede se il processo partecipativo pensato come gran giurì decide di non autorizzare la costruzione? E se la decisione a favore cozza con le autorizzazioni di legge sugli inceneritori, si fa lo stesso addossandone la responsabilità a otto membri del gran giurì? Troppe furbizie e troppi sotterfugi nascondono questa operazione: sarà venuto il momento di mettere le carte in tavola? -Maurizio Rovini: Dissociatori di democrazia, L’Aurora de Lo Spettro, Marzo 2011.

PRODURRE  SENZA  INQUINARE!  

PENSIERI

Un sorriso non più bianco

non più nero né giallo

aprirà la strada alla vita.

Quando il padrone

più non esisterà

nelle officine il proletario

diverrà libero uomo:

Così avverrà la fratellanza!

Certamente altre parole

dovranno scaturire diversamente

per comunicare le sensazioni,

per dire dell’economia, della scuola,

del lavoro, della letteratura,

delle ricerche, delle esplorazioni ultraterrestri.

Cosa diranno quelle parole?

Per i sentimenti

basterà dire: Amore.

-Renzo Mazzetti-

(Verso levante, Poesie del mio autunno caldo, ISMECA, Bologna,2009)

Adriano Prosperi.

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