Terzigno: l’analisi di Giletti

Creato il 25 ottobre 2010 da Ilsegnocheresta By Loretta Dalola

“La situazione è drammatica, certo che quando si manda la polizia contro un’intera popolazione vuol dire che l’Amministrazione ha fallito”!

Questo l’esordio, del talk show all’interno del programma Domenica In,L’Arena”, condotto da Massimo Giletti. Il programma, ogni domenica, affronta tematiche diverse, dall’attualità alla cronaca, dal gossip allo spettacolo insieme a personaggi della cultura, del giornalismo, agli ospiti famosi e al pubblico di non famosi, attraverso un dibattito ben moderato: “E’ emergenza, si va avanti da giorni e l’Europa ci sta deridendo”! – le scene di violenza si ripetono, la popolazione è esasperata ma, vedere bruciare il tricolore, vuol dire negare la propria identità, sono immagini che hanno fatto il giro del mondo”!

Alt, fermiamoci un attimo.

Rabbia che sfocia in odio, a Terzigno e nel vicino Comune di Boscoreale una  rabbia che non si placa: si alza un’alta colonna di fumo nero dove si trovano i manifestanti antidiscarica. La bandiera, simbolo dell’Italia, calpestata e data alle fiamme.

Quello che sale al cielo è, forse, il fumo più nocivo tra i tanti.  È il simbolo del senso dell’unità nazionale che va in cenere. Non è retorica, è nuda cronaca. Nessun ripensamento, nessun appello al ricordo di  un’ Italia unita, nata anche dal sud e frutto di  tanti sacrifici umani. Simbolo di un tempo passato, agognato e mostrato con orgoglio; oggi, troppo spesso, buono solo per i campionati di calcio o, peggio, trattato come un comune straccio.  Un gesto  riprovevole, un’offesa al valore della nostra storia.

Terzigno si scaglia contro il simbolo e dimentica il Risorgimento, nato anche a Napoli.

Qualcosa deve essere accaduto, qualcosa di lento e quasi d’impercettibile come può essere un processo di sfilacciamento. Al Nord si è cominciato a snobbare la bandiera e, con lei, l’inno di Mameli. Al Sud sono state le mafie a macchiarlo, contrapponendo il loro anti-Stato sanguinario e disonesto allo Stato legittimo.

Indipendentemente dalla spinta emotiva che ha condotto a tale azione rimane  un gesto di una gravità simbolica incontestabile, che si potrebbe definire ultimativa: chi brucia una bandiera nazionale “brucia” un popolo e  il rispetto del concetto  di democrazia, difficile da conquistare e ancor più difficile da coltivare e mantenere.

Ma torniamo alla cronaca del pomeridiano dibattito televisivo.

Voci che si alternano, che rimbalzano ai microfoni, che si accalorano e che si sovrappongono.  Tante le versioni, le motivazioni, le giustificazione. Diventa difficile per occhi e orecchie estranee seguire l’evolversi dei fatti narrati e trovare un bandolo che conduca ad  un’ opinione di questo che alla luce degli ultimi eventi  rimane un problema risolvibile solo, ed esclusivamente con il “miracolo” promesso da Berlusconi.

“La gente non crede più ai politici che la rappresentano, ma, noi campani non siamo in grado di organizzarci, c’è un infantilismo di base” – “Ma,  se sono anni che pacificamente protestano, hanno fatto fiaccolate, fax, poi sono scesi in piazza, infine hanno buttato le pietre, perché era l’unico modo per attirare l’attenzione”-  e ancora: “ Nel paese c’è una piccola guerra che cerca di proteggere la salute di tutti” -  Abbiamo detto, no, alla nuova discarica, perché ne abbiamo già una che ci ammorba” – Questo è un Paese che dice no, a qualsiasi cosa si proponga, nucleare, dighe, energie alternative, termovalorizzatori”…

Dunque, a scatenare le violenze, i gravi disagi provocati dalla discarica Sari, nel Parco nazionale del Vesuvio, e, nelle ultime ore, l’annunciata apertura del secondo sversatoio, il più grande d’Europa, all’interno del parco naturale del Vesuvio.  Il non perfetto  smaltimento dei attuali impianti causa odori e miasmi  che obbliga  la gente del loco a mangiare con la mascherina. Quindi ci troviamo a cozzare  con una popolazione che teme gli effetti che potrebbe avere sulla salute la realizzazione di una nuova discarica, figuriamoci se si accetta   l’idea di un nuovo impianto, ancora più grande.

Balza agli occhi il  “vuoto” della politica locale e che la guerra è scontro tra poveri. Rifiuti accumulati in molte delle strade. Vere e proprie microdiscariche a cielo aperto costellano le vie del centro, invadendo i marciapiedi e il tracciato stradale, costringendo auto e pedoni a uno slalom tra i sacchetti.

A testimonianza, parte un filmato tratto dalla trasmissione : Annozero di Santoro del 30 settembre 2010 dove un ragazzo intervistato affermava: “ Negli ultimi 30/40 anni si sono succeduti molti assessori, ognuno con l’incarico di creare un ciclo efficace per la gestione dei rifiuti, invece nulla. La discarica dovrebbe essere un luogo dove l’immondizia prima viene trattata, poi smaltita,  noi rispettiamo la legge sulla differenziazione, ora il decreto ci porta come soluzione , un buco dove alla rinfusa buttare tutto. Ci uccidono tutti ”!

A Brescia il termovalorizzatore che funziona da anni  è un servizio efficiente, ma anche dove non esistono impianti così tecnologicamente avanzati le città sono tranquille, perché questo non può accadere a Napoli?

L’intera Campania rifiuta il termovalorizzatore a favore della raccolta differenziata ma, così risulta improbabile la risoluzione di tonnellate di rifiuti accumulati nel tempo. Ci aggiungiamo anche il fatto che  da quando è scoppiata la  forte reazione dei cittadini, la politica sta annaspando.

E’ pur vero che la raccolta differenziata necessita di più tempo, ma sarebbe almeno un passo avanti ed è strettamente legato ad un discorso di abitudine e civiltà, perché non si riesce a fare a Napoli?

Mi sembra di ascoltare ad occhi chiusi, una partita di  tennis dove il  rumore del colpo sulla pallina, diventa un rimbalzo continuo di responsabilità.  In effetti anche ammettendo che si proceda in tal senso, non ci sono cassonetti o isole ecologiche, come fanno gli abitanti a differenziare?

Hai voglia a creare buchi, attualmente ci sono 1.600.000 tonnellate che attendono una destinazione. La costruzione di un nuovo termovalorizzatore ha bisogno di 4/5 anni per burocrazia, costruzione e attivazione e quello che spaventa è che tutto  è nelle mani del processo decisionale.  Purtroppo è cosa nota che in Campania i tempi si dilatino.

Come si può risolvere questo problema? Mi rendo conto che il  messaggio è amaro,  che il  problema dei rifiuti va risolto e non è accettabile che la soluzione sia rimandata a causa delle polemiche e dell’opposizione delle amministrazioni locali  frutto di una decadenza mentale, ma, sinceramente la vedo dura.


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