TECNOBAROCCO | Un saggio di Mario Tozzi | Ovvero l’euforia per la turbotecnologia

Creato il 11 ottobre 2015 da Amedit Magazine @Amedit_Sicilia

TECNOBAROCCO

Ovvero l’euforia per la turbotecnologia

Tecnobarocco | Un saggio di Mario Tozzi

di Giuseppe Maggiore

Il mercato giudica le tecnologie in base alla loro efficacia nel raggiungere lo scopo che si sono prefisse,

ma il vero problema è chiedersi se tale scopo è degno di essere raggiunto.

Freeman Dyson, Mondi possibili

 

La tecnologia ci aiuta a vivere meglio? A questa domanda cerca di rispondere il nuovo saggio di Mario Tozzi, Tecnobarocco – Tecnologie inutili e altri disastri, edito da Einaudi. In cinque capitoli l’autore ripercorre tutta la vicenda dell’evoluzione tecnologica di Homo sapiens passando in rassegna molte tra quelle invenzioni che nel bene o nel male hanno finito con il modificare la vita dell’uomo e, soprattutto, il suo rapporto con l’ambiente naturale. C’è una tecnologia utile, che ha indubbiamente migliorato le condizioni di vita dell’uomo senza danneggiare l’ecosistema della Terra, ma ce n’è anche una inutile ed effimera, della quale si potrebbe tranquillamente fare a meno e che ha oltretutto arrecato danni, spesso irreparabili, all’uomo e all’ambiente. Ed è proprio partendo da questo assunto che il saggio di Tozzi prende le mosse, definendo come barocca tutta quella mole di prodotti tecnologici inutili e dannosi. Sono tanti gli esempi proposti nel libro, spaziando dalla modalità di acquisizione delle informazioni (libro vs web) a quella della scrittura (carta e penna vs tastiere), dalla facoltà di sapersi orientare nello spazio (bussola vs GPS) ai mezzi di locomozione (bicicletta vs autovettura), dalle modalità di interazione (comunicazione orale vs Social network, Skype e WatsApp), alle attività ludiche (calciobalilla e flipper vs videogiochi), dall’accumulo e conservazione della memoria (fotografie e cartoline su carta vs la moltitudine di file destinata a perdersi nel mare magnum di una memoria digitale) alla modalità di fruizione dei prodotti culturali come la musica e il cinema (supporti fisici come vinili, cd, dvd vs file digitali e streaming), dal valore tangibile del denaro (banconota vs moneta elettronica) alla cultura del viaggio (turisti a piedi vs bibus). A questi esempi più attinenti alle nostre abitudini quotidiane si aggiungono nel libro anche quelli riferiti all’ingegneria e alle tecniche di costruzione (sampietrino vs asfalto; legno e muratura vs cemento; città del passato vs città moderne; etc.).

Attraverso questi e molti altri esempi Tozzi punta il dito verso tutte quelle strampalate invenzioni e quei bizzarri marchingegni che appesantiscono le nostre esistenze, in maniera più o meno consapevole, che ci piaccia o no, che siano l’espressione di una nostra libera adesione o piuttosto la costrizione dettata da una legge dell’adeguamento ai tempi. Certi punti di vista dell’autore possono non piacere ai tecnofili per vocazione, a quanti vivono l’euforia della turbotecnologia; certi suoi giudizi critici possono persino indispettire quanti – e sono tanti – si piazzano all’alba davanti ai cancelli di un grande magazzino per accaparrarsi l’ultimo modello di Smartphone. Si può a tratti avere l’impressione che Tozzi sia spinto da una sorta di idiosincrasia verso la tecnologia che gli fa rimpiangere eccessivamente i tempi della civiltà contadina preindustriale, e difatti il terreno su cui si muove è tra quelli più scivolosi. Ma Tecnobarocco, ben lungi dall’essere un indiscriminato atto d’accusa verso l’evoluzione tecnologica tout court può invece rappresentare un punto di partenza per stimolare un approccio più critico e consapevole sull’uso che ne facciamo.

“Tecnobarocco” by Iano 2015

Dinanzi all’ultimo ritrovato tecnologico che si impone alla nostra attenzione possiamo, come fa l’autore, chiederci: è utile? Si poteva fare altrimenti? Ci fa guadagnare salute, tempo, spazio? Ci rende più colti, felici, armonici? E quale è il prezzo da pagare in termini ambientali? Sull’opinione generale che il progresso tecnologico abbia migliorato la vita dell’uomo, restano forti dubbi. La velocità è il parametro fondamentale su cui si basa l’attuale mistica della turbotecnologia, nella convinzione che tempi di esecuzione più rapidi consentano maggiore profitto e intensità; il poter svolgere più azioni contemporaneamente ci illude di poter poi disporre di più tempo per noi. Ammesso che ciò sia vero, a quel punto c’è però da chiedersi: per farci cosa? Magari avremo sì risparmiato del tempo, ma sostanzialmente questo apparente surplus temporale viene puntualmente trasformato in ore di lavoro aggiuntive e in un costante stato di iperattività che finiscono con il disperdere la pace dello spirito e della mente. Il punto non è tanto se la tecnologia barocca ci renda più comoda la vita, quanto se ciò sia un bene per la nostra capacità di godercela. L’essere sempre connessi attraverso gli svariati supporti digitali, l’urgenza di comunicare azioni e stati d’animo con immagini, video, telefonate e sms in tempo reale hanno forse migliorato la qualità delle nostre relazioni? La sindrome dello scolapasta ci fa esibire e riversare fuori tutto e subito, indistintamente, dal lutto per la perdita di una persona a noi cara all’entusiasmo per un viaggio di piacere. La rapida esternazione di emozioni, sensazioni, opinioni a caldo lascia poco spazio alla loro fattiva elaborazione, alla loro naturale sedimentazione nei meandri più profondi della nostra coscienza.

Nell’epoca della smaterializzazione di ogni supporto fisico e della spasmodica condivisione virtuale (che altro non è se non un’autopromozione unidirezionale mascherata da condivisione) anche il nostro concreto vissuto rischia di finire polverizzato. Il risultato è un’esistenza molto affollata, sovraesposta, invasa da un costante cicaleccio, che prima o poi ci lascia dentro un perenne senso di solitudine e di inappagamento. E ancora: siamo proprio sicuri di aver bisogno di tutti quegli apparati ipertecnologici, di tutta quella serie di equipaggiamenti extracorporei, di tutta quella vasta gamma di prodotti e di tutti quei confort che hanno come conseguenza un impoverimento sensoriale, una perdita di competenze e di abilità e, non ultimo, un devastante inquinamento ambientale? Quante semplici azioni quotidiane potrebbero fare a meno di tutta la mole di accessori e suppellettili di cui ci muniamo? Dalle attività ginnico-sportive alla preparazione dei cibi in cucina, dalla pulizia della casa all’igiene personale, dallo svezzamento del neonato al suo percorso scolastico… Di quante e, in fondo, inutili cose ci circondiamo? Qualcuno potrebbe obiettare che la produzione di così tanti beni di consumo genera economia. Sì, certo. Ma a quale prezzo? La maggior parte di questi beni immette nell’ambiente sostanze e materiali difficilmente smaltibili, e non c’è raccolta differenziata che tenga. Il 53% degli imballaggi è costituito da materie plastiche al punto da poter affermare che un centro commerciale contiene più plastica che alimenti, bevande e quant’altro. I cassonetti dell’immondizia sono i nuovi confessionali dell’era moderna, è lì che si annidano i nostri vizi, è in quell’ammasso di rifiuti che possiamo constatare la qualità delle nostre abitudini.

“Tecnobarocco” by Iano 2015

Il dissociare la plastica dalla carta, il vetro dal metallo, potrà forse farci sentire la coscienza a posto, ma di certo non cancella le ferite arrecate al pianeta e non risolve il problema alla  base. Di detriti e rifiuti tecnologici, com’è noto, è pieno anche lo spazio cosmico. Un comportamento veramente virtuoso richiederebbe un più radicale cambiamento delle nostre abitudini, che però andrebbe inevitabilmente a scardinare i capisaldi della globalizzazione e del capitalismo industriale. Come? Per esempio privilegiando il commercio locale a chilometro zero, consumando i prodotti del proprio territorio, acquistando alimenti, bevande e detergenti sfusi, limitando il consumo dei prodotti usa e getta, evitando di lasciarsi ammaliare dalle continue correnti modaiole legate a accessori e prodotti tecnologici per tornare invece a ristabilire con le cose un rapporto affettivo e duraturo, evitando infine gli sprechi e le cose di cui potremmo in fin dei conti fare tranquillamente a meno. Non sarà certo impresa semplice, ma se oggi può essere una scelta etica tra non molto sarà un obbligo dettato dall’istinto di sopravvivenza del genere umano. Siamo stati indotti a credere che il progresso tecnologico abbia determinato un benessere diffuso per tutta l’umanità. La realtà è che invece solo una minima parte della popolazione mondiale gode dei cosiddetti benefici che tale progresso ha portato e che questo benessere può essere garantito a questa solo se viene precluso alla restante parte; del resto, non potrebbe essere altrimenti, visto il costante incremento della popolazione mondiale, giacché  le limitate risorse naturali non sarebbero in grado di sostenere un simile livello di consumi/spreco/benessere esteso a tutto il mondo.

In definitiva, ciò che noi tendiamo ad esaltare come il miracolo del progresso scientifico e tecnologico altro non è che il foriero di nuove forme di ingiustizia e disparità sociale: all’ingordigia e agli eccessi del mondo occidentale industrializzato fa da contraltare l’estrema povertà e arretratezza nel Sud del mondo. In ultima analisi, oggi più che mai, il nostro stile di vita esige un’etica del consumo, un approccio più consapevole e responsabile ai ritrovati tecnologici che sempre più prepotentemente si impongono alla nostra attenzione. La tecnologia barocca, eccessiva e ridondante, per la gran parte sostanzialmente inutile, pleonastica e fastidiosa, crea bisogni solo apparenti, induce a un consumo compulsivo tanto digitalizzato quanto inconsistente, promuove l’illusione del “tutto a portata di mano” ma di fatto non veicola che il nulla. Come il barocco è stato ripulito e soppiantato dal neoclassicismo, così l’auspicio è quello di un ritorno all’azione e alla pressione della mano, a dispetto del touch e di tutta quella smaterializzazione che a lungo andare finirà per relativizzare l’unicità dell’impronta umana. Ben vengano le tecnologie utili, quelle che semplificano senza prevaricare, senza sovrapporsi, senza sostituirsi alla bellezza tutta umana di un piccolo meraviglioso errore.

Giuseppe Maggiore


Cover Amedit n. 24 – Settembre 2015
“Noli Me Tangere” omaggio a Pier Paolo Pasolini.
by Iano 2015

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